Il mondo che l'Occidente non ha inventato

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Il mondo che l'Occidente non ha inventato


di Pasquale Liguori

Mentre queste righe prendono forma, un presidente degli Stati Uniti sul quale gravano accuse di frequentazioni con reti pedofile e un primo ministro israeliano genocida, destinatario di un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, conducono un'operazione congiunta di annientamento militare contro l'Iran finalizzata al regime change. Due mesi fa, con un'operazione già metabolizzata dall'assuefazione collettiva, lo stesso presidente Usa aveva ordinato il rapimento notturno del capo di Stato venezuelano, bombardando Caracas e annunciando con disinvoltura coloniale che gli Stati Uniti avrebbero "gestito il Paese" per impossessarsi delle riserve petrolifere.

Di fronte a questo gangsterismo planetario l'Europa si è mostrata nella sua consueta, pavida subalternità, con la sola eccezione della Spagna. Londra, Berlino e Parigi si sono affrettate ad autorizzare l'uso delle proprie installazioni in nome della "difesa collettiva", mentre l'irrilevante Italia si limitava a ricevere ordini da White House. Sono state Russia e Cina a convocare la sessione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza e ad avviare attività diplomatica per la de-escalation.

È in questo scenario, nel quale la superpotenza declinante non trova altra dottrina che la violenza preventiva e l'appropriazione delle risorse altrui, che il libro di Amitav Acharya acquista il carattere di profezia adempiuta. Storia e futuro dell'ordine mondiale colpisce al cuore la patologia che queste settimane esibiscono in forma parossistica: l'incapacità di un Occidente che, rifiutando di metabolizzare il proprio ridimensionamento storico, reagisce con la distruzione sistematica di chiunque incarni un'alternativa alla propria egemonia.

Acharya, insigne studioso indiano e docente presso la American University di Washington, primo proveniente dal Sud del mondo ad aver presieduto la International Studies Association, conduce il lettore attraverso cinquemila anni di storia della cooperazione umana per dimostrare che gli strumenti dell'ordine mondiale, dalla diplomazia ai trattati di pace, dal diritto umanitario alla libertà commerciale, appartengono al patrimonio condiviso della civiltà e non costituiscono una prerogativa dell'Occidente. Dalla Mesopotamia sumera all'India vedica, dalla Cina imperiale ai califfati islamici, dalle reti dell'Oceano Indiano alle civiltà mesoamericane, l'ascesa europea appare come una parentesi relativamente recente e non come il compimento teleologico della ragione politica universale. La matematica indiana, la tecnologia cartaria cinese, l'algebra e la medicina islamica hanno reso possibili il Rinascimento e l'Illuminismo: l'intera costruzione intellettuale dell'Europa moderna è il prodotto di scambi tra civiltà che la storiografia eurocentrica ha sistematicamente occultato, operando quella cancellazione delle fonti che è il presupposto indispensabile di ogni pretesa di primato della propria civiltà.

Il contributo teorico più originale consiste nel concetto di "multiplex globale", che supera sia il paradigma unipolare sia il multipolarismo. Quest’ultimo descrive un novero di potenze in rapporto per sfere d'influenza; il multiplex designa, invece, un'architettura distribuita e policentrica nella quale interagiscono attori statali e non statali, organizzazioni regionali e reti transnazionali, senza che nessuno detenga un'egemonia onnicomprensiva. Ne consegue un non-allineamento attivo: esattamente ciò che le cancellerie atlantiche denunciano come opportunismo quando l'India o i Paesi del Golfo intrattengono relazioni simultanee con Washington, Pechino e Mosca e che Acharya inquadra come risposta razionale a un sistema nel quale la geopolitica assomiglia a un mercato policentrico assai più che a un monopolio imperiale. Se la cooperazione distribuita tra civiltà diverse è la vera costante millenaria e la dominanza assoluta di una singola potenza l'eccezione, le operazioni in corso contro l'Iran si rivelano per ciò che sono: il tentativo disperato di arrestare con la forza una transizione che la storia ha già decretato.

Un’obiezione plausibile riguarda il rischio che il multiplex, emancipando gli Stati del Sud dalla subalternità geopolitica, riproduca al proprio interno asimmetrie di classe analoghe a quelle che intende superare: le élite dei Paesi emergenti, una volta integrate nella governance globale, tendono ad allinearsi con il capitale transnazionale ammantandosi di una retorica di equità che maschera disuguaglianze strutturali. Se il multiplex redistribuisce potere tra Stati senza redistribuirlo tra classi sociali, il suo potenziale emancipatorio rischia di esaurirsi nella cooptazione delle élite periferiche. È una questione che Acharya lascia sostanzialmente aperta e che merita esplorazione.

Ciò detto, Storia e futuro dell'ordine mondiale è un'opera di rara ambizione e di straordinaria pertinenza politica, la cui grandezza risiede nel rifiuto di ogni compiacimento apocalittico: dove altri vedono il crepuscolo della civiltà, Acharya vede la conclusione di una parentesi storica e l'apertura di possibilità inedite di convivenza paritaria. In un'epoca nella quale criteri e relazioni internazionali vengono calpestati con cadenza settimanale da chi si proclama custode di valori liberaldemocratici e centinaia di bambine iraniane vengono sepolte sotto le macerie di una scuola bombardata da chi pretende di esportare civiltà, questo libro restituisce alla riflessione geopolitica la profondità storica come antidoto all'angoscia del presente.

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