“Grande Israele”: da visione ideologica a realtà politica sempre più concreta

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Negli ultimi decenni l’idea di una “Grande Israele” è rimasta soprattutto un riferimento ideologico, più che una politica ufficiale. Tuttavia, negli ultimi anni, questa visione è tornata al centro del dibattito, intrecciandosi sempre più con le scelte concrete della leadership israeliana e riaccendendo l’attenzione internazionale sull’occupazione dei territori palestinesi.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte giustificato l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania come parte integrante dell’identità e della sicurezza nazionale di Israele. Posizioni ancora più nette arrivano da figure come Bezalel Smotrich, che rifiuta apertamente l’ipotesi di uno Stato palestinese e sostiene l’estensione della sovranità israeliana sui territori occupati. A rafforzare il dibattito sono arrivate anche le dichiarazioni dell’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, secondo cui un’espansione israeliana fino a confini storicamente evocati sarebbe “accettabile”. Parole che hanno sollevato forti reazioni e timori su un allineamento tra retorica espansionista e sostegno internazionale.

Sul terreno, la situazione resta tesa: l’occupazione della Cisgiordania continua da decenni, Gaza è colpita ciclicamente da operazioni militari e raid israeliani in Libano e Siria alimentano l’instabilità regionale. Nel 2024 la Corte internazionale di giustizia ha definito illegale l’occupazione dei territori palestinesi, chiedendone la fine. Israele contesta il parere, ma la pronuncia riflette un ampio consenso internazionale.

Secondo molti osservatori, l’intreccio tra ideologia, insediamenti e uso della forza non è più solo retorica: contribuisce a erodere le prospettive di una soluzione negoziata e mette in discussione il principio, cardine dell’ordine internazionale, che i confini non possano essere cambiati con la forza. Un percorso che, se normalizzato, rischia di compromettere non solo la pace regionale, ma anche la stabilità globale.

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