Dall’Ucraina europea all’Europa ucrainizzata (di Angelo d’Orsi)

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Dall’Ucraina europea all’Europa ucrainizzata (di Angelo d’Orsi)

 


di Angelo d'Orsi

 

Recentemente qualche giornale (in prima fila, al solito, “Il Fatto Quotidiano”) si è occupato di una vicenda accaduta a Recanati, dove, nel liceo Leopardi, uno studente è stato “processato” per aver organizzato nella settimana di autogestione, un incontro, on line, con due reporter di guerra in Donbass, Andrea Lucidi e Vincenzo Lorusso. Il suo nome e il suo volto erano stati addirittura resi pubblici da un giornalista ucraino, principale informatore, sembra, dell’on. Pina Picierno, la quale infatti si è subito scatenata contro i “propagandisti putiniani”. Con seguito di ispezione ministeriale e così via. E io stesso con Lucidi, Francesco Toscano, sono stato a Recanati a portare solidarietà allo studente, e a denunciare pubblicamente questo ennesimo episodio di russofobia e di ucrainofilia, grottesco ma grave, specie per le conseguenze cadute sulla testa dello studente.

Intanto, in tutta Italia, chi, come il sottoscritto, teneva conferenze sul tema guerra, veniva fatto oggetto di intimidazioni, aggressioni, interrogazioni comunali, o persino parlamentari. Il sedicente Partito radicale, con il bel personaggetto che dicono ne sia presidente (il caporione dei miei aggressori a Napoli nello scorso dicembre), con i patetici “+europeisti”, stilavano e rendevano pubblico una mappa della Penisola con l’indicazione delle località, dei nomi, delle azioni inquadrate sotto l’etichetta di “peste putiniana”. Con grande faccia tosta non soltanto presentavano gongolanti l risultato del loro osceno monitoraggio, ma rivelavano che il tutto si era svolto “con la collaborazione” dell’Ambasciata di Ucraina in Italia. Tutto regolare? Due partiti politici, anche se dello zero virgola, o poco più, redigono un elenco di persone da colpire e di luoghi da boicottare su suggerimento dell’ambasciatore di Kiev!? Ma vi pare normale?

E sopraggiunge il caso Biennale, con mobilitazione trasversale PD-Centrodestra per impedire venga riaperto il padiglione russo, come deciso dal direttore Pietrangelo Buttafuoco, con l’ineffabile ministro Giuli, che imperterrito continua a cianciare di “libertà della cultura”, ma… fino a un certo punto. Proprio come quel tale suo collega di governo, che sentenziò che il diritto internazionale conta “fino a un certo punto…”. Mentre probabilmente su sollecitazione della solita Pina Picierno (dirigente PD, vicepresidente del Parlamento UE), 22 paesi minacciano di togliere i finanziamenti alla prestigiosa istituzione veneziana se si ammettono i russi.

 Dietro tutto questo c’è sempre un pezzo di Ucraina: governi, ambasciate, consolati, giornalisti, o i loro emissari, radicali o sedicenti “europeisti” E poiché noi italiani non vogliamo essere secondi a nessuno, cancelliamo la prevista, e contrattualizzata esibizione di una della più celebri danzatrici del mondo, Svetlana Zacharova (penalizzata forse anche da un cognome così pericoloso…): la sua duplice performance all’Auditorium Parco della Musica di Roma viene annullata tre giorni prima, senza uno straccio di motivazione. Lo zampino ucraino sicuramente si è mosso, e ha ottenuto il risultato.

Non basta. Il menzionato Lorusso (da non confondere con l’omonimo, ma con il “Lo” separato da “Russo” sindaco di Torino, accanito russofobo e ucrainofilo, esperto in boicottaggi culturali: posso testimoniarlo in prima persona!) pubblica il suo secondo libro, dopo quello che io stesso avevo recensito su queste pagine (De “russophobia”, Quattro Punte edizioni): il nuovo prodotto, con lo stesso editore, si intitola Ciak. Si censura che elenca una serie impressionante, a livello italiano ed europeo, di impedimenti frapposti alla proiezione di documentari russi. Apriti cielo! Le librerie, specie quelle delle grandi catene mettono in atto un sordo boicottaggio, volto a scoraggiare chi lo chiede: “non ne sappiamo nulla…è difficile da far arrivare… “ e via seguitando.

Intanto i ghostbusters della “peste putiniana” organizzano addirittura un “convegno” a Milano, nello stesso salone “Di Vittorio” della Camera del Lavoro, dove, guarda caso, il sottoscritto, con Elena Basile, qualche settimana prima ha svolto un’affollatissima conferenza (a dispetto di ukaze dei soliti “radicali” che invitavano la CGL a non concederci quegli spazi): leggere il programma, e i nomi dei relatori è persino spassoso, con una prevalenza di ucraini, naturalmente. A dispetto dell’infimo livello culturale e del palese, dichiarato intento propagandistico, a costoro, forse per “par condicio” viene concesso lo stesso spazio: forse i dirigenti milanesi della CGL temevano ritorsioni ucraine? Il raduno degli zelenskiani si intitola, senza vergogna, “Peste putiniana. La guerra ibrida del Cremlino contro la democrazia”.

Solo pochi giorni prima una iniziativa organizzata dall’on. Stefania Ascari alla Camera, volta a presentare il mio libro Catastrofe neoliberista. Il regime che ha devastato le nostre vite (LAD Edizioni, giunto in questi giorni alla seconda edizione, riveduta e notevolmente accresciuta) suscita l’ira funesta del senatore Calenda, che grida allo scandalo: un putiniano, cioè io, a Montecitorio! In questo caso, come in tutti gli altri, del resto, la sua è stata una patetica vox clamantis in deserto; neppure l’on. Picierno l’ha ascoltata. Che disdetta!

E a proposito di documentari, si annuncia ora per i giorni 11-12 aprile una nuova edizione del Festival “Il tempo dei nostri eroi” organizzato dalla rete russa RT; ma gli organizzatori italiani hanno soltanto comunicato che si terrà in provincia di Bologna, senza altre precisazioni, per timore di incursioni di radicali sbandati e divieti di amministrazioni piddine  (finora quelle più zelantemente ucrainofile: si pensi alla sindaca di Firenze che consegna le chiavi della città al suo omologo primo cittadino di Kiev!). E lo staff russo sta avendo difficoltà ad ottenere i visti, ricorrendo a sotterfugi attraverso altri governi europei, dato il sordo boicottaggio delle autorità italiane.

Davvero tutto questo è normale? Davvero siamo in guerra con la Russia? E chi osa aprire un dialogo con dirigenti, ma anche intellettuali, artisti, sportivi di quel paese, deve essere sanzionato, additato alla pubblica ignominia, minacciato? Davvero vogliamo rinunciare per sempre alle fonti energetiche russe, specie ora che il petrolio viene, giustamente, bloccato sullo Stretto di Ormuz? Davvero vogliamo suicidarci in nome dell’atlantismo, e dei suoi asseriti “valori”? Davvero siamo pronti a imbarcarci in una guerra nucleare? (Perché questo significherebbe, sfidare la Russia).  Ma allora, voi dirigenti politici, voi governanti, voi opinion leaders, ditecelo chiaramente: siamo in guerra con la Russia! E noi popolo faremo le barricate, no, non contro i russi, che non sono i nostri nemici, ma contro di voi.

Il golpe di Euromaidan a Kiev del 2014 (che rovesciò il legittimo governo ucraino per insediarne uno filo-UE e filo-NATO), da noi fu salutato con entusiasmo, sostenendo che si trattava di una rivolta “spontanea” di “giovani che volevano venire in Europa”: lo ha ripetuto più volte il solito Calenda, condendo le sue asserzioni fantasiose con ingiurie a “questo tipo” (il sottoscritto): il senatore, a quanto pare digiuno della pur minima conoscenza dei fatti insulta non solo me, ma Jeffrey Sachs di dire “fregnacce”: proprio non gli va di documentarsi, neppure un minimo? La sua fonte sono le veline di Kiev, e il fatto stesso che egli sia stato recentemente là, e nessuno, tra l’altro, gli ha chiesto ragione di questo viaggio, ma lui pretende che chi si reca in Russia debba spiegare a lui il perché ci va. Bizzarra concezione della libertà, davvero. A Calenda ancora una volta, per non stancarlo (studiare implica fatica, in effetti), bastino le dichiarazioni di Victoria Nuland, perno delle politiche anti-Mosca negli Usa, che ammetteva serenamente di aver investito miliardi di dollari per il regime change, poi avvenuto, tutt’altro che pacificamente nel 2014. Politici e commentatori sentenziarono allora: “l’Ucraina si europeizzerà”. È accaduto l’opposto: è l’Europa che si sta ucrainizzando. E l’Italia, ahinoi, è in prima fila.

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