50 milioni di ipocrisia: la propaganda USA contro Maduro si scontra con la realtà

Nessuna prova, solo retorica. E intanto, Trump manda emissari a Miraflores

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50 milioni di ipocrisia: la propaganda USA contro Maduro si scontra con la realtà

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di Fabrizio Verde

Mentre gli Stati Uniti alzano il prezzo della loro caccia alle streghe contro Nicolás Maduro – ora a 50 milioni di dollari – una foto svela l’ipocrisia di questa propaganda: l’inviato speciale Richard Grenell, fresco di nomina da parte di Trump, ricevuto a Miraflores dal presidente venezuelano. Se Maduro fosse davvero il narcotrafficante fantasma descritto da Washington, perché inviare un emissario a trattare con lui? E soprattutto: perché il governo bolivariano, nonostante anni di sanzioni e attacchi, continua a godere di un sostegno popolare che, a differenza di Trump, non ha bisogno di essere alimentato da operazioni mediatiche?

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La “taglia” che non convince nessuno

Pamela Bondi, procuratrice generale degli Stati Uniti, ha annunciato con toni drammatici una “ricompensa storica” per chi consegnerà Maduro alla giustizia statunitense, accusandolo – come al solito, senza prove – di essere il burattinaio del narcotraffico continentale. Peccato che l’ONU, nei suoi rapporti, collochi il Venezuela solo come paese di transito della cocaina prodotta altrove, e che non esista alcuna evidenza di cartelli venezuelani paragonabili a quelli messicani tanto centrali nella narrazione ‘trumpiana’.

Ma la verità è che questa mossa è l’ultimo capitolo di una campagna grottesca, iniziata nel 2020 con una taglia da 15 milioni, poi salita a 25, e ora raddoppiata in un crescendo di retorica vuota. Il ministro degli Esteri venezuelano Yván Gil l’ha definita giustamente “la cortina di fumo più ridicola che abbiamo visto”, sottolineando come, mentre Caracas smantella attentati terroristici (come quello recentemente denunciato da Diosdado Cabello, legato alla CIA), Washington risponda con “un circo mediatico per compiacere l’ultradestra venezuelana sconfitta”.

Grenell a Miraflores: la doppia faccia di Trump

Eppure, mentre Bondi recita il copione del 'most wanted' a uso evidentemente mediatico, un altro inviato USA, Richard Grenell, viene fotografato mentre stringe la mano a Maduro nel palazzo presidenziale. Se il leader bolivariano fosse davvero introvabile o un pericoloso narcotrafficante, come sostiene la narrazione propagandistica statunitense, come mai Grenell sapeva esattamente dove incontrarlo e ha organizzato un incontro con lui per conto di Donald TRump?

L’episodio rivela l’assurdità della posizione statunitense: da un lato, si criminalizza Maduro per consumo interno (per galvanizzare l’elettorato di Trump, alle prese con una crisi di popolarità sempre più marcata); dall’altro, si cercano accordi sottobanco, perché Washington sa benissimo che senza il governo venezuelano – quello bolivariano - non si potrà mai giungere alla risluzione di alcune questioni, come migranti ed energia.

Popolarità reale vs. propaganda

C’è un altro elemento che smaschera questa farsa: il sostegno popolare. Nicolas Maduro, nonostante le difficoltà, mantiene un alto consenso che si misura nelle urne e nelle piazze, mentre Trump – che ora lo dipinge come il nemico numero uno – fatica a convincere persino la propria base, tra scandali giudiziari e promesse non mantenute.

La verità è semplice: questa “taglia” non servirà a catturare nessuno, ma solo a distrarre dall’incapacità statunitense di piegare un paese che, nonostante tutto resiste, avanza indomito. E mentre Bondi e Rubio recitano il solito teatrino, la foto di Grenell a Miraflores resta lì, a ricordare che la politica estera USA è fatta più di parole che di fatti.

 

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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