Giovani, vetri rotti e il bon ton “progressista”

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Giovani, vetri rotti e il bon ton “progressista”

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di Pasquale Liguori

 

Lasciamo per un momento da parte i fascisti, gli aspiranti colonnelli da golpe sudamericano, i nostalgici del manganello e quanti, davanti a ogni manifestazione di insubordinazione sociale, invocano un supplemento di repressione. Non perché costituiscano un problema secondario, tutt'altro. Ma perché esiste un'altra questione, per me altrettanto insidiosa, che riguarda coloro che si riconoscono in una cultura progressista, di diritti e libertà civili, di democrazia e difesa degli ultimi. È soprattutto a loro che vorrei rivolgermi.

Sono bastate alcune vetrine infrante, qualche sassata, gli scontri nelle strade di Milano perché si mettesse in moto il consueto apparato delle condanne. Anche i possibili candidati alla guida di un futuro governo “progressista” hanno sentito il bisogno di prendere immediatamente le distanze dalle violenze, accompagnando naturalmente la riprovazione con qualche laterale riferimento alle ragioni del disagio sociale. Eh già, perché prima ne va della propria rispettabilità elettorale, poi, purché non disturbi troppo, viene concessa qualche parola a corollario delle contraddizioni materiali che hanno generato la protesta.

Eppure, mi domando quanti tra questi rigorosi custodi della civiltà democratica abbiano letto i documenti che circolano tra quei giovani liquidati come facinorosi, maranza, minorenni irresponsabili e apprendisti delinquenti. Mi riferisco, in particolare, al manifesto del Movimento 17 Ottobre, che meriterebbe ben altra attenzione rispetto alla cronaca ossessionata dalle devastazioni. Vi si trovano considerazioni sulla crisi della rappresentanza politica, sulla trasformazione delle piazze in luoghi di formazione della coscienza collettiva, sull'organizzazione decentrata e sull'esperienza dei movimenti popolari di diversi continenti. Non un trattato compiuto di teoria politica, certamente; con semplificazioni e passaggi discutibili. Ma una riflessione rilevante, testimonianza di un'elaborazione politica che, seppur sintetica, è di gran lunga più articolata di quanto riverberato nelle caricature televisive.

Questi giovani non chiedono semplicemente di essere ascoltati. Contestano le forme stesse attraverso le quali la politica istituzionale pretende di rappresentarli, amministrarli e, all'occorrenza, neutralizzarli. Non si limitano alla richiesta di qualche concessione da ottenere da parte di chi governa, ma mettono totalmente in discussione il tavolo al quale dovrebbero sedersi. È una posizione che può essere interrogata nelle sue possibilità e nei suoi limiti. Sarebbe però necessario, per farlo, riconoscerle preliminarmente una dignità politica. Ed è precisamente questo riconoscimento che manca da parte delle tante anime belle di queste ultime ore che ben vedrei integrate nella marcia ordinata, rispettabile dei quarantamila colletti bianchi FIAT dell'ottobre 1980, che contribuì a sancire la sconfitta di una delle più importanti vertenze operaie del dopoguerra. Oppure, più recentemente, nella mobilitazione delle cosiddette madamine “Sì TAV”, espressione di quella società civile nella quale gli interessi dello sviluppo capitalistico e della competitività territoriale riescono agevolmente a presentarsi come interessi universali.

Vicende storicamente diverse, vero. Ma con una continuità politica, perché la rispettabilità delle forme non dice nulla, di per sé, del contenuto sociale di una mobilitazione. Una piazza può essere impeccabilmente pacifica e contribuire al consolidamento di rapporti di dominio; un'altra può essere attraversata da contraddizioni e disordini senza che per questo le ragioni della sua esistenza risultino politicamente insignificanti. Non è difficile immaginare, almeno sul piano delle affinità culturali e delle concezioni dell'ordine sociale, dove una parte consistente dell'attuale “progressismo” ztl avrebbe trovato più facilmente la propria collocazione.

Ma c'è una questione ancora più grave, che rende quasi grottesca questa improvvisa sensibilità verso la violenza.

Attraversiamo anni nei quali un intero popolo è sottoposto a una distruzione sistematica, fino al genocidio. Abbiamo assistito alla devastazione di Gaza, alla distruzione di ospedali, scuole e abitazioni, alla fame imposta come condizione di esistenza, alla morte di un numero spaventoso di civili, testimoniando una soglia di tolleranza ben più elevata rispetto al grido di disgusto e indignazione indotto dalla pressione mainstream per i vetri rotti nell'enclave del lusso sfrenato.

Viene perciò spontaneo domandarsi quale idea della violenza e, soprattutto, quale gerarchia della vita umana presieda al giudizio politico. Com'è possibile che una vetrina infranta produca tanta sollecitudine morale, tanta urgenza di prendere le distanze, tanta enfasi sulla necessità di ristabilire l'ordine, mentre la distruzione di un popolo è stata accompagnata da un'ininterrotta litania di distinguo, appelli e manifestazioni incapaci di imporre alle classi dirigenti una responsabilità all'altezza degli eventi?

Rompere una vetrina non è, per definizione, un atto rivoluzionario, e aggredire una persona non diventa emancipatore perché avviene durante una manifestazione. Ma la riprovazione morale dell'episodio specifico non può sostituire l'analisi dei rapporti sociali. Una società che riconosce senza esitazione la violenza quando viene colpita la proprietà, ma fatica a riconoscere quella che innerva le proprie istituzioni e gli interessi finanziari, rivela una struttura morale fatiscente.

E veniamo all'altra faccia della questione, forse la più dolorosa: dove sono gli “adulti”?

Dove sono coloro che dovrebbero trasmettere una memoria delle lotte, una conoscenza dei rapporti di classe, una capacità di organizzazione collettiva? Quanti sono ancora disposti a mettere in discussione qualcosa della propria esistenza, delle proprie abitudini, della propria sicurezza materiale per intervenire realmente nei conflitti che attraversano la società?

Una parte considerevole del mondo adulto “progressista” sembra avere sostituito la pratica politica con il consumo della politica. Si informa con il telegiornale di Mentana, perfeziona la propria coscienza democratica nel salottino di Otto e mezzo, assiste alle interminabili dispute di Floris, alle inchieste di Formigli, ai bizantinismi culturali di Augias, e finisce persino per essere indulgente con se stesso, convinto di coltivare un improbabile residuo di spirito controcorrente attraverso Propaganda Live.

È il progressismo della buona coscienza, dei piccoli gesti simbolici elevati a testimonianze sufficienti di impegno, del sudario appeso al balcone, delle lampadine accese e spente a intermittenza, delle grandi manifestazioni celebrate per la loro imponenza numerica e poi abbandonate senza una prospettiva organizzativa. È il progressismo da sardine, con capipopolo improvvisati, con l'antifascismo ridotto a etichetta di una propria superiorità morale, salvo tornare, terminato il rito collettivo, nel tepore dei piccoli privilegi e autoritarismi della vita quotidiana.

Il capitalismo contemporaneo ha precarizzato sì il lavoro e mercificato l'esistenza, ma ha anche contribuito a separare la coscienza critica dalla capacità collettiva di trasformazione, fino a rendere perfettamente compatibili l'indignazione permanente e l'accettazione pratica dell'ordine esistente.

Dentro questa separazione sono cresciute generazioni alle quali è stato sottratto non soltanto un futuro economicamente sostenibile, ma anche un patrimonio organizzativo e conflittuale, una tradizione politica vivente. Quando poi una parte di questi giovani prova a ricominciare, magari con strumenti ancora insufficienti, magari commettendo errori, gli adulti che hanno smesso da tempo di mettere in discussione il mondo si affrettano a impartire lezioni di comportamento.

Il vero scandalo non sono i giovani che non sanno ancora come cambiare il mondo, ma gli adulti che hanno imparato perfettamente come abitarlo senza cambiarlo.

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