Della crisi del tempo presente

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Della crisi del tempo presente



di Francesco Erspamer*


La crisi del nostro tempo deriva in gran parte dal fatto che non ci sono intellettuali che abbiano il coraggio e la lucidità di chiamarla tale: crisi, decadenza.

Tutti troppo ansiosi di compiacere i ricchi e i potenti, che hanno interesse a far credere che vada tutto benissimo (e per loro effettivamente va tutto benissimo), o magari di piacere alla gente ordinaria, milioni di individui incapaci di sentirsi parte di qualcosa più grande e duraturo di loro – un popolo, una comunità, una famiglia, una nazione, una religione, una civiltà, una cultura, un partito – e dunque disperatamente in cerca di conferme che l’attualità che stanno vivendo abbia senso e sia la migliore possibile. A questo servono ormai gli intellettuali: a vendere il presente e in modo divertente, intrattenente, se no gli altri, ricchi e poveri, si annoiano e neanche li stanno a sentire. E allora gli intellettuali si deprimono, si sentono inutili, soli, perdono fiducia in sé stessi e nelle proprie idee: come all’inizio degli anni novanta, quando di fronte alla sconfitta del comunismo, in cui avevano creduto, invece di serrare le fila e di organizzare una resistenza contro il più pervasivo e distruttivo regime della Storia, si convertirono in massa e istantaneamente alla fede liberal e liberista, ottenendo in cambio visibilità nei talk show e sui giornali e di conseguenza le prebende che la società dello spettacolo assicura alle celebrity.

Hanno anche paura di mostrarsi pessimisti, in un mondo in cui, a imitazione degli Stati Uniti, l’ottimismo euforico e giovanilistico è obbligatorio mentre dubitare nelle magnifiche sorti e progressive e nel destino manifesto della crescita economica e civile è politicamente scorretto.

Invece il compito degli intellettuali è quello di dire verità scomode e non di moda: e se ricevono pochi “mi piace”, tanto meglio, vuol dire che erano opportune. Perché il punto non è persuadere la gente a salvare il mondo: il punto è offrire alla gente la possibilità di prendere coscienza, ma se non la vuole, perché troppo distratta, superficiale, insicura o semplicemente in disaccordo, cazzi suoi, chi non vuole salvarsi non va salvato e non si salverà – i miracoli succedono solo nelle favole.
Quando a mia volta sono sfiduciato o stanco, rileggo alcuni autori a me cari: Machiavelli, Leopardi, Gramsci, Pasolini. Ma anche Petrarca, un grande italiano che gli italiani ignorano, preferendogli autori stranieri più pubblicizzati. Per esempio la sua lettera “de mutatione temporum”, uno straordinario manifesto del coraggio dell’inattualità, oggi introvabile in libreria. Ecco l’inizio: “So che mi verrà contrapposta quella frase di Orazio che, parlando del comportamento dei vecchi, li chiama queruli, incontentabili e lodatori del tempo della loro giovinezza. Ma per quanto io a volte rimpianga e lodi i tempi antichi, sono fondate sulla verità sia la mia lode del passato che la mia critica del presente". Sono poche pagine, ve le consiglio.

*Professore all'Harvard University

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