Il tempo che rimane a Trump per “pacificare” il conflitto in Ucraina

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Il tempo che rimane a Trump per “pacificare” il conflitto in Ucraina

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Lasciamo pure che quell'accolita di questurini liberal-atlantisti denominata Linkiesta si affidi alla cosiddetta «organizzazione senza scopo di lucro e apartitica» che è l'americano Institute for the Study of War, per spargere bava bellicista sulle vicende legate al conflitto in Ucraina. Quanto il ISW sia “non-partizan” e “nonprofit”, come afferma la sua direttrice Kimberly Kagan, lo dicono a sufficienza i finanziamenti che tale istituto, come certifica Responsible Statecraft, ha ripetutamente ricevuto da vari settori dell'industria di guerra (General Dynamics, Raytheon, altri appaltatori della difesa) e grandi aziende come General Motors che ottengono contratti dal Pentagono, come pure gli stretti legami dei coniugi Kagan con il Dipartimento della Difesa. Ma, ognuno sceglie da che parte stare, a chi dar credito e anche su cosa spargere il proprio livore euro-salottiero.

I fatti, soprattutto dall'inizio dell'aggressione yankee-sionista all'Iran, dicono che i nazigolpisti di Kiev sono sempre più presi dall'affannosa ricerca di anime buone che possano rifornirli di missili per i sistemi Patriot, inesorabilmente ora dirottati verso il Medio Oriente. Per il resto, il mondo sta ancora aspettando che emergano novità a proposito dei colloqui trilaterali Russia-USA-Ucraina, previsti per il 5-6 marzo e che non si sono più tenuti.

A questo punto, con i paesi europei che, di fatto, non sanno ancora come districarsi di fronte alle richieste di Donald Trump per venire a capo della crisi mediorientale, appare chiaro che, come scrive Komsomol'skaja Pravda, se gli USA falliscono con Teheran, l'unica opzione per Trump per ottenere un significativo aumento di popolarità sarà quella di fare pressione su Kiev e rivendicare almeno gli allori di pacificatore sul fronte ucraino.

Così, mentre lo stesso Trump rinvia (per ora) di un mese il viaggio in Cina previsto per fine marzo, con Pechino che risponde “No” alla richiesta yankee di occuparsi dello stretto di Hormuz, a questo punto al presidente USA che voleva arrivare in Cina da “vincitore” nel conflitto iraniano, pronto a finalizzare l'accordo sui dazi, non rimane che ripiegare sulla carta ucraina.

Il problema è che per Trump il tempo stringe, osserva Pavel Volkov su Ukraina.ru. Si avvicinano le elezioni di medio termine e c'è il serio pericolo che, a quella scadenza, lui non solo non avrà ancora concluso la guerra in Ucraina, ma ne avrà scatenata una nuova, contro l'Iran, di cui non si intravede la fine, indebolendo così gli Stati Uniti e rafforzando la Cina. Aveva sperato di recarsi da Xi Jinping a fine marzo, con una posizione di forza, ma in realtà non ha nulla. Ora, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt afferma che il rinvio del viaggio è dovuto a quello che è oggi l'obiettivo principale di Trump, cioè il successo dell'operazione in Iran. E, se non ci sarà successo, o qualcosa che possa essere definito un successo in modo convincente, Trump perderà entrambe le camere del Congresso e, soprattutto, perderà definitivamente credibilità; quindi, senza credibilità e con una limitata influenza politica, è improbabile che riesca a spingere Zelenskij a ritirare le truppe dal Donbass.

Più o meno è questa la situazione, detto per sommi capi, nel momento in cui l'eterno pellegrin-questuante Vladimir Zelenskij arriva in Gran Bretagna accolto dal padrino Keir Starmer, angustiato dalla possibilità che, come ironizza Andrej Jašlavskij su Moskovskij Komsomolets, la guerra contro l'Iran non finisca per essere una «fortuna inaspettata per Putin». Alla vigilia della questua, scrive The Guardian, sia il premier Starmer che il ministro della guerra John Healey hanno espresso forte sostegno all'Ucraina e hanno annunciato che avrebbero continuato le forniture di armi: è «vitale rimanere concentrati sul sostegno all'Ucraina. Non possiamo permettere che la Guerra del Golfo diventi un'occasione d'oro per Putin» ha recitato Starmer. Stando al Guardian, infatti, la Russia avrebbe guadagnato 6 miliardi di euro dalla vendita di combustibili fossili nelle due settimane successive all'inizio della guerra in Medio Oriente. E Healey ha dichiarato ai Comuni che il flusso di armi dalla Gran Bretagna all'Ucraina continua: «nell'ultimo mese abbiamo consegnato all'Ucraina 3.500 droni, 18.000 proiettili di artiglieria e 3 milioni di armi leggere... Ci troviamo ad affrontare due conflitti in due continenti, alimentati da un asse di aggressione con tattiche e tecnologie simili. A nome della Gran Bretagna, mi rivolgo al popolo ucraino: non dimentichiamo la guerra in Europa e il nostro impegno a sostegno dell'Ucraina rimane incrollabile» ha detto.

Da parte sua, il nazigolpista-capo sembra aver contraddetto l'affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti non hanno bisogno dell'aiuto dell'Ucraina per difendersi dai droni; secondo Zelenskij, gli Stati Uniti avrebbero contattato l'Ucraina «diverse volte» con richieste di assistenza: «Tutte le nostre agenzie hanno ricevuto queste richieste e abbiamo risposto», ha affermato il questuante, senza però fornire ulteriori dettagli. Come a far da spalla all'attore principale, Healey aveva già affermato di intravedere la «mano occulta» di Putin dietro alcune azioni dell'Iran e i suoi attacchi di rappresaglia con droni e missili contro il Golfo Persico. Un copione scritto a due mani, insomma.

E, però, dice ancora Pavel Volkov, la guerra in Iran crea una serie di incertezze per il futuro dell'Operazione militare in Ucraina e per i colloqui di pace. Le parti in conflitto contano di ricevere presto fondi supplementari per continuare la guerra, mentre Trump sta perdendo credibilità come mediatore.

A detta di Zelenskij, il rinvio (per ora sine die) dei colloqui a tre, sarebbe dovuto al fatto che i rappresentanti USA, col conflitto mediorientale in corso, non intendono lasciare il paese, mentre i russi si rifiutano di recarsi negli Stati Uniti, insistendo per un incontro a Istanbul o a Ginevra. Il Financial Times ha persino pubblicato un articolo dal titolo "I colloqui di pace in Ucraina falliscono", il che rappresenta una catastrofe. Si tratta, ovviamente, scrive Volkov, di una forma di “clickbait”, ma l'affermazione ha un fondamento; da un lato, gli europei stanno facendo il possibile per prolungare la guerra, essendosi spinti troppo oltre nel dirottare fondi dai servizi sociali alla difesa, per accettare semplicemente un trattato di pace e la firma di Putin in calce alla promessa di “non attaccare l'Europa”. Dall'altro lato, non desiderano altro che la continuazione della guerra in cui la Russia consuma incessantemente risorse umane ed economiche e si indebolisce. Vogliono che la Russia non vinca e che l'Ucraina non perda. Ma gli eventi in Iran mettono in discussione la capacità di resistenza dell'Ucraina.

Come detto, la crisi petrolifera ha infranto ogni speranza che Trump potesse esercitare pressioni su Putin: la Russia potrebbe recuperare le perdite di bilancio se la guerra in Iran dovesse protrarsi per un periodo significativo (secondo Axios, gli alleati degli USA prevedono che il conflitto continuerà fino a settembre), mentre i sistemi di difesa aerea americani di cui l'Ucraina ha bisogno vengono dirottati in Medio Oriente. Il Primo Ministro belga de Wever, che nei mesi scorsi aveva detto no al trasferimento a Kiev dei beni russi congelati, chiede ora all'Unione Europea non solo di avviare negoziati con Mosca per porre fine alla guerra in Ucraina, ma anche di normalizzare le relazioni bilaterali e ripristinare una fonte di energia a basso costo: «È una questione di buon senso. In privato, i leader europei sono d'accordo con me, ma nessuno osa dirlo ad alta voce» dichiara de Wever. Si è persino arrivati al punto che dalla UE si siano inviati “negoziatori” in Russia, che non solo non sono riusciti a parlare con Putin, ma sono stati congedati dal consigliere Jurij Ušakov con parole “chiarissime”. Il problema, ironizza Volkov, è che gli europei vogliono parlare, ma non hanno ancora chiarito di cosa parlare, cosa siano disposti a offrire esattamente a Moskva e in cambio di quali specifiche concessioni.

La proposta di coinvolgere l'Europa nel processo negoziale senza previo impegno di compromesso da parte UE non è seria, soprattutto in un momento in cui Trump, seppur temporaneamente, ha revocato le sanzioni contro la Russia. E, senza le sanzioni statunitensi, quelle UE non sono particolarmente minacciose, quindi la Russia può prendersi il tempo dovuto e attendere proposte che rechino qualcosa di più concreto che non le solite dichiarazioni pubbliche.

Per quanto riguarda specificamente l'Ucraina, la situazione è duplice: Trump, forse per la prima volta, oltre alle pressioni verbali su Zelenskij, ha anche compiuto un passo concreto come la revoca delle sanzioni anti-russe. Non è chiaro cosa accadrà alla difesa aerea golpista se la crisi iraniana dovesse protrarsi. Inoltre, l'affondamento di una petroliera greca noleggiata dalla Chevron, in attesa dell'autorizzazione per entrare nel terminale del Consorzio del gasdotto Caspian Pipeline a Novorossijsk, attraverso il quale transita il petrolio kazako di proprietà americana, non fa che esacerbare i già tesi rapporti di Kiev con diversi Paesi occidentali. L'ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti, Olga Stefanišina, dichiara da tempo che la Casa Bianca si oppone categoricamente agli attacchi alle infrastrutture petrolifere: e, questa volta, non si tratta nemmeno di una petroliera appartenente alla flotta ombra russa. C'è da vedere quale sarà la concreta reazione di Washington.

I mezzi per continuare la guerra, comunque, pare che al momento Kiev li abbia trovati: nonostante il blocco del prestito UE da parte di Orban, i paesi scandinavi hanno stanziato 30 miliardi di euro e pare si tratti proprio di parte dei 90 miliardi UE; miliardi che dovrebbero essere poi restituiti a quei paesi una volta sbloccato il prestito europeo.

A questo punto, resta da vedere cosa in concreto i paesi UE decideranno nei confronti della Russia: soprattutto riguardo alle risorse energetiche russe. In ogni caso, entrambi i soggetti – Kiev col prestito scandinavo; Moskva con le aperture sulle sanzioni e il probabile forzato dietrofront europeo sul gas – dispongono ora di sufficienti risorse per andare avanti nel conflitto e qualcuno ipotizza che l'Ucraina potrebbe addirittura ritirarsi dal processo negoziale, anche se Donald Trump ha ancora un po' di tempo a disposizione per esercitare maggiore pressione sul viandante-questuante che porta in giro per il mondo, come direbbe il Carlo Gérard dell'Andrea Chenier «l'immagin d'un mondo incipriato e vano!», come lo sono gli abbracci d'occasione degli Oscar a stelle e strisce in pellegrinaggio a Kiev.

 

https://www.kp.ru/daily/27765.4/5223083/

https://www.mk.ru/politics/2026/03/17/starmera-s-zelenskim-ozabotila-neozhidannaya-udacha-dlya-putina.html

https://ukraina.ru/20260317/svo-prodolzhaetsya-kak-zelenskiy-okazalsya-v-shage-ot-fatalnoy-oshibki-1076869529.html

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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