Dall'illusione umanitaria alla resistenza necessaria: il momento critico del Sud globale

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Dall'illusione umanitaria alla resistenza necessaria: il momento critico del Sud globale

 

Intervista a Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya dell’Istituto di Studi sul Medio Oriente presso l’Università del Nord-Ovest in Cina

di Rong Jianxin per Wenhua Zongheng

a cura di Pasquale Liguori per l’Antidiplomatico

Il 20 gennaio 2026 ha segnato il primo anniversario dell'insediamento di Trump. Tre giorni prima, lo stesso Trump ha minacciato di imporre dazi doganali a otto paesi europei, annunciando che le aliquote sarebbero aumentate progressivamente al 10% e quindi al 25% fino al raggiungimento di un accordo relativo all'"l'acquisizione completa e totale della Groenlandia da parte degli Stati Uniti". Medvedev ha commentato ironicamente che "rendere l'America di nuovo grande" (MAGA) equivale a "rendere la Danimarca di nuovo piccola e l'Europa di nuovo povera". Una verità che, secondo lui, "anche gli idioti hanno finalmente capito".

Come dovremmo interpretare sistematicamente gli interventi internazionali ad alta frequenza e intensità del primo anno di presidenza Trump? Con tre anni ancora davanti, come evolverà l'ordine internazionale?

In questa intervista, Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya docenti presso l’Istituto di Studi sul Medio Oriente all’Università del Nord-Ovest in Cina sostengono in modo incisivo che l'ordine mondiale del secondo dopoguerra, le istituzioni internazionali e persino i valori “umanitari” alla base di questo sistema sono sempre stati strumenti per la ricerca del profitto imperialista e non qualcosa caduto in obsolescenza sotto Trump. Dalle campagne contro terrorismo e droga fino al premio Nobel per la pace, questo frame ha permesso all'interventismo americano di prosperare a livello globale: Gaza e il Venezuela di oggi non sono che versioni evolute dell'Iraq e della Siria di ieri. Tuttavia, a differenza delle nazioni europee che ancora si aggrappano alle speranze di un ordine internazionale, gli Stati Uniti in declino hanno riconosciuto con anticipo la legittimità ormai vacillante di queste armi morali, scartandole in modo deciso per perseguire invece il consolidamento interno e affermare l'egemonia esterna.

I paesi del Sud del mondo si sono allertati in tempo, ma la sola consapevolezza non può fermare le bombe. Le forze di resistenza antimperialista non hanno ancora compreso la necessità di un auto-riforma intrappolate come sono tra classe compradora e sanzioni imperiali. E così intere nazioni e aree regionali pur detenendo un primato morale continuano a frammentarsi mancando di capacità strategica. I due accademici intervistati sottolineano che ci troviamo in un momento critico di accelerazione storica: i paesi del Sud necessitano di alleanze regionali che, attraverso la mobilitazione di massa, superino la dipendenza dai regimi e trasformino le parole in condizioni materiali per la resistenza.

Wenhua Zongheng. Partiamo dai fatti più recenti. Sebbene l'amministrazione Trump sia sempre più spregiudicata nel non mascherare le proprie azioni, i suoi sostenitori e rappresentanti continuano a brandire la retorica umanitaria come arma: Machado, ad esempio, ha esaltato con fervore il rapimento di Maduro da parte degli Stati Uniti come un contributo “alla libertà del popolo venezuelano”. Ironia della sorte, quando Trump ha dichiarato la sua intenzione di assumere il pieno controllo della Groenlandia, i paesi occidentali, in particolare gli alleati della NATO, sembrano essersi improvvisamente resi conto dell'inaffidabilità di questo sistema. Quando sono in gioco gli interessi, il cosiddetto ordine internazionale diventa carta straccia. Proviamo a ricostruire con voi la storia di come gli Stati Uniti hanno legittimato l'interventismo estero attraverso tale retorica.

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Una volta compreso che "diritti umani" e "umanitarismo" non sono principi universali, ma strumenti complessi di proiezione del potere imperiale, le apparenti contraddizioni nel discorso americano scompaiono. L'uso di questa retorica umanitaria come arma è una forma di umanizzazione selettiva, in cui alcuni gruppi sono ritenuti degni di protezione mentre altri sono esclusi dall’universo morale, ritenuti indegni di diritti.

Questa selettività opera attraverso la struttura logica della definizione di "umanità" delle potenze imperiali. In base a gerarchie coloniali e imperiali, la modernità occidentale ha storicamente tracciato il confine tra "umano" e "non-umano". Il termine ‘umano’ nel discorso sui diritti umani indica specificamente quei gruppi che servono gli obiettivi imperiali, mentre i resistenti sono sistematicamente disumanizzati e quindi esclusi dalla protezione umanitaria, proprio come avviene per i “barbari e terroristi palestinesi” nel contesto di Gaza. Nell'agosto scorso, il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il suo Rapporto sui Diritti Umani 2024, definendo le azioni israeliane a Gaza "operazioni militari legittime" e condannando la tecnologia di intelligenza artificiale della Cina e i droni dell'Iran come “minacce ai diritti umani globali”. Questo approccio rivela chiaramente come il discorso umanitario giudichi l'accettabilità sulla base del rapporto tra specifiche azioni e interessi imperiali degli Stati Uniti.

Tale modello diventa più coerente se si esamina come questo quadro discorsivo umanitario abbia operato nel corso di decenni di intervento americano in Asia occidentale. L'uso sistematico dei meccanismi delle Nazioni Unite come arma non solo protegge le azioni diplomatiche, ma condona anche le operazioni di intelligence dirette e gli attacchi militari, erodendo fondamentalmente le istituzioni internazionali.

Un esempio: l'amministrazione Bush giustificò l'invasione dell'Afghanistan nel 2001 citando la necessità di “liberare le donne afghane dall'oppressione dei talebani”. Laura Bush ha tenuto discorsi radiofonici sui diritti delle donne, mentre le bombe americane distruggevano le infrastrutture dell'Afghanistan. Attraverso l'uso sistematico della retorica femminista, gli Stati Uniti hanno trasformato un intervento puramente strategico in una “missione civilizzatrice”, creando il quadro ideologico per la successiva occupazione durata due decenni. Ironia della sorte, l'occupazione americana non è riuscita a migliorare concretamente la situazione delle donne, causando invece sfollamenti di massa e vittime civili, a dimostrazione del fatto che la retorica umanitaria ha oscurato il problema invece di risolvere le condizioni materiali che pretendeva di migliorare.

La strategia impiegata durante l'invasione dell'Iraq del 2003 è stata diversa, ma ha rivelato anch’essa come le istituzioni delle Nazioni Unite siano state strumentalizzate per raggiungere obiettivi militari. Le preoccupazioni umanitarie relative alla situazione dei diritti umani sotto Saddam Hussein hanno fornito una giustificazione parziale per il cambio di regime, nonostante gli Stati Uniti avessero sostenuto quello stesso governo durante la guerra Iran-Iraq per i propri interessi. Un rapporto del New York Times del 1999 ha rivelato che le agenzie di intelligence statunitensi si erano sistematicamente infiltrate nelle squadre di ispezione delle armi delle Nazioni Unite per condurre attività di spionaggio contro l'Iraq. Funzionari statunitensi hanno infatti confermato che la CIA ha utilizzato la copertura degli ispettori delle Nazioni Unite per raccogliere informazioni sulle installazioni militari irachene e sulle comunicazioni governative. Tale infiltrazione ha permesso agli Stati Uniti di raccogliere informazioni su potenziali obiettivi militari sotto la legittimità internazionale concessa dall'autorizzazione delle Nazioni Unite, trasformando missioni apparentemente umanitarie e di disarmo in operazioni di intelligence segrete al servizio degli obiettivi strategici americani.

Il caso libico dimostra come la strategia sfrutti le istituzioni internazionali per fornire legittimità multilaterale all'intervento imperiale. L'intervento della NATO del 2011 è stato autorizzato in base al principio della Responsibility to Protect, apparentemente per evitare una potenziale catastrofe umanitaria a Bengasi. Il commento celebrativo di Hillary Clinton “We came, we saw, he died" (siamo venuti, abbiamo visto, è morto), alla morte di Gheddafi, ha messo a nudo la logica trionfalistica alla base dell'interventismo umanitario. Il paese più prospero dell'Africa è poi diventato un luogo di mercati di schiavi e guerra civile.

La Siria ha assistito alla versione più sofisticata di questa strategia. La “preoccupazione umanitaria” per i manifestanti repressi da Assad ha fornito la giustificazione per armare l'opposizione, prolungando e intensificando il conflitto. L'attenzione concentrata sugli attacchi chimici e sulle vittime civili ha distolto l'attenzione dall'obiettivo più ampio degli Stati Uniti: indebolire l'influenza iraniana e smantellare la capacità dello Stato siriano. L'amplificazione sistematica delle questioni relative ai diritti delle donne e alla protezione delle minoranze ha creato una pressione morale a favore dell'intervento; le affermazioni di “proteggere la popolazione” hanno oscurato il danno inflitto loro dal conflitto prolungato.

Questo schema persiste ancora oggi. Nell'agosto 2025, i ribelli Houthi dello Yemen (AnsarAllah) hanno fatto irruzione negli uffici del Programma alimentare mondiale e dell'UNICEF a Sana'a. Hanno affermato che queste organizzazioni umanitarie venivano utilizzate per raccogliere informazioni e collaborare con la coalizione guidata dall'Arabia Saudita che, con il sostegno militare degli Stati Uniti, ha devastato lo Yemen.

Il modello di infiltrazione delle agenzie delle Nazioni Unite utilizzato durante la guerra in Iraq ha alimentato le legittime preoccupazioni dell'opinione pubblica sul fatto che le organizzazioni umanitarie possano essere cooptate per scopi militari. Come avvenuto con le fondazioni umanitarie di Gaza, permangono i sospetti che tali operazioni possano ignorare i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario.

Infine, il caso iraniano illustra come questo quadro si adatti quando l'intervento militare si rivela impraticabile, trasformandosi in ultima analisi in sanzioni globali contro la nazione e sostegno ai movimenti di opposizione. Durante le proteste, gli Stati Uniti hanno sistematicamente amplificato le questioni relative ai diritti delle donne locali, strumentalizzando le lotte delle donne iraniane per minare la stabilità del governo e presentando l'America come difensore universale dei diritti umani, nonostante le sanzioni infliggessero danni pratici tangibili alle donne e alle famiglie iraniane. Il discorso umanitario può non avere alcuna relazione con le preoccupazioni reali delle popolazioni che pretende di proteggere.

Un'analisi degli interventi storici rivela che l'“imperialismo dei diritti umani” costituisce una strategia globale sistematica degli Stati Uniti piuttosto che l'applicazione coerente di un principio universale. Il meccanismo rimane identico in tutte le operazioni: amplificare le lamentele genuine, oscurando al contempo il modo in cui l'intervento degli Stati Uniti peggiora le condizioni dei gruppi che si pretende di proteggere; creare crisi umanitarie per giustificare interventi che servono obiettivi geopolitici più ampi; sfruttare le istituzioni internazionali per conferire legittimità multilaterale a interessi imperiali unilaterali, minando sistematicamente la loro neutralità attraverso l'infiltrazione dei servizi segreti e il coordinamento militare.

Attraverso un meticoloso perfezionamento iterativo, questo quadro viene ora utilizzato contro la Cina nell'era contemporanea. Attraverso frodi metodologiche e ricerche fabbricate, Adrián Zenz ha sistematicamente inventato false accuse contro la Cina, strumentalizzando il discorso umanitario contro il nuovo sfidante dell'egemonia americana. Anche la risposta delle istituzioni internazionali rivela una forte parzialità: a Gaza, di fronte a prove concrete schiaccianti e alla conclusione della Corte internazionale di giustizia che vi sono “prove credibili di genocidio”, queste istituzioni occidentali hanno esitato, invitando alla moderazione nelle critiche. Tuttavia, di fronte a ricerche piene di errori matematici e difetti metodologici, queste stesse istituzioni hanno senza esitazione mosso accuse identiche contro la Cina.

 

Wenhua Zongheng. A tal proposito, non si può trascurare il premio Nobel per la pace 2025. Pochi giorni fa, Machado ha donato medaglia e diploma ricevuti a Trump, rendendo questo riconoscimento, già gravemente screditato, sempre più simile a una farsa. In effetti, i critici denunciano da tempo questo premio come un'arma dell'imperialismo dei diritti umani. Cosa ne pensate?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Inventare le “atrocità” degli avversari di un impero per oscurare la vera violenza perpetrata dai propri alleati: l'ultima e più sfacciata manifestazione di questa strategia è l'assegnazione del premio Nobel per la pace 2025 all’icona dell'opposizione venezuelana María Corina Machado. Il Comitato norvegese per il Nobel l'ha lodata per aver “promosso instancabilmente i diritti democratici”, ma già nel 2020 aveva firmato un accordo di cooperazione formale con Netanyahu e il partito di destra israeliano Likud. Dopo il premio, ha telefonato a Netanyahu per lodare “gli sforzi di Israele contro l'Iran” e ha espresso il suo sostegno alle azioni dell'esercito israeliano durante il genocidio a Gaza. Come affermato in una lettera aperta al Comitato Nobel da parte della Rete di intellettuali, artisti e movimenti sociali in difesa dell'umanità, questo premio “è macchiato di sangue”. I rivoluzionari bolivariani che Machado cerca di annientare sono in netto contrasto con la sua posizione. Nel luglio 2024, durante le elezioni presidenziali, Nicolás Maduro ha proclamato “Lunga vita alla Palestina libera”, mentre la sua avversaria Machado aveva da tempo dichiarato che “la lotta di Israele è la nostra lotta”. Questa divergenza rivela la loro fondamentale opposizione riguardo all'atteggiamento nei confronti dell'imperialismo e del genocidio, nonché le loro diverse interpretazioni del vero significato dei “diritti umani”. Nel 2009, durante l'operazione israeliana “Cast Lead”, la rivoluzione bolivariana di Chávez ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele e ha condannato senza mezzi termini le sue azioni genocidarie a Gaza, rendendo il Venezuela la prima nazione latino-americana a rompere le relazioni con questo Stato coloniale e a riconoscere i confini della Palestina del 1967.

Maduro ha costantemente definito la causa palestinese come “la causa più sacra dell'umanità” e nel novembre 2024 ha ospitato a Caracas la “Conferenza internazionale di solidarietà con la Palestina”. La leader palestinese Leila Khaled si è rivolta ai delegati di 53 nazioni presenti alla conferenza. Maduro ha appoggiato la causa per genocidio intentata dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, ha denunciato il “silenzio codardo” dell'ONU di fronte alle atrocità israeliane e ha avvertito che qualsiasi accordo di cessate il fuoco ingiusto avrebbe portato solo a una “pace di macerie”.

Pertanto, il premio Nobel per la pace opera secondo una logica di “umanitarismo al contrario”: onora i sostenitori indiscussi del genocidio mentre mette a tacere coloro che vi si oppongono; incoraggia la solidarietà con i criminali di guerra e condanna l'unità degli oppressi. Machado si è impegnata a ripristinare le relazioni diplomatiche con Israele, a trasferire l'ambasciata del Venezuela a Gerusalemme e a “riconoscere pienamente la sovranità israeliana sulla città”, una mossa che ribalterebbe decenni di principi di solidarietà venezuelani e allineerebbe la nazione al progetto coloniale di smantellamento della Palestina. Allo stesso modo, ha esplicitamente sostenuto la privatizzazione della compagnia petrolifera statale venezuelana (PDVSA), lo smantellamento della supervisione pubblica della regolamentazione finanziaria e l'attuazione delle politiche di aggiustamento strutturale dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale, un “rimedio” neoliberista che ha devastato numerose nazioni del Sud del mondo arricchendo il capitale transnazionale.

Il premio Nobel per la pace funge da strumento di soft power imperialista-capitalista: coopta i leader che si allineano al consenso imperialista, esagera la minaccia rappresentata dalle “barbariche” lotte antimperialiste, erode la loro influenza, consolida l'egemonia occidentale e strumentalizza l'umanitarismo per legittimare l'abuso della forza. Questo è stato il modus operandi costante del premio Nobel per la pace. Nel 1994, il premio è stato assegnato a Shimon Peres, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, avallando gli Accordi di Oslo, un accordo che ha incorporato il movimento di liberazione nazionale palestinese nel quadro della gestione degli aiuti internazionali, oscurandone la natura antimperialista e gettando le basi istituzionali per l'attuale genocidio. Nel 2009, Barack Obama ha ricevuto il premio pochi mesi dopo il suo insediamento. Dopodiché ha prontamente esteso gli omicidi con droni in Somalia, Yemen e Pakistan, ha perseguito una guerra ibrida, ha distrutto la Libia e ha ampliato le basi militari in Africa e Medio Oriente. Nel 2016, il premio è stato assegnato al presidente colombiano Juan Manuel Santos, conferendo legittimità internazionale al suo cosiddetto “processo di pace”, un processo preceduto dalla campagna di assassinio sistematico da parte del suo governo contro la leadership delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, che alla fine ha preservato il dominio oligarchico aprendo le porte della nazione al capitale transnazionale.

Anche il momento in cui è stato assegnato il premio a Machado è significativo. Durante la cerimonia del dicembre 2025, le organizzazioni pacifiste norvegesi hanno organizzato proteste all'esterno, mentre oltre 80 latinoamericani sono stati uccisi nei Caraibi dalle forze statunitensi con il pretesto della “lotta alla droga”. Quattro organismi delle Nazioni Unite hanno stabilito che queste azioni degli Stati Uniti costituiscono “esecuzioni extragiudiziali in violazione del diritto internazionale”. Machado non solo ha approvato il quadro operativo degli Stati Uniti, ma ha anche fatto eco alle accuse dell'amministrazione Trump, definendo il Venezuela uno Stato “narcoterrorista” che richiede un intervento militare. La Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà ha condannato il premio, affermando che “è stato conferito a un politico che sostiene l'intervento e difende le violazioni del diritto internazionale, tradendo lo scopo stesso del premio Nobel per la pace”. Tuttavia, questa apparente contraddizione si dissolve quando si riconosce che il vero scopo del premio non è mai stato quello di promuovere la pace, ma piuttosto di legittimare la violenza essenziale per sostenere l'egemonia imperiale.

Se la comunità internazionale non riconoscerà e non resisterà a tali pratiche, la retorica umanitaria che un tempo legittimava la distruzione di Afghanistan, Iraq, Libia e Siria (insieme all'infiltrazione sistematica delle agenzie delle Nazioni Unite per la raccolta di informazioni e gli attacchi mirati) continuerà ad essere utilizzata contro qualsiasi nazione che osi perseguire un percorso indipendente. L'aperto sostegno di Netanyahu al rapimento militare statunitense del presidente del Venezuela, insieme all'insabbiamento da parte del premio Nobel per la pace degli alleati ideologici imperialisti – ciò che sta accadendo oggi a Caracas – dimostra che non si tratta di un rischio ipotetico futuro, ma di attualità. Il discorso sui diritti umani, sistematicamente eroso, come previsto dagli strateghi imperialisti, sarà inevitabilmente utilizzato contro la Cina, aprendo la strada a quello che potrebbe rivelarsi il più significativo scontro tra grandi potenze nella storia dell'umanità fino ad oggi. Pertanto, il ripristino di autentici principi umanitari e dell'indipendenza istituzionale è diventato un imperativo urgente per il futuro comune dell'umanità e per la pace e la giustizia globali.

 

Wenhua Zongheng. Eppure, nei recenti conflitti, osserviamo un chiaro declino nell'accettazione internazionale di questa narrativa. Dalla “guerra al terrorismo” alla “guerra alla droga”, l'impostazione americana ha sempre meno riscontro. Come interpretare questo cambiamento di percezione?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Per capire perché la narrativa della “guerra alla droga” ha perso la sua efficacia, dobbiamo prima ripercorrere il contesto storico delle strategie di propaganda imperiale. Fin dalla Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno costantemente utilizzato tali narrazioni per giustificare i loro interventi nel Sud del mondo. La “guerra alla droga” segue la stessa linea della “guerra al terrorismo”: creando nemici astratti – terrorismo, droga, migranti, corruzione – legittima l'aggressione militare, economica e politica contro gli Stati sovrani che resistono all'egemonia americana.

Il modello della “guerra alla droga” è stato stabilito durante l'era Reagan. La “guerra al terrorismo” emersa dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 ne ha rappresentato una versione intensificata e globalizzata, non una novità. Entrambe operano attraverso meccanismi identici: specifiche popolazioni vengono razzializzate e descritte come intrinsecamente minacciose; questioni che originariamente appartenevano alla sfera sociale o della salute pubblica vengono militarizzate; le istituzioni internazionali vengono manipolate per fornire una legittimità mutevole agli obiettivi imperiali unilaterali; e la distruzione, l'incarcerazione o l'eliminazione di coloro che il capitalismo neoliberista considera “popolazione in eccesso” per trarne profitto. Nel 1971, l'amministrazione Nixon ha criminalizzato l'uso di droghe, utilizzandolo a livello nazionale come meccanismo di controllo razzializzato; attraverso agenzie come la Drug Enforcement Administration (DEA), questa logica si è estesa a livello globale, trasformando le nazioni sovrane in obiettivi della polizia imperiale. Quando è iniziata la “guerra al terrorismo”, era già in atto un apparato completo che comprendeva ideologia, quadri istituzionali e dispiegamenti militari.

Oggi il mondo vede oltre queste menzogne, poiché la storia dell'imperialismo è ormai sotto gli occhi di tutti. La coerenza di questo modello operativo è troppo evidente per essere ignorata o fraintesa. Negli ultimi due anni, a Gaza si è consumato il crimine più atroce di questo secolo: un genocidio trasmesso in mondovisione, in cui le forze israeliane hanno massacrato oltre 64.000 bambini, mentre l'America le sosteneva con munizioni, copertura diplomatica e appoggio finanziario. Assistiamo a un contrasto agghiacciante e stimolante: Trump ha corteggiato e lodato con entusiasmo l'attuale presidente siriano Ahmad al-Sharaa (alias Abu Muhammad al-Julani), un tempo designato come terrorista dagli Stati Uniti; allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno bollato Nicolás Maduro come “boss della droga”. I terroristi diventano politici, i presidenti eletti diventano criminali: queste etichette non hanno alcuna relazione con il fatto che abbiano realmente partecipato al terrorismo o al traffico di droga. Sono più simili a etichette imperiali: imposte ai resistenti, poi ritirate una volta che si sottomettono.

Prima del 2001, la produzione di oppio in Afghanistan era diminuita di dieci volte. Successivamente, durante l'occupazione statunitense, è aumentata di trenta volte. Dopo il ritiro degli Stati Uniti, i talebani hanno vietato la coltivazione del papavero, causando un crollo del 95% nella produzione di oppio. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, il Venezuela svolge solo un ruolo marginale nel traffico globale di droga, eppure deve affrontare le accuse degli Stati Uniti di “contrabbando di droga”; nel frattempo, le banche di Wall Street riciclano denaro per i cartelli della droga impunemente: la Wachovia Bank ha finanziato spedizioni di cocaina per un valore di centinaia di milioni di dollari senza che nessun dirigente fosse perseguito penalmente; Filadelfia ha sequestrato una nave della JPMorgan Chase carica di cocaina, ma solo i membri dell'equipaggio sono stati incarcerati. Di fronte alle sue contraddizioni interne, questa narrativa propagandistica è crollata da tempo.

La maggior parte della popolazione mondiale, in particolare quella del Sud del mondo, ha assistito a troppi interventi storici per accettare questa retorica come buona. I popoli latinoamericani hanno assistito al “Plan Colombia” e alla “Merida Initiative” che hanno investito miliardi nella militarizzazione, ma i flussi locali di droga rimangono invariati mentre la violenza contro i civili aumenta. Le loro terre d'origine sono diventate le regioni più violente del mondo – otto dei dieci paesi con i più alti tassi di omicidi a livello globale si trovano in America Latina – una conseguenza diretta della “guerra alla droga”. I popoli dell'Asia occidentale e del Nord Africa hanno assistito in prima persona alla devastazione causata in Iraq, Libia, Siria e Afghanistan con il pretesto della “guerra al terrorismo”, che ha ridotto in rovina caotiche nazioni un tempo prospere. Il modello è chiaro: distruzione continua, conseguenze prevedibili, inevitabile saccheggio delle risorse a seguito dell'intervento militare e stretto legame con le manovre geopolitiche... Le persone hanno imparato a proprie spese la dura lezione dell'“educazione basata sull'esperienza” dell'imperialismo.

 

Wenhua Zongheng. Questo significa che la resistenza all'interventismo americano è diventata un consenso tra le nazioni del Sud del mondo? Quali implicazioni potrebbe avere questo per le dinamiche internazionali attuali e future?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Questo crescente scetticismo indica che l'interventismo americano sta affrontando una crisi fondamentale di legittimità? Certamente sì, ma dobbiamo comprendere il momento storico in cui viviamo e cosa questa crisi possa o non possa significare.

Siamo entrati in un'era di storia accelerata. Si tratta di un momento critico senza precedenti: la situazione è complessa e turbolenta, gli sviluppi stanno accelerando rapidamente e siamo sull'orlo di un'esplosione. Le grandi trasformazioni storiche spesso iniziano in questo modo: i fattori che precipitano il collasso si accumulano inesorabilmente, mentre un impero morente si scaglia in tutte le direzioni, ignorando le regole, senza esercitare alcuna moderazione e abbandonando completamente la sua precedente parvenza di legittimità.

Trump lo ha recentemente chiarito in modo inequivocabile: “Non ho bisogno del diritto internazionale”. Non si tratta di un lapsus, ma di una dichiarazione ufficiale secondo cui l'ordine internazionale esistente non offre più alcuna protezione, infrangendo completamente l'illusione che il meccanismo delle Nazioni Unite e le istituzioni dominate dall'Occidente possano proteggere gli oppressi dalla violenza imperiale. Chiunque creda ancora nel sistema attuale vive in una pericolosa illusione riponendo le proprie speranze nel diritto internazionale, nelle istituzioni controllate dai perpetratori della violenza o negli Stati Uniti e nei loro alleati che si sono autoproclamati protettori dei deboli. L'ordine prevalente non è mai stato concepito per frenare l'impero, ma per legittimarlo. Trump ha semplicemente articolato ciò che è sempre stato vero. Un impero al tramonto diventa sempre più selvaggio, utilizzando la colonizzazione e il genocidio come strumenti, mentre le stesse istituzioni che dovrebbero impedire tali orrori vengono strumentalizzate per garantirne la licenza.

Recentemente, Trump ha pubblicato immagini manipolate dall'intelligenza artificiale sulla sua piattaforma “Truth Social”, sovrapponendo la bandiera a stelle e strisce al Canada, al territorio danese della Groenlandia e al Venezuela.

Il punto cruciale è che, anche se la legittimità sta diminuendo, gli Stati Uniti e Israele non si sono fermati né hanno fatto marcia indietro. Si sono consolidati internamente. Dopo aver scoperto il fallimento dei vecchi meccanismi di consenso, hanno iniziato a ristrutturarsi, ricorrendo interamente a mezzi coercitivi; ciò richiede un comando unificato e centralizzato, non istituzioni frammentate ancora preoccupate della legittimità e dell'immagine.

Trump ha compreso tutto questo con un istinto da gangster, se si rifiuta di riconoscerlo come stratega. Ha sistematicamente emarginato ogni istituzione che potesse limitare il potere esecutivo: la cautela del Pentagono, le considerazioni diplomatiche del Dipartimento di Stato, le obiezioni procedurali delle agenzie di intelligence. I liberali lamentano il declino delle norme democratiche, ma dal punto di vista del consolidamento imperiale, ciò rappresenta una necessaria eliminazione degli ostacoli. Il “deep state” denunciato da Trump non è una cricca cospiratoria, ma piuttosto i residui istituzionali accumulati sin dagli albori dell'egemonia americana, un'epoca in cui il dominio degli Stati Uniti era sicuro e poteva resistere a livelli di deliberazione cauta. Quell'epoca è irrevocabilmente finita. Il contributo di Trump consiste nell'adattare l'apparato di potere americano alle esigenze del declino imperiale: azione rapida, esecuzione spietata e slancio inarrestabile senza ostacoli da parte del dissenso interno.

Netanyahu ha replicato questo approccio all'interno dell'establishment sionista. Dopo il 7 ottobre 2023, ha dovuto affrontare un'intensa opposizione interna: proteste che chiedevano le sue dimissioni, funzionari militari e dei servizi segreti che mettevano in discussione la sua leadership, famiglie degli ostaggi che chiedevano negoziati. Li ha ignorati tutti. Netanyahu ha emarginato le agenzie di sicurezza che non sono riuscite a organizzare la resistenza, ha represso gli oppositori politici e ha concentrato tutto il potere decisionale in un gabinetto di guerra che operava completamente al di fuori dei vincoli istituzionali. Prima di attuare il genocidio, ha risolto in modo preventivo tutti i conflitti interni che avrebbero potuto limitarlo. La lezione è chiara: chiunque raggiunga la coesione interna può agire esternamente senza restrizioni.

Pertanto, nonostante esista una crisi di legittimità, la capacità dell'impero rimane immutata. La narrativa sta fallendo, ma era solo uno strumento per la “fase di consenso”; il pretesto è stato smascherato, ma questo ha importanza solo finché l'impero cerca ancora di ottenere convalida. L'opinione pubblica internazionale si è chiaramente rivoltata contro gli Stati Uniti e Israele, ma l'opinione pubblica limita solo coloro che ancora si aspettano che le masse accettino i meccanismi di funzionamento egemonico. Il Sud del mondo non crede più alla propaganda dell'impero, né l'impero se ne cura.

Gli Stati Uniti hanno bombardato il Venezuela senza conseguenze. Continua a finanziare Israele, fornendo armi per il genocidio, ignorando le sentenze della Corte internazionale, le risoluzioni dell'ONU o il terrorismo quotidiano di cui sono testimoni miliardi di persone. Trump ha dichiarato di non aver bisogno del diritto internazionale e ha mantenuto la promessa. La macchina imperiale si è liberata dei vincoli istituzionali del suo apice egemonico e ora opera con la pura coercizione. Non ha più bisogno della fiducia dell'opinione pubblica: è sufficiente l'assenza di un potere contrapposto efficace. Il mondo vede attraverso le menzogne, ma questo da solo non è affatto sufficiente per fermare le armi.

 

Wenhua Zongheng. Possiamo infatti osservare che, con la perdita di legittimità delle vecchie maschere, gli Stati Uniti non cercano più di nascondere le loro vere intenzioni. Molti sostengono che la politica internazionale contemporanea sia entrata in un'era in cui “la forza fa la ragione”, senza un ordine internazionale efficace che bilanci o limiti questo potere incontrollato. Cosa ne pensate? Questo diventerà il tema centrale degli affari internazionali nei prossimi anni?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Per rispondere a questa domanda, prenderemo in prestito le intuizioni di due importanti pensatori marxisti. Antonio Gramsci una volta osservò: “Il vecchio mondo sta morendo, il nuovo mondo fatica a nascere: ora è l'era dei mostri”, descrivendo accuratamente la regressione del mondo verso il “diritto del più forte” come una crisi di transizione. Nel suo discorso del Giorno della Vittoria, il presidente Xi Jinping ha sottolineato che “l'umanità si trova ancora una volta di fronte alla scelta tra pace o guerra, dialogo o confronto, cooperazione vantaggiosa per tutti o giochi a somma zero”, rivelando la natura dialettica della nostra realtà storica: le contraddizioni sono unificate, reciprocamente permeabili e in grado di trasformarsi l'una nell'altra in specifiche condizioni materiali.

Il crollo del sistema internazionale rappresenta una contraddizione cruciale tra due modalità di riproduzione sociale fondamentalmente opposte. L'imperialismo guidato dagli Stati Uniti si è evoluto in un sistema di “accumulazione attraverso lo spreco”, in cui, in condizioni di monopolio finanziario, la distruzione sistemica è diventata il mezzo principale del capitalismo per la creazione di valore e il controllo politico. Questo ordine moribondo non cederà semplicemente il passo a un sistema multipolare: intensifica i suoi investimenti nella violenza organizzata, poiché questa rimane l'unico mezzo praticabile per sostenere l'egemonia. La stabilità superficiale delle società occidentali si basa sulla continua instabilità delle regioni periferiche: l'ordine internazionale “pacifico” esaltato dagli istituzionalisti liberali si fonda sui prolungati interventi violenti dell'Occidente in Asia occidentale e nelle Americhe. Il fondamento materiale di questa “pace” è la guerra perpetua del Sud del mondo; non si tratta di semplici dicotomie, ma di realtà che coesistono da tempo nell'attuale sistema globale.

Il Medio Oriente funge da punto di convergenza di questi due sistemi, dove esplodono le contraddizioni. Gaza incarna il modello archetipico dell'“accumulazione per distruzione”, mentre l'asse più ampio della resistenza ha stimolato una maggiore coscienza antimperialista tra le popolazioni semi-proletarizzate. Il conflitto prolungato ha molteplici funzioni: risolve le crisi di sovrapproduzione capitalistica attraverso la spesa militare, elimina i potenziali gruppi di resistenza, smantella le economie nazionali concorrenti e crea nuovi mercati per la ricostruzione. Allo stesso tempo, le contraddizioni generate dal conflitto stesso frammentano i movimenti di resistenza.

Il cosiddetto “mostro” di Gramsci emerge proprio quando né il vecchio né il nuovo ordine riescono a ottenere una vittoria decisiva. Il ritorno della legge del più forte segna l'esaurimento, non il trionfo, dei tradizionali meccanismi imperiali. Incapace di mantenere il dominio attraverso l'integrazione economica o la legittimità politica, il sistema imperiale fa sempre più affidamento sulla violenza diretta e sulla distruzione sistematica. L'enfasi del presidente Xi Jinping sulla “scelta” significa che l'azione umana deve operare all'interno del quadro della contraddizione, non trascenderlo. Le crescenti tensioni della situazione attuale stanno generando contemporaneamente la loro antitesi: optare per la pace, il dialogo e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa non solo è moralmente superiore, ma è diventata una necessità storica per la sopravvivenza umana. La Cina ha tracciato un percorso di sviluppo alternativo e il potere organizzativo dei movimenti popolari del Sud del mondo deve unirsi dialetticamente ad esso. Ciò non rappresenta né la pace pura né la guerra pura, ma un processo di trasformazione in cui la lotta stessa crea possibilità completamente nuove per la rigenerazione delle relazioni sociali. Non ci troviamo di fronte a una regressione permanente, ma a una scommessa ad alto rischio per la civiltà, il cui esito rimane incerto. Man mano che i tradizionali meccanismi di sfruttamento si avvicinano ai loro limiti, le potenze imperiali potrebbero ricorrere sempre più spesso al massacro e alla violenza. Comprendere la dialettica tra pace e guerra rivela perché questo periodo di transizione appaia così caotico, poiché racchiude possibilità senza precedenti di trasformazione sistemica al di là della logica della distruzione organizzata. La domanda fondamentale ora è se le forze trasformative possano intervenire in modo decisivo prima che i meccanismi di distruzione imperialisti distruggano le basi materiali su cui si fonda la civiltà umana.

 

Wenhua Zongheng. All'interno del Sud del mondo, in particolare, emerge un'altra tendenza. Da un lato, nazioni come il Sudafrica, Cuba e la Colombia spesso esprimono un'opposizione più forte a queste ingiustizie rispetto alle principali potenze occidentali. Dall'altro lato, però, la capacità del Sud del mondo di influenzare concretamente queste dinamiche rimane fortemente limitata.

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. Questa contraddizione è al centro della politica contemporanea. Non basta smascherare le menzogne; il fattore cruciale risiede nella capacità di tradurre questa chiarezza morale in azioni concrete. Colmare il divario tra la consapevolezza e la pratica che intrappola i popoli del Sud del mondo è il compito urgente che ci attende.

In primo luogo, dobbiamo riconoscere l'esistenza di questo divario. Il Sudafrica, attingendo alla propria eredità anti-apartheid, ha dimostrato uno straordinario coraggio morale avviando un procedimento per genocidio contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia. Sotto la guida di Lula, il Brasile ha richiamato il proprio ambasciatore e condannato le azioni di Israele. La Colombia, sotto Petro, ha pubblicamente sostenuto la Palestina e interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. Anche il Messico ha aderito al procedimento della Corte internazionale di giustizia. Ciò dimostra che una parte significativa dell'umanità rifiuta di accettare il consenso morale e la normalizzazione della violenza imposta dall'egemonia imperialista. Tuttavia, queste posizioni di principio non hanno fermato un solo proiettile, né posto fine al genocidio, né risolto la carestia, né costretto le potenze interessate ad aprire corridoi umanitari. La contraddizione è evidente: il Sud del mondo sta alzando la voce, mentre l'imperialismo fa orecchie da mercante.

Perché? Perché le forze antimperialiste non si sono riconfigurate per questo momento, a differenza delle potenze imperialiste.

Come già osservato, Trump e Netanyahu hanno capito che le organizzazioni frammentate al loro interno non possono intraprendere lotte all'ultimo sangue all'esterno. Hanno quindi risolto le contraddizioni interne, emarginato le forze di opposizione e consolidato organi decisionali in grado di agire senza restrizioni (fascismo e autoritarismo). Il Sud del mondo, tuttavia, non ha subito una riconfigurazione paragonabile. I governi progressisti continuano ad operare all'interno di strutture statali progettate per la dipendenza. Le organizzazioni regionali rimangono deboli o sono crollate: il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR) esiste solo di nome, l'Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) è gravemente indebolita e l'Unione Africana rimane incatenata dai sistemi economici neocoloniali. Anche la borghesia nazionale nominalmente progressista rimane indissolubilmente legata al capitale transnazionale, limitando fortemente il proprio spazio di manovra. Il risultato netto è che le nazioni del Sud possiedono una posizione morale ma mancano di capacità strategica.

Tuttavia, persiste una questione più profonda. Lungi dall'unirsi, il Sud del mondo affronta un'attiva frammentazione interna.

Come osserva il marxista arabo Adel Samara, ciò a cui stiamo assistendo può essere definito come “una terza ondata di nazionalismo”. A differenza della prima ondata (il nazionalismo borghese europeo, che ha consolidato gli Stati-nazione mentre era impegnato nel saccheggio coloniale globale) e della seconda ondata (i movimenti di liberazione anticoloniale della metà del XX secolo), questa terza ondata di nazionalismo è un progetto orchestrato dall'imperialismo e progettato per smantellare le nazioni appena indipendenti nate dalla decolonizzazione. Essa opera attraverso un meccanismo preciso: le potenze imperialiste si alleano con la borghesia compradora, i cui interessi sono in linea con le esigenze egemoniche del dominio esterno piuttosto che con lo sviluppo interno. Successivamente, queste élite locali vengono sfruttate per frammentare le nazioni esistenti lungo linee etniche, settarie o regionali. Alla fine, sono emerse una moltitudine di entità micro-politiche dipendenti: queste sono diventate avamposti imperiali permanenti, provocando continuamente guerre nei loro paesi d'origine e nelle loro regioni sotto la bandiera dell'autodeterminazione.

Osservate gli eventi che si stanno svolgendo nel mondo arabo e nel Corno d'Africa. Gli Emirati Arabi Uniti (uno Stato governato da una famiglia la cui ricchezza deriva interamente dai proventi del petrolio/gas, con un orientamento strategico totalmente asservito agli interessi americani e israeliani) sono diventati uno dei principali istigatori della frammentazione regionale. Essi armano e finanziano le forze separatiste nello Yemen meridionale, percependo uno Yemen unificato come una minaccia, mentre un regime fantoccio frammentato rimane manipolabile. Sostengono le Forze di supporto rapido del Sudan, trasformando una crisi politica iniziale in una catastrofe civile che ha causato lo sfollamento di milioni di persone e reso precario il futuro del Sudan come Stato unificato. La stessa logica si sta applicando in Somaliland: non vi è alcuna giustificazione legittima per riconoscere questa entità separatista, il cui unico scopo è indebolire la Somalia, stabilire un altro avamposto imperiale nel Mar Rosso e dimostrare al mondo che la sovranità africana è priva di valore quando gli Stati del Golfo forniscono finanziamenti e gli imperi occidentali concedono il permesso.

In Siria, un'alleanza di regimi arabi, monarchie del Golfo, potenze occidentali, Turchia e Israele ha trascorso decenni a finanziare, armare e fornire copertura diplomatica per la distruzione del governo del Paese. Dopo che Ahmad al-Sharaa è stato insediato come presidente, Israele ha immediatamente invaso il territorio siriano, smantellando sistematicamente le infrastrutture militari della nazione. Il motto della Repubblica Araba Siriana era “Unità, libertà, socialismo”: proprio per questo la coalizione doveva distruggere questa nazione che difendeva con fermezza la propria indipendenza e autosufficienza. Queste tre parole rappresentano i valori che il Sud del mondo deve ora difendere.

Ogni disintegrazione regionale riuscita – dal Sud Sudan, al Kosovo, al Somaliland, alla Libia, allo Yemen – indebolisce la forza collettiva delle nazioni emarginate di resistere al potere imperiale. Questi micro-regimi nascenti sono intrinsecamente dipendenti, le loro leadership compradore sono sostenute esclusivamente da finanziatori esterni, le loro economie sono strutturate per l'estrazione delle risorse, i loro eserciti sono addestrati per colpire i vicini piuttosto che le minacce esterne. Le élite miopi, inebriate dal falso fascino del potere, servono gli interessi imperiali a scapito del proprio popolo, e così il mondo marginale precipita nell'autodistruzione.

 

Wenhua Zongheng. Come notate, liberarsi soggettivamente dalla dipendenza è già estremamente difficile. Obiettivamente, tuttavia, le nazioni che persistono nella resistenza diventano spesso obiettivi primari di sanzioni o attacchi. Di fronte a questa contraddizione, dove vedete la chiave per il Sud del mondo per superare la sua attuale situazione difficile?

Matteo Capasso, Walaa Alqaisiya. L'Iran e il Venezuela sono esempi lampanti: il loro impegno per l'indipendenza li ha esposti ad attacchi imperialisti su vasta scala. L'Iran deve affrontare una serie di azioni aperte volte al cambio di regime, tra cui blocchi economici, disordini sociali orchestrati, omicidi israeliani e minacce dirette da parte degli Stati Uniti. L'Asse della Resistenza ha dimostrato in passato cosa possono ottenere le forze antimperialiste organizzate, ma oggi questa rete è gravemente indebolita e l'Iran deve ancora ricostruire il suo quadro strategico. Nell'emisfero occidentale, gli sforzi antimperialisti fondamentali del Venezuela hanno subito un'aggressione militare diretta: con il pretesto di “combattere il traffico di droga”, il suo presidente è stato rapito, i suoi pescatori bombardati e la sua sovranità nazionale completamente ignorata. La rivoluzione bolivariana ha dimostrato la possibilità di un percorso di sviluppo alternativo, ma ora la sua stessa sopravvivenza è messa alla prova. Entrambe le rivoluzioni affrontano sfide strutturali identiche: un'organizzazione interna frammentata o misure poco incisive si rivelano inadeguate contro offensive di tale portata; né una singola nazione può resistervi da sola. La solidarietà regionale è il prerequisito per la sopravvivenza.

Il Sud del mondo deve far rivivere lo spirito di Bandung, ma questa volta attraverso l'alleanza, non il non allineamento. Il Movimento dei Paesi non Allineati è nato in un momento storico specifico, in cui la navigazione tra le superpotenze poteva creare spazio per le nazioni appena indipendenti. I tempi sono cambiati. Oggi, il non allineamento è diventato equivalente a un tacito allineamento con le potenze imperialiste, che sfruttano la neutralità invece di rispettarla. Il Sud del mondo ha bisogno di alleanze interne per opporsi collettivamente al sistema capitalista imperialista dell'Occidente, forgiando un nuovo internazionalismo che metta in comune le risorse materiali invece di limitarsi a dichiarare posizioni nel discorso.

Tali nuove alleanze devono iniziare con lo smantellamento delle strutture esistenti. Perché la sede delle Nazioni Unite rimane a New York? Qui, gli Stati Uniti possono arbitrariamente rapire qualsiasi leader straniero, attivista o dissidente che metta piede sul loro suolo. Perché la Corte internazionale di giustizia si trova all'Aia, una città nel territorio della NATO e nel cuore imperiale? Tali accordi, anche se un tempo giustificati, erano praticabili solo per il breve periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, prima che l'illusione di un “ordine basato sulle regole” fosse completamente smascherata. Ora che l'illusione è svanita, il Sud del mondo dovrebbe almeno chiedere il trasferimento delle istituzioni internazionali nel Terzo Mondo, o intraprendere azioni più radicali e necessarie per istituire istituzioni parallele i cui statuti non siano redatti dalle potenze occidentali e le cui operazioni non siano soggette al veto occidentale.

La Cina sta facendo del suo meglio. L'iniziativa Belt and Road costituisce l'infrastruttura fondamentale per il percorso di sviluppo alternativo più significativo nella storia dell'umanità. L'Iniziativa per lo Sviluppo Globale, l'Iniziativa per la Sicurezza Globale, l'Iniziativa per la Civiltà Globale e l'Iniziativa per la Governance Globale non sono quadri concreti per organizzare il mondo intorno alla costruzione piuttosto che alla distruzione, al dialogo piuttosto che alla coercizione, e al reciproco vantaggio piuttosto che al saccheggio imperiale. La Cina ha dimostrato che è possibile uno sviluppo rapido al di fuori del controllo occidentale e che una civiltà può modernizzarsi senza sottomettersi all'egemonia atlantica. Tuttavia, la Cina non può raggiungere questo obiettivo da sola. Il Sud del mondo deve intraprendere l'arduo compito del “decoupling”: ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense, stabilire meccanismi di pagamento alternativi e approfondire il commercio Sud-Sud che aggira i punti di strozzatura occidentali. Il BRICS è un inizio, ma solo un inizio; deve evolversi ulteriormente o essere soppiantato da meccanismi organizzativi capaci di azioni più decisive.

Tuttavia, le nazioni non raggiungeranno questo obiettivo automaticamente. Troppe classi dirigenti nel Sud del mondo si sono già riconciliate con l'imperialismo. Queste borghesie compradore, che traggono profitto dalla subordinazione, non agiranno se non costrette. La mobilitazione di massa è quindi fondamentale: il popolo deve costringere lo Stato ad agire quando è prigioniero degli interessi compradore, difendere i governi progressisti dalla sovversione imperiale e creare le condizioni politiche che consentano alleanze. La mobilitazione di massa antimperialista deve emergere a tutti i livelli, dalle strade allo Stato, dal locale al regionale, perché la storia non aspetta nessuno che non sia preparato. Rosa Luxemburg, elaborando la teoria di Marx, osservò in modo incisivo: socialismo o barbarie. Oggi questa non è più una scelta astratta. Stiamo assistendo a una barbarie smascherata: a Gaza, nei Caraibi, nei processi di frammentazione che prendono di mira tutte le nazioni che affermano la loro indipendenza. Il XX secolo ha dimostrato che resistere al colonialismo è possibile; il ventunesimo secolo offre solo due esiti: o il trionfo della resistenza o la capitolazione totale. Non esiste una zona grigia e la resa significa il fallimento dell'umanità stessa. La risposta definitiva dipende interamente dalla capacità del Sud del mondo di trasformare le posizioni morali in condizioni materiali, unire i discorsi in una sovversione istituzionale e fondere la resistenza frammentata in una forza coordinata di opposizione.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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