Gran Teatro delle Ombre di Bruxelles

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Gran Teatro delle Ombre di Bruxelles


di Marco Bonsanto

Se già la più antica sapienza greca ammoniva di indagare le parole a partire dalle cose, e non le cose a partire dalle parole, è perché la tendenza a rovesciare l’asserto è incoercibile nell’Uomo. Fino alla pubertà e spesso anche oltre, di fatto non conosciamo altro che parole. E tra le parole, i nomi sono i sortilegi che irretiscono più di ogni altra cosa la nostra mente. I nomi sono la prima cosa che apprendiamo e l’ultima che abbandoniamo, come testimonia il continuo e commovente risuonare della parola “mamma” nelle camerate degli ospizi. Restiamo attaccati ai nomi anche nei più tumultuosi avvenimenti della vita, quando ormai non significano più niente. L’imprinting è ormai avvenuto e riplasmare la mente ribattezzando le cose, i fatti, gli eventi, diventa troppo penoso per la maggior parte degli uomini. E così continuiamo a spendere la vecchia moneta nell’illusione che torni di moda, inutilmente sperando che la realtà ormai “fuori di sesto” (per dirla con Amleto) si ricentri prima o poi sul nostro desiderio frustrato. Come il “cittadino Kane” di Quarto potere, insomma, restiamo attaccati ai nomi per non morire.

Il discorso politico occidentale è da oltre tre decenni nient’altro che questo intrico di nomi fuori corso, puri flatus vocis cui non corrisponde più nulla di reale. In Parlamento come al bar continuiamo a ragionare di “Italia”, “Germania”, “Europa”, “USA”, “ONU” ecc., come se a questi nomi corrispondesse ancora un referente effettivo, un significato primario espressione di un interesse nazionale, o anche soltanto di una volontà politica pubblicamente circoscritti e definiti, e non invece chiassose e cangianti ombre cinesi ad usum populi. 

Il consolidamento di ogni nuovo regime politico si fonda anzitutto su questi semplici presupposti psicologici. Basta chiamare le nuove cose coi vecchi nomi perché i cittadini credano ancora che nulla sia cambiato: “democrazia”, “giustizia”, “libertà”, “bene comune”, ecc. Per quell’orrenda e artificiale creatura novecentesca che è l’uomo medio, la propaganda può ridursi tranquillamente alla pura e semplice comunicazione istituzionale: la retorica del potere ha una sua legittimità intrinseca, non serve altro. Essa è diretto alla gran massa dei cittadini, quella che si crede còlta solo perché istruita ed è perciò molto compiaciuta di sé nello scoprire che la pensa proprio come dice il nuovo padrone... Per dominare questo target basta lo spauracchio della riprovazione collettiva ampiamente sventolato dalle legioni di pasdaran sguinzagliati in tutti gli ambienti di visibilità. Se ne è avuta la riprova durante la Pandemia, quando la tanto sottovalutata Televisione ha svolto egregiamente il suo vero compito, quello di convincerci che l’apparenza è invece la realtà: basta che ad affermarlo sia chi comanda. A tal fine non occorre centralizzare l’Informazione, come nelle vecchie dittature di massa, è sufficiente uniformarla: ben venga la libertà di parola, purché affermi sempre e comunque la stessa cosa! Proprio a questo servono le sovvenzioni pubbliche che da trent’anni scorrono copiose in UE e negli Stati membri “a garanzia del pluralismo mediatico” (come ci ripete Mattarella). 

Alla propaganda attiva è da ascriversi invece l’elaborazione di quelle visioni preconcette e inemendabili della realtà che la Arendt chiama “ideologie”, specie di deliri collettivi che nessun riscontro pratico discordante, per quanto ripetuto, riesce a sfatare. Che l’UE sia un progetto politico di pace, unità e solidarietà tra i popoli europei basato su una forma perfezionata di democrazia liberale, è una di queste narrazioni, dalla quale sembra impossibile uscire. Dal 1992 il discorso pubblico non fa che amplificarne a dismisura il simulacro, fino a marginalizzare completamente ogni notizia avversa, a relegarla in una zona neutralizzata e innocua di devianza del pensiero, all’idiosincrasia dei singoli. Il potere che quotidianamente si auto-accredita come “giusto”, “buono”, democratico” senza che nessuno possa effettivamente contestarlo, crea una foresta di parole nel cui intrico labirintico la mente del cittadino si smarrisce e cerca sostegno, placandosi infine proprio tra le braccia del suo carceriere, che l’ammansisce illustrandole la Nuova Normalità con disegnini, slogan e infografiche per bambini.

Così, nonostante i migliori giuristi europei abbiano da sempre denunciato il “vulnus democratico” dell’UE, e urlato la necessità di pesanti riforme istituzionali, nulla è veramente cambiato in trent’anni di attività, se non in peggio, perché è tipico del potere senza legittimazione arroccarsi progressivamente in modalità autoritarie via via meno mascherate – con buona pace di chi ancora crede che il progetto europeista sia stato “tradito” da politici inadeguati. È invece vero il contrario: un progetto paracadutato da centri di potere senza legittimazione democratica ha necessità di ristrette e serventi nomenklature di politici nominati, di fatto inamovibili; di un “parlamento” rappresentativo non dei cittadini ma di circa 15.000 lobby; di processi decisionali opachi al limite della tirannia personale (v. scandalo von der Leyen sui vaccini); del finanziamento pubblico di tutti i media compiacenti; di politiche ricattatorie verso alcuni Stati membri (v. Spread e “immigrazione” in Italia); della sperequazione nelle politiche di settore a danno di alcuni Stati (v. Made in Italy, Mercosur); della difesa degli interessi bancari su quelli nazionali (v. Quantitative easing); dell’intenzionale impoverimento degli Stati e del loro welfare (v. Austerity, deindustrializzazione e, dunque, privatizzazioni); del deliberato indebolimento delle nazioni (v. denatalità, immigrazione illegale); del terrore come forma di governo (v. Pandemia); del sequestro finanziario del denaro (v. Euro digitale); dell’adozione di strumenti di sorveglianza totalitaria (v. progetti Marvel e Protector); di prassi di controllo globale (v. Identità digitale e obbligo di fruizione digitale dei servizi essenziali); di destrutturare l’uniformità dei princìpi giuridici attraverso le eccezioni ideologiche (gender, woke, green); della criminalizzazione di talune categorie di cittadini (v. “sovranisti”, no-Vax e pro-Putin); di introdurre l’inversione giuridica della prova (v. Codice della Strada e Legge sul consenso sessuale); della censura della libertà di pensiero (v. Digital Service Act, casi Durov, Musk ed Euroactiv); della repressione del dissenso (v. chiusura o sequestro dei conti correnti); di munire il governo europeo di diretti poteri di polizia (v. caso Baud); di implementare strumenti obbligatori per l’esercizio condizionato dei diritti fondamentali (Greenpass); di preventivare il carcere per i reati di opinione e manifestazione (v. questione Gaza); di adottare una politica guerrafondaia (v. ReArm Europe).
La lista è necessariamente molto parziale e semplificata. Eppure, basterebbero già solo la metà di queste caratteristiche per configurare il profilo di un regime totalitario. Perché questa, è l’UE: un formidabile lager a cielo aperto creato dalle centrali del capitalismo globalista per gestire la tosatura di mezzo miliardo di persone e la rovina dell’intera civiltà europea! Due obiettivi che, per certe élite finanziarie, gnostiche e massoniche, vanno logicamente di pari passo: destrutturare identità e valori secolari per penetrare con la minore resistenza possibile fino ai centri nervosi del sistema che si vuol dominare. Lo slogan del World Economic Forum, vero direttorio in pectore dell’UE, è efficacemente riassuntiva di questi intenti: “You’ll own nothing, and you’ll be happy!”. Non è precisamente questo il desiderio qualificante di ogni autentica tirannia, pretendere cioè il più gaio consenso della vittima al proprio sadismo?

Ma fatti imprevedibili smuovono la ruota della Storia e mandano gambe all’aria anche i più ponderati progetti antidemocratici (o “complotti”, che dir si voglia). La resistenza della Russia fin dal 2014 alle manovre NATO, la comparsa negli USA del movimento MAGA di Trump, e la variabile impazzita Musk nel consesso dei BigTech, hanno incrinato il potere e rotto l’equilibrio delle major finanziarie che hanno voluto, promosso e architettato l’Euro e il suo recinto d’azione, l’UE. Finché la Fattoria degli Animali non ha avuto antagonisti di pari potenza, i Maiali hanno avuto tra loro una completa convergenza d’intenti, mantenendo una facciata di decoro liberale. Con il risveglio provocato dall’azzardo pandemico e dalla guerra in Ucraina, la maschera è invece miseramente caduta, e il teatro delle ombre mostra ora fin troppo chiaramente (persino ai più recalcitranti nostalgici dell’ideale europeista) le mani dei burattinai. Qualsiasi farsa democratica ha lasciato il posto all’evidenza di un’oligarchia eterodiretta dai grandi centri finanziari atlantici, ancora fino a ieri operanti all’unisono in una colossale joint venture continentale. Oggi l’UE va sgretolandosi a gran velocità sotto i nostri occhi, e gli amici di un tempo rifluiscono ciascuno nelle rispettive logge d’appartenenza, fino al “si salvi chi può!”.

Se ne ha una riprova con la questione degli assets russi bloccati dall’UE allo scoppio della guerra ucraina. Dopo quattro anni di guerra alla Russia concordemente finanziati col salasso degli Stati membri e la proposta di Draghi (Goldman Sachs) di riconversione bellica dell’intera economia continentale, von der Leyen (Soros), Kallas (City of London) e Merz (BlackRock) propongono ora il sequestro definitivo dei beni russi da regalare all’Ucraina in forma di prestito (!) per poter continuare la guerra. Ma da Euroclear (JP Morgan) fanno sapere che non ci stanno, perché anche tra i briganti l’affidabilità è tutto, e si rischia il collasso del sistema finanziario in cui spadroneggiano. Tanto basta a Macron (Rothschildt) per riposizionarsi verso la Russia, ormai imminente vincitrice, nel tentativo di lucrare per i suoi padroni il minor danno possibile dalla sconfitta e forse qualche vantaggio nella ricostruzione. Ma al Gran teatro delle ombre di Bruxelles e sui giornali si afferma che la trattativa è fallita per il veto del “Belgio” e le caute prese di posizione di “Italia” e “Ungheria”...

Finché non prenderemo atto che ai nomi non corrispondono più le stesse cose, di ciò che accade non capiremo nulla. Perciò non di “Europa” si dovrebbe parlare, ma di “UE”; non di “UE”, ma di “WEF”; non più di “WEF”, ma di potentati finanziari in un equilibrio sempre più precario tra di loro. Fuoriuscito dai confini degli Stati nazionali e delle istituzioni internazionali novecentesche, lo scontro politico è regredito ora al punto-zero del conflitto civile mondiale; al tentativo cioè di colonizzare e monopolizzare il linguaggio, come fonte di razionalità e dunque di legittimazione del potere. È qui che si gioca la partita decisiva, tra le ombre della Caverna di Platone. 

Tutte le parole del discorso politico stanno improvvisamente evaporando: inizia l’epoca della catastrofe del linguaggio. 

Marco Bonsanto

Marco Bonsanto

Marco Bonsanto è un filosofo magnogreco che a causa della Modernità deve lavorare per vivere. Ha studiato a Torino, dove è nato e da cui è evaso ancor giovane, e poi a Napoli, “un paradiso abitato da diavoli” che ha felicemente dato un senso al suo cognome. Ha scritto molto e di molte cose, occultando il proprio nome per non essere scoperto. Per aver a lungo bighellonato al sud è stato infine deportato a Padova; dove da dieci anni, per vendicarsi, infetta col dubbio i liceali. Da bambino tifava Milan; ma adesso, sul precipizio dei cinquant’anni, è il diavolo che fa il tifo per lui.

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