Gaslighting istituzionale: dal G8 di Genova al presente

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Gaslighting istituzionale: dal G8 di Genova al presente

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Gaslighting: è una subdola forma di abuso e manipolazione psicologica in cui il manipolatore (detto gaslighter) spinge la vittima a dubitare della propria memoria, della percezione della realtà e della propria sanità mentale. Il termine deriva dall’opera teatrale Gas Light del 1938 e dal celebre film del 1944 (Angoscia nella versione italiana), in cui un marito manipola la moglie affievolendo le luci a gas della casa e negando ogni cambiamento per farla sentire folle. Il fenomeno manipolatorio si articola principalmente in tre fasi: disorientamento – il manipolatore distorce la comunicazione e nega gli eventi, creando confusione nella vittima; autodifesa – la vittima ricerca prove per avvalorare le proprie ragioni; sottomissione – la vittima perde sicurezza, comincia a dubitare della propria percezione e della realtà oggettiva, precipitando in una dipendenza emotiva e in uno stato di profonda insicurezza.

Introduzione

Siamo partiti da questo termine/concetto perché crediamo che riassuma a trecentosessanta gradi il fenomeno di manipolazione politica e istituzionale che stiamo vivendo. Giorgia Mazzucato lo ribadisce già nel sottotitolo del suo potente e lancinante spettacolo – Stomaco. Gaslighting e fascismo dal G8 di Genova ad oggi (che consigliamo vivamente di andare a vedere nei teatri) – e usiamo la parola “lancinante”, perché evoca il dolore di quel sasso che uccise Carlo Giuliani, insieme alla pallottola che gli perforò lo zigomo sinistro. L’opera narra dei tragici “fatti” che si svolsero tra le giornate del 20 e 21 luglio 2001: dall’assassinio del giovane manifestante – Carlo Giuliani, appunto – per mano delle forze dell’ordine fino alla mattanza all’interno della scuola A. Diaz (definita da un alto funzionario di polizia “una macelleria messicana”), per concludersi con le torture psicologiche e fisiche subite dai dimostranti nella caserma di Bolzaneto.

Rispetto a quelle vicende non c’è stata ancora, e forse non ci sarà mai, una vera giustizia politica e collettiva. Nonostante le condanne giudiziarie – arrivate persino nei confronti di figure che coprivano incarichi verticistici all’interno delle forze dell’ordine – molti dei responsabili, anziché scontare la pena, sono stati promossi o sono rimasti arroccati ai propri ruoli e alle proprie poltrone graduate, sfoggiando le loro belle stelline sulle divise, senza scontare un solo giorno di carcere. La narrazione tossica che ancora oggi subiamo è che i disordini siano stati provocati unicamente da manifestanti facinorosi, e che la polizia abbia dovuto “difendersi”. Si omette colpevolmente che in nessuna occasione le forze dell'ordine cercarono di fermare l’azione dei gruppi violenti isolati all’interno delle manifestazioni pacifiche – i cosiddetti “black bloc” – lasciati del tutto indisturbati nel mettere a ferro e a fuoco la città di Genova, e immortalati da registi come Davide Ferrario[1] mentre si confondevano persino tra le file della polizia, e al cui interno, tra l’altro, comparivano soggetti dichiaratamente neonazisti o neofascisti.

Qui non si tratta solo di riaprire gli atti di quel cataclisma in cui l’inaudita ferocia di carabinieri, polizia, guardia di finanza e vertici di comando soffocò un intero movimento altermondialista, ma di comprendere come quel fenomeno di manipolazione istituzionale, mediatica e politica stia ancora attraversando la nostra realtà. Quel movimento non nacque dal nulla, tra l’altro: era l'onda d'urto di una stagione globale straordinaria, sorta nel gennaio del 1994 nella foresta del Chiapas con la rivoluzione zapatista, che aveva denunciato per prima i dogmi del neoliberismo insegnandoci, con la voce degli indigeni maya, a immaginare “un mondo che contenga molti mondi”; era esploso fragorosamente nel dicembre del 1999 con la “Battaglia di Seattle”, bloccando i lavori dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio, o WTO in inglese – World Trade Organization –, nata nel 1995 in seguito agli accordi di Marrakech, è l’organizzazione che ha il compito di regolamentare gli scambi commerciali globali tra Paesi membri) dimostrando che la macchina della globalizzazione poteva essere inceppata nelle piazze; e aveva trovato la sua officina programmatica nel gennaio del 2001 a Porto Alegre, dove il primo World Social Forum aveva lanciato al mondo lo slogan “Un altro mondo è possibile”.

A Genova quel movimento chiedeva pace, redistribuzione della ricchezza, giustizia sociale, cancellazione del debito pubblico dei Paesi del Sud del mondo, giustizia ambientale e lotta radicale al capitalismo e al neoliberalismo selvaggio. Erano istanze che univano un’enorme eterogeneità: nei summit del Genoa Social Forum, all’interno del quale convivevano enti cattolici, i disobbedienti sfociati nelle “tute bianche” forze politiche come Rifondazione Comunista, leghe ambientali e sindacati, insieme a delegazioni provenienti da ogni angolo del pianeta.

Verso l’autoritarismo: criminalizzazione del dissenso, controllo del consenso e violenza arbitraria

In quel contesto, la diagnosi di Herbert Marcuse ne L’uomo a una dimensione trovava la sua spietata conferma teorica: il capitalismo avanzato possiede una straordinaria capacità di assorbimento e neutralizzazione, tollerando l'opposizione politica unicamente fintanto che questa resta confinata nei recinti della rappresentanza innocua o della protesta tollerata. Ma quando l'istanza di cambiamento punta dritta alla radice dei rapporti di forza, rifiutando di farsi integrare e minacciando i dogmi del profitto e del mercato globale, il sistema tradisce la sua natura e rigetta la maschera democratica. Il G8 di Genova fu il laboratorio storico in cui lo Stato scelse la via della rimozione traumatica e violenta del dissenso, dimostrando che la democrazia liberale accetta il pluralismo sociale solo a patto che esso non metta mai in discussione lo status quo.

“Genova appare oggi come una svolta: un evento che ha anticipato le modalità con cui, negli anni successivi, gli Stati occidentali avrebbero gestito la protesta sociale, la sicurezza interna e le forme emergenti di conflitto politico. Se Genova fu un episodio limite, ciò che è venuto dopo mostra che non si trattò di una deviazione del modello democratico, ma della sua evoluzione interna. Le restrizioni alle libertà civili, l’espansione dei poteri di polizia, la normalizzazione dell’eccezione, l’arretramento dei diritti, l’intreccio fra politica estera militarizzata e governance interna hanno disegnato un nuovo passaggio politico, nel quale la democrazia sopravvive come forma, ma perde sostanza. Per comprendere questa traiettoria non basta guardare alla repressione: occorre indagare il contesto in cui si è sviluppata, segnato dal neoliberismo, dalla tecnocratizzazione europea, da emergenze multiple (finanziarie, sanitarie, migratorie, climatiche, belliche) che si sono succedute fino a fondersi in uno stato d’eccezione permanente”[2].

Chi scrive ha voluto ripercorrere documentari, filmati e testimonianze di quell’annullamento dei diritti e di quella mattanza di Stato. Durante quegli anni una di queste “penne” era una giovane studentessa del Ginnasio e faticava a cogliere la portata di ciò che accadeva; eppure, grazie a una famiglia fortemente politicizzata, la morte di Carlo le era rimasta impressa come una ferita inspiegabile in un mondo che, allora, non le sembrava così crudele. E così, nonostante la partecipazione al Social Forum dell’anno successivo a Firenze, a lungo si era portata dietro l’illusione che la verità stesse nel mezzo, che la violenza fosse degenerata da entrambe le parti. Mai aveva pensato che Carlo “se la fosse cercata”, ma tendeva a credere a un tragico incidente della storia, non a un disegno programmato.

Oggi, riguardando quel materiale con gli occhi di adesso, tanti di noi capiscono quanto sia potente l'operazione di gaslighting collettivo di cui siamo stati cavie e di cui lo siamo tuttora. Ci hanno abituati/e a credere che la colpa fosse condivisa, che chi deteneva il monopolio della forza avesse solo dovuto ripristinare un “ordine” che, in realtà, erano stati loro stessi, quelli che erano chiamati a difendere e a proteggere, a sfracellare nel sangue. Persino la narrazione globale che parla asetticamente dei “fatti di Genova”, come se fossero circostanze e non responsabilità, la dice lunga sul tentativo di distorsione – o comunque di neutrale appiattimento, mediazione e compromesso – della realtà di ciò che è avvenuto. Fatto (appunto!) sta che reprimere quel grande movimento internazionale significava spegnere la voce del futuro. Una volontà di censura che oggi ritroviamo intatta nei successivi DDL sicurezza, nelle strette autoritarie e nella meschina volontà di anestetizzare la reazione civile di fronte al genocidio in corso in Palestina, Cisgiordania e Libano. Quell’operazione di appiattimento asettico dell’orrore è ancora in corso, a fronte di un massacro di cui siamo complici tutti, in quanto consapevoli, in quanto nessuno potrebbe negare o dire di non sapere, di non aver visto.

Le riforme del sistema scolastico italiano dopo il 1989 hanno creato l’ecosistema adatto a sviluppare l’accettazione passiva dell’orrore. Con le controriforme volte a creare “capitale umano” e non più “teste pensanti”, hanno addestrato la popolazione a interiorizzare il sistema neoliberista occidentale acriticamente. Valditara oggi, con l’apartheid in classe, è solo l’ultimo epigono della controrivoluzione liberista, inaugurata dal centrosinistra nel 1997 con la Riforma Berlinguer: l’introduzione dei “crediti”, la valutazione dei cicli extracurricolari, l’introduzione del sistema 3+2 negli Atenei sono state tappe di un progressivo allontanamento del sapere dalla conoscenza verso una rincorsa nichilistica del fare, il tutto con l’inserimento all’interno della dimensione ideologico-burocratica del cosmopolitismo europeista basato sulla concorrenza spietata tra persone ridotte a “capitale umano”. Tutto questo è stato notevolmente peggiorato dall’impatto delle innovazioni e delle macchine dell’Intelligenza Artificiale che, ricordiamolo bene, all’interno del contesto occidentale, sono totalmente sottomesse al profitto e alle dinamiche di mercato.

Di qui l’impatto amplificato della tecnica e della burocrazia su un Essere Umano sempre più ridotto a mero strumento di profitto. Renato Curcio, nella sua analisi ormai decennale dell’Impero Virtuale, ha riassunto a due le reali ambizioni del “capitalismo cibernetico”: «per un verso consolida le sue alleanze belliche con gli “Stati amici” incoraggiandoli e spingendoli a ingaggiare battaglie, ovvero a sacrificare umani e risorse per mantenere attivi alcuni settori produttivi; per un altro, prova a colonizzare con nuovi strumenti “intelligenti” l’immaginario dei loro e dei propri cittadini»[3]. Ecco, dunque, tutta la manipolazione e la violenza del modo di produzione capitalistico occidentale dipanarsi in nuove “distrazioni intelligenti”, in grado di colonizzare l’immaginario di coloro che aderiscono sempre più alla figura del suddito e sempre meno a quella del cittadino.

È qui che il gaslighting geopolitico e mediatico dà il suo peggio, calandoci in quel perfetto “Stato di Eccezione permanente” teorizzato da Giorgio Agamben. Il filosofo ci ha insegnato che lo Stato moderno non governa più garantendo lo Stato di diritto, ma facendo leva su una crisi permanente – che si chiami sicurezza pubblica, emergenza terroristica, pandemica o geopolitica – per sospendere legalità e Costituzione. A Genova quell'eccezione fu brutale e concentrata in pochi giorni: la sospensione dei diritti civili, l'impunità garantita alle divise, la violazione sistematica dei corpi e delle garanzie democratiche dentro le caserme e le scuole non furono deviazioni dalla democrazia, ma lo svelamento temporaneo della sua vera natura. Oggi Agamben trova la sua più spietata conferma nel fatto che quell'eccezione è uscita dall’emergenza per diventare la regola ordinaria di governo. Come scrive Italo Di Sabato:

«Genova va interpretata come un laboratorio politico. Non fu un incidente né una gestione fallimentare: fu l’anticipazione di un paradigma. Le violenze, il loro occultamento, le promozioni successive, la narrazione distorta diffusa dai media, l’inerzia delle istituzioni nel riconoscere le proprie responsabilità, hanno segnato l’inizio di un modello di repressione e impunità che avrebbe accompagnato il Paese nei decenni successivi […] La combinazione fra neoliberismo, governance tecnocratica, gestione emergenziale e militarizzazione successiva ha così consolidato un modello politico in cui la democrazia non viene formalmente soppressa, ma svuotata: la partecipazione si restringe, il dissenso è delegittimato, la deliberazione collettiva cede il passo all’efficienza amministrativa e alla logica dell’eccezione. È questa la condizione che rende oggi possibile, e spesso legittimata, la repressione del conflitto sociale e la criminalizzazione dei movimenti»[4].

Viviamo in una normalizzazione quotidiana in cui la violazione dei diritti umani elementari, la soppressione del diritto d'asilo, la complicità con i crimini contro l'umanità e la censura del dissenso non fanno più scandalo: sono amministrate dai governi come dati di fatto amministrativi, trasformando l'orrore in una quieta consuetudine burocratica. È passato un quarto di secolo dai fatti di Genova, ma quanto sta accadendo in queste ore durante la repressione della ribellione partita dal liceo Saint-Exupéry in Francia non fa altro che confermare ciò che stiamo dicendo.

Ci fanno credere, a intermittenza, che sia in corso una “tregua”, mentre ogni giorno continuano a morire a Gaza bambini, donne, anziani, giornalisti e operatori sanitari per mano dello Stato di Israele, agendo nell'impunità totale con la complicità omertosa di gran parte dell’Occidente. I corpi straziati, la fame usata come arma, i bambini ridotti a cifre sacrificabili vengono consumati dai social network tra uno scroll e l'altro, trasformati in merce visiva. È la realizzazione esatta di ciò che Günther Anders chiamava l’era della “vergogna prometeica” e dell’apocalisse invisibile: siamo talmente sovraccarichi di immagini di distruzione da non riuscire più a patire la sproporzione tra la nostra impotenza quotidiana e la mostruosità di ciò che tolleriamo. Passiamo, nell’arco di un secondo, a mettere una faccina triste sotto una città distrutta per poi cliccare un “like” sotto i profili di chi si fa un selfie di fronte a una cascata trasparente in un luogo paradisiaco, o davanti a un piatto di spaghetti, o a chi presenta l’ennesimo libro da consigliare per le letture estive o autunnali, o per sempre. Il per sempre che quei bambini non potranno mai contemplare. Questa digitalizzazione selvaggia ci anestetizza, riducendo l'orrore a intrattenimento domestico.

A ben vedere, questa desensibilizzazione sistematica affonda radici profonde in quel meccanismo che Hannah Arendt, analizzando il processo Eichmann, ha definito “la banalità del male”: la constatazione spaventosa che l'orrore più feroce e radicale non nasce necessariamente da mostri isolati o patologici, ma da ingranaggi burocratici, da apparati e da individui perfettamente “normali” che spengono deliberatamente il pensiero critico, abdicando a ogni coscienza morale per obbedire ciecamente alle procedure di un sistema. Qui, più che banalità del male, per chi è testimone e non diretto assassino – come i soldati dell’IDF, i coloni e l’intero governo di Israele – è passivizzazione mentale. Un’anestesia totale e globale che ci ha reso indifferenti, apatici di fronte alle catastrofi, alle tragedie, che non scuotono, non scalfiscono minimamente la nostra routine. Siamo impermeabili, anche in questo traffico di disinformazione martellante e in questo fluire di spazzatura digitale.

Ma a proposito di banalità del male: non è un caso che, come emerge dalle testimonianze dirette dei soldati dell'esercito israeliano (IDF), filmate e registrate anche nel recente docufilm vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia, Naza, la distruzione sistematica e lo sterminio vengano interiorizzati e agiti attraverso una vera e propria gamification della morte. La violenza estrema, la pulizia etnica e lo smantellamento di un'intera società vengono filtrati attraverso i codici psicologici di un videogioco: si ricerca l'adrenalina, il distacco tecnico, la leggerezza di chi si muove dietro allo schermo di un terminale, spogliando l'atto omicida di qualsiasi residuo di umanità e riducendo l'orrore a una fredda routine digitalizzata.

Annientamento dell’Essere: funziono, dunque sono

A completare questo scenario di controllo non c'è più soltanto la manganellata o la censura mediatica, ma l'avvento di quel totalitarismo digitale teorizzato da pensatori come Shoshana Zuboff: un capitalismo della sorveglianza che mappa, anticipa e neutralizza il dissenso attraverso la profilazione algoritmica. Se Michel Foucault ci ha insegnato che la modernità nasce disciplinando i corpi attraverso spazi chiusi e gerarchici come la scuola-caserma e l'ospedale per forgiare “corpi docili”, oggi quel controllo si è fatto immateriale, pervasivo e digitalizzato. Le piazze di oggi vengono preschedate, i social network censurano o penalizzano sistematicamente la solidarietà riducendo la portata dei post (il cosiddetto shadowbanning), e la tecnologia viene convertita in un panopticon invisibile. Se a Genova lo Stato schedava i corpi nei cortei, oggi schedare il pensiero è diventato un processo automatizzato, silenzioso e pervasivo, che ci convince di essere liberi mentre ci recinta dentro confini digitali rigidamente controllati.

Ciò che più spaventa è proprio questa programmatica operazione di inaridimento della reazione collettiva. Questa società basata, volutamente, sull’iper-individualismo ci spinge all'indifferenza, mentre la propaganda soffia sul fuoco della paura costruendo falsi nemici: il pericolo dell'islamizzazione, la retorica della remigrazione, il pericolo del burqa o del niqab – che indosserebbero, guai a loro (ma anche fosse?!) insegnanti e alunne colpevoli di rendere discriminati e minoritari i nostri figli autoctoni (!) –, il tetto del 30% di alunni stranieri nelle scuole. Si dipingono come una minaccia i soggetti più vulnerabili, invertendo completamente la percezione della giustizia.

Cominciano a entrare nella famosa Finestra di Overton concetti e istanze che non sarebbero stati ammissibili, neppure dicibili, in quanto in netto contrasto con i principi e i valori su cui dovrebbe fondarsi una società che vuole dirsi democratica, e che si fonda su una Costituzione antifascista. Ormai l’inammissibile, l’intollerabile, entra a far parte di diritto e in maniera pericolosamente normalizzata e accettabile del dibattito pubblico e, di conseguenza, dell’agenda politica. E noi, normalizzando l’inaccettabile, lo accettiamo, lo interiorizziamo e lo facciamo entrare in quella finestra, sempre più dilatabile, per cui diventa “normale” parlare di “remigrazione”, di classi differenziate per alunni con disabilità, di tetti agli studenti che provengono da famiglie con background migratorio, di educazione militare nelle scuole, di persecuzione di insegnanti e istituti che ospitano webinar sulla Palestina o dove si parla dei rapporti di Francesca Albanese.

Diventa normale che si arrestino superstar hollywoodiane, come Susan Sarandon, perché manifestano davanti all’ONU mentre parla un criminale di guerra, con mandato pendente della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, quale è Benjamin Netanyahu, insieme a tutto il suo partito e ai ministri che ne fanno parte. Diventa tutto normalizzato, tollerato, accettabile; e il dissenso si trasforma in un atto di terrorismo o vandalismo, da criminalizzare, in questa retorica che ci rende soldatini passivi e incuranti, nel tentativo di costruire un nemico fittizio, un capro espiatorio che faccia da incubatore di frustrazioni rispetto a problemi ben più impellenti e urgenti (bisognerebbe ricominciare a parlare di lotta di classe, di sperequazione, di redistribuzione della ricchezza, di sanità al collasso, di soldi spesi per il riarmo, ecc., non di caccia al nemico straniero; ma è più semplice così, e il gaslighting la vince sempre!). Come del resto la propaganda e la retorica hanno sempre agito per oscurare problemi più grandi e insolubili dalla prospettiva dell’agenda politica, che attraversano la società tutta, trasformando colui o colei che stigmatizziamo come “diverso/a” in un pericolo, in una minaccia da neutralizzare, discriminare, emarginare, additare in ogni sua forma, con le buone o, nei peggiori dei casi, con le cattive maniere.

Questa vocazione alla sottomissione non nasce dal nulla: trova il suo primo, silenzioso laboratorio proprio nei banchi di scuola. È lì che l'istituzione scolastica – tradendo radicalmente la sua etimologia più profonda – smette di essere il luogo dell’ex-ducere, del “condurre fuori”, ovvero del risveglio e della fioritura del pensiero critico, per trasformarsi in una caserma burocratica votata all'addestramento e all’indottrinamento. Come ci ha insegnato Ivan Illich analizzando la società industrializzata, l'istruzione di massa rischia costantemente di ridursi a un dispositivo di mercato che distribuisce saperi certificati e merceologici, insegnando ai soggetti a delegare il proprio pensiero a un’autorità burocratica. E in questo ingranaggio, come evidenziato da Pierre Bourdieu, opera la “violenza simbolica”: la forma di dominazione più pervasiva, esercitata con la complicità di chi la subisce. Chi viene filtrato o giudicato dai canoni culturali e linguistici dominanti finisce per interiorizzare l'idea che la propria subalternità sia naturale, mentre la scuola valida l’habitus dei dominanti mascherando da merito democratico una spietata riproduzione sociale. La grammatica e i codici formali vengono imposti non come uno specchio vivo della realtà, ma come un corpus dogmatico di regole da memorizzare acriticamente per punire la deviazione e produrre corpi docili, perfette prede future del gaslighting di Stato.

Senza più un'idea di collettività o di comunità, spinti da questa pedagogia dell'obbedienza, finiamo per accettare la colpevolizzazione delle vittime: i palestinesi etichettati aprioristicamente come terroristi, gli aggressori assolti in nome del “diritto a difendersi”, e chi protesta schedato come sovversivo e marchiato con anni di carcere.

In questo scenario, torna di una drammatica attualità la distinzione che faceva Valerio Callieri, manifestante al G8 di Genova e rinchiuso nella caserma di Bolzaneto, tra colpevolezza e innocenza a livello politico e giuridico:

«Forse oggi io sono innocente, e con la parola ‘innocente’ non intendo qualcosa che abbia valenza giudiziaria, ma uno status molto più vicino all’indifferenza, e al compiacimento ironico di tale indifferenza [...]. La mia innocenza mi consente una tranquilla pacatezza di giudizio, conferitami dalla sottrazione, dalla capacità di non prendere parte veramente a nulla [...]. Noi non eravamo innocenti e non dovremmo considerarci vittime: storicamente, il tentativo di cambiare in maniera radicale il mondo in cui si vive ottiene come risposta una reazione abbastanza dura da parte di chi ritiene che il mondo vada benissimo così [...]. A livello politico il concetto di innocenza mi sembrava e continua a sembrarmene veramente ambiguo»[5].

Impariamo a essere colpevoli, politicamente

Essere politicamente colpevoli non significa esserlo sul piano dei codici penali e della legalità formale: significa assumersi la responsabilità di agire contro uno stato di cose ingiusto. L’innocenza immacolata è diventata la “coperta di Linus” di chi accetta lo status quo, l'accomodamento e la paura. Restare neutrali di fronte al collasso dello Stato di diritto significa essere complici dell'indifferenza.

Allora proviamo a diventare tutti colpevoli: colpevoli di creare crepe in questo inferno, colpevoli di scendere in piazza, di dire “no”, di rifiutare il gaslighting comunicativo che ci vuole lobotomizzati. Colpevoli di custodire una visione del mondo alternativa – sulla scia di quella degli zapatisti, capaci di immaginare “un mondo che contenga molti mondi” – e di custodire una memoria collettiva che non si permetterà mai di cancellare quel sangue (“don’t clean this blood”, sottotitolo di un altro film che ha l’effetto di una bomba nello stomaco: Diaz di Daniele Vicari).

Questo sangue. Quello del 2001, quello delle guerre imperialiste e quello del genocidio che continua a consumarsi, impunito, in diretta streaming sotto i nostri occhi. Ogni giorno e nell’ormai colpevole – questa sì – indifferenza globale. Forse siamo tutti, fin troppo, innocenti. Cominciamo a diventare colpevoli di reazione, di organizzazione, di attivismo, di ribellione, per costruire, o almeno immaginare (perché anche il potere dell’immaginazione ci è stato sottratto, in questo “dato di fatto” delle cose kantianamente dogmatico che annulla ogni alternativa, non solo di pensiero, ma anche di immaginario) di nuovo un mondo diverso, un mondo che sembrava possibile.

Forse nello sguardo azzurro di Carlo, spento per sempre, possiamo ancora ritrovarci e ritrovare la speranza per un mondo migliore. Senza mai, però, voltare la faccia di fronte al sangue che ancora lo ammanta. Non deve essere lo “sporco” che ci fa girare gli occhi dall’altra parte: questo manto di sangue va guardato, è l’impronta di una verità e di una memoria che mai andranno cancellate o ripulite per mondare vigliaccamente le nostre coscienze e convincerci che siano e restino immacolate. È semmai proprio questo pudore, questo sfuggire dalla realtà, questo pallore sbiadito che dovrebbero raccapricciarci, generare scalpore. Sporchiamoci, invischiamoci e infanghiamoci dentro questa negatività, non annulliamola, non rimuoviamo la polvere sotto i tappeti fingendo che non esista. Torniamo a essere colpevoli (nel senso politico, appunto, e non giuridico del termine) di dissenso e non innocenti menefreghisti, che si mettono la coscienza a posto per una faccina che piange sotto una città distrutta. Questa digitalizzazione e virtualizzazione selvaggia ci rende tutti assolti, impotenti e distaccati dal reale, ma invece dovremmo trovare le energie, la capacità e soprattutto un immaginario, ancorché utopico e idealista, che ci permetta di riunirci e attivare un pensiero, un progetto e un'azione collettiva che inglobi le forze e le idee, le istanze, la proiezione (nel senso filosofico e storico del termine – pro iacere, gettare in avanti, che rimanda anche all’uomo primitivo che scagliava pietre per difendersi dagli aggressori; oggi gli aggressori lanciano bombe, droni e propaganda nauseante e pericolosa) di chi non sta più alle regole di questo sistema, che davvero ci vorrebbe tutti impotenti, passivi, manipolabili e vittime di gaslighting.

Per farlo occorre innanzitutto reagire alla controrivoluzione neoliberista e all’Impero digitale che hanno annientato l’Essere Sociale lukacsiano, determinando un’involuzione della specie, per cui in Occidente la società è ritornata a funzionare secondo logiche di natura, come una somma di individui isolati da un individualismo ed egoismo sfrenato. L’uomo occidentale è sempre più fagocitato da un sistema che ne alimenta l’ego, ne annienta la coscienza e la progettualità. Già Zygmunt Bauman nella sua ultima lectio magistralis al Festival della Filosofia nel 2016 descriveva questa “legge della giungla” neoliberista come una legge pedagogica secondo la quale «fin da piccoli ai bambini viene insegnato l’antagonismo (…) Tutto ciò ha conseguenze sui legami umani, che vanno via via allentandosi». Addirittura, ci si impone l’autosfruttamento per cui «oggi, ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa. Ognuno è padrone e servo per la propria impresa. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi». Dall’isolamento indotto all’annientamento dell’Essere sociale il passo in fondo è breve, poiché «in conseguenza dell’isolamento del soggetto di prestazione che sfrutta se stesso, non si forma un Noi politico capace di un agire comune»[6]. Questo gaslighting non ci fa solo perdere il contatto con il reale, ma anche con noi stessi. La manipolazione che veicola “dalla culla alla tomba”, ci fornisce una «visione unidimensionale di ciò che siamo: ci vediamo e ci valutiamo come macchine che devono funzionare»[7] e non più come esseri umani nella società.

Tutto il filone del transumanesimo, come ultima frontiera della biopolitica e del biopotere, è basato proprio sulle capacità di creare una sorta di “uomo aumentato” in grado di superare gli inevitabili limiti biologici degli esseri umani in quanto esseri viventi. La tecnica, in Occidente, viene lasciata agire alla cieca e procede verso un’eugenetica che supera persino quella nazista in questa rincorsa folle. Il disabile, il malato, l’anziano e in generale chiunque cessi di essere produttivo dovrebbe essere sottoposto alla trasformazione della natura biologica con l’intervento della tecnica. Il cyberumano è già teorizzato dal transumanesimo come superamento delle imperfezioni dell’Uomo che non lo rendono compatibile con il modo di produzione capitalistico e, tra queste, svetta su tutte la libertà di pensiero, il libero arbitrio e l’assoluta non programmabilità della persona. L’Essere Umano continua a voler resistere, agendo in base a emozioni, impulsi ed esperienza che forniscono spessore e qualità alla vita e all’agire, ma poco si adattano a un sistema produttivo plasmato sempre di più sulla macchina. La conoscenza stessa, lungi dal ridursi a un mero accumulo statistico di dati, è qualcosa di strettamente legato all’azione, alla prova e all’errore.

A frenare tutto questo interviene il gaslighting che ci spinge a performare in una “società del funzionamento”, in cui però perdiamo la nostra umanità soprattutto perché veniamo alienati nel virtuale, distaccandoci dalla pratica individuale e sociale in cui viviamo. Smettiamo così di essere empatici e solidali, fino a dimenticarci di essere animali sociali e politici e perdiamo contatto con la nostra materialità fatta di corpi, teste pensanti, desideri e intuizioni. Tuttavia, fuori dall’Occidente, si pensa e agisce politicamente proprio per porre limiti etici, normativi e stabilire dei fini collettivi incastonando l’Uomo al centro del sistema sociale, riportandolo così alla sua effettiva natura. L’Occidente invece continua a fare un uso irrazionalistico della ragione, sostanzialmente per mantenere al potere una classe dirigente che non ha esitato e non esiterà a reprimere ogni rivolta, preventivamente con gli strumenti della psicopolitica o direttamente nel sangue come è accaduto in Italia durante il G8, più recentemente e a più ondate negli Stati Uniti e sta accadendo ancora in queste ore in Francia.

Quel sangue, questo sangue, di ieri e soprattutto di oggi, appartiene a tutti e a tutte noi, e dovrebbe contagiarci: questa ferita va tenuta aperta fintanto che sanguinerà. Stiamoci dentro. Non ripuliamola per far finta che restino pulite anche le nostre coscienze, individuali e collettive.

C’era chi si chiedeva come sarebbe stato il mondo futuro. Chi riusciva a immaginarlo. A immaginarlo migliore. Oggi abbiamo distolto gli occhi anche dal sogno, dalla mera possibilità di tesserlo con un invisibile filo di idealismo, di speranza, forse proprio perché la concretezza, l’impotenza cui siamo sottoposti ci rende impossibile anche solo la mera possibilità immaginifica. Però tornano alla mente le parole di quelle tante figure, più o meno eroiche, quasi simboliche o addirittura iconoclastiche, che idealizzavano, forse utopisticamente, una versione migliore della realtà, di ciò che ci circonda, pensando che valga la pena intervenire, non tanto in ciò che accade – come qualcosa di fatalistico – ma in ciò che possiamo cambiare, in ciò in cui possiamo intervenire per rendere migliore la realtà che viviamo, partendo dagli ultimi che quella realtà la subiscono come Prometeo incatenato a una roccia isolata sui monti del Caucaso mentre un’aquila gli dilania costantemente il fegato, colpevole di aver rubato il fuoco agli dei e reso più indipendenti e maturi gli esseri umani. Peccato di Hybris, per la Grecia arcaica. Oggi, io lo auspicherei, invece, a questa umanità che non sa dove ritrovare l’ardire, le fiamme di un’azione, di un risveglio e si lascia divorare il fegato da un sistema, un sistema-mondo che subiamo quotidianamente.

Eppure, c’era chi, tanto tempo fa, certe domande riusciva a porsele e a porle ancora:

“Come si chiamerà questo mondo? Quale sistema lo sosterrà o dominerà? Ebbene, questo lo decideranno o no, coloro che vivranno. Un mondo in cui il desiderio di egemonizzare e omogeneizzare impari da ciò che questo ha causato in questo e in altri tempi, e fallisca in quel mondo a venire. Un mondo in cui l’umanità non è definita dall’uguaglianza (che non fa altro che nascondere la segregazione di coloro che ‘non sono uguali’), ma dalla differenza. Un mondo dove la differenza non viene perseguitata, ma celebrata. Un mondo in cui le storie raccontate non sono quelle di chi vince, perché non vince nessuno”[8]

Ripartiamo da quelle domande. Non dalle risposte. Scriveva Rainer Maria Rilke, nella suggestiva poesia Sii paziente, in Lettere a un giovane poeta:

“Vivi ora le domande, che sono simili a stanze chiuse a chiave e ai libri scritti in lingua straniera. Non cercare ora le risposte che non possono esserti date, poiché non saresti capace di convivere con esse. E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco, senza accorgertene, ti troverai a vivere la risposta”.

Stiamo nelle domande. Non accontentiamoci e non nascondiamoci dietro risposte facili che mistificano la complessità e gli interrogativi che pone. Restiamo sporchi, non laviamo il sangue, che oggi, come ieri, continua a interrogarci. E che ci mette di fronte alla domanda fondamentale, filosofica, etica, esistenziale: “Chi sono io? Chi siamo noi?” ma, soprattutto: “chi voglio essere io? Cosa vogliamo essere noi?”

 

Don’t clean this blood.

From the river to the sea. Palestine will be free!

[1] D. Ferrario, Le strade di Genova, 2002

[2] Italo Di Sabato, Democrazia e autoritarismi. A venticinque anni dal G8 di Genova (2001-2026). Neoliberismo, governance e stato d’eccezione nel XXI Secolo, in Comitato Piazza Carlo Giuliani, Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. Dal “movimento dei movimenti” ai giorni nostri: storia e attualità di una lotta necessaria, Redstarpress, 2026, pp. 163-164.

[3] R. Curcio, Intelligenze artificiali e intelligenze sociali, Edizioni Sensibili alle foglie Società cooperativa, 2024, p. 89

[4] I. Di Sabato, in Genova 2001, op. cit., Comitato Piazza Carlo Giuliani, p. 165 e pp. 173-174.

[5] Valerio Callieri, È così che ci appartiene il mondo. Genova 2001, caserma di Bolzaneto, Feltrinelli, Milano, 2021, pp. 90-91

[6] Byung-Chul Han, Psicopolitica, nottetempo s.r.l., Milano, 2016, pp. 16 - 17

[7] M. Benasayag, Funzionare o esistere?, Vita e Pensiero, 2019, p. 23

[8] Frammenti di una lettera del Subcomandante Insurgente Moisés, Enlacezapatista.ezln.org.mx, 22 novembre 2023, in Comitato Piazza Carlo Giuliani, Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora, cit., p. 16.

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