Cuba, Bruno Rodriguez: "Pronti alla difesa fino alle estreme conseguenze”

L’Avana alza la voce contro le nuove sanzioni petrolifere e le parole del presidente USA. “Il blocco uccide già bambini. Un’invasione? Sarebbe un massacro di cubani e di giovani soldati statunitensi”

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Cuba, Bruno Rodriguez: "Pronti alla difesa fino alle estreme conseguenze”

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Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha scelto la via dei fatti e delle parole nette per rispondere alle ultime mosse ostili di Washington. In un’intervista concessa alla ABC News direttamente dalla capitale cubana L'Avana, Rodríguez ha lanciato un allarme che suona come un ultimo avvertimento: la strategia aggressiva di Donald Trump non è solo una questione di sanzioni economiche, ma una minaccia concreta che potrebbe portare a un “bagno di sangue”.

Il diplomatico cubano non ha usato giri di parole. Ha denunciato una criminale “aggressione multidimensionale” che va ben oltre il famigerato blocco economico. Al centro delle accuse c’è il vero e proprio assedio petrolifero imposto dalla nuova ordinanza esecutiva firmata da Trump il primo maggio. Un atto che, nelle parole di Rodríguez, non solo danneggia il popolo cubano, ma viola apertamente la sovranità di altri Stati, minacciando sanzioni contro qualsiasi compagnia o nave che osi rifornire l’isola di petrolio. Una mossa che sa di strangolamento, pensata per piegare un paese dopoaverlo riddotto allo stremo.

Ma il punto più scottante, quello che fa trattenere il fiato, riguarda le parole dello stesso Trump. Il presidente USA, parlando dalla Florida, aveva lasciato cadere una frase agghiacciante: dopo l’operazione in Iran, “Cuba sarà la prossima”. Bruno Rodríguez ha replicato punto su punto, definendo questa scelta un “cammino pericoloso”. E ha aggiunto, con grande lucidità: “Potrebbe causare conseguenze inimmaginabili, una catastrofe umanitaria, un genocidio. Sarebbero vite cubane e giovani statunitensi a finire sul lastrico. Porterebbe a un bagno di sangue a Cuba”.

Il ministro ha voluto ribadire un concetto semplice, ma che Washington sembra non voler ascoltare: Cuba non rappresenta alcuna minaccia per la sicurezza nazionale, l’economia o lo stile di vita nordamericano. Eppure, la Casa Bianca ha deciso di intraprendere questa strada, attivando addirittura il Titolo III della legge Helms-Burton dopo 23 anni di sospensione, e dichiarando un’emergenza nazionale per definire l’isola una minaccia straordinaria, come già aveva fatto con il Venezuela.

In questo clima da Guerra Fredda trasportato nel ventunesimo secolo, Rodríguez è stato chiarissimo: non ci sarà alcun progresso nei dialoghi bilaterali finché gli USA cercheranno di imporre riforme politiche o cambi di regime. Quei temi, ha detto secco, “non sono sul tavolo”. La nazione cubana, invece, eserciterà il diritto alla legittima difesa “fino alle ultime conseguenze”, con il supporto massiccio del suo popolo.

Brutti segnali arrivano in geenrale dalla politica statunitense: recentemente il Senato degli Stati Uniti ha respinto (51 voti contro 47) un'iniziativa democratica che tentava di limitare i poteri bellici del presidente contro Cuba. Un segnale inquietante, che fa pensare a quanto sia labile il confine tra la retorica aggressiva e un’azione militare concreta.

Da Cuba il quotidiano Granma chiede: chi sarebbero i responsabili se migliaia di persone, donne, bambini, anziani, madri e figli separati da soli 90 miglia di mare e 67 anni di guerra neocoloniale, dovessero morire? Viene fatto il nome dei soliti noti: i parlamentari cubano-statunitensi come Mario Díaz-Balart, Carlos Giménez e María Elvira Salazar, Marco Rubio (attuale Segretario di Stato), e il famigerato Mauricio Claver Carone, tutti descritti come i principali promotori di questa guerra economica e psicologica. A loro viene chiesto conto delle morti silenziose causate dal blocco - i bambini morti per mancanza di medicine, i pazienti che soffriranno a causa del blocco petrolifero - e di quelle future se una pallottola o una bomba dovesse sostituire la fame come arma contro Cuba.

C’è una domanda che circola sottotraccia, scomoda per la Casa Bianca: perché con l’amministrazione Obama fu possibile il dialogo e una sorta di convivenza pacifica, mentre oggi si preferisce gettare benzina sul fuoco? La risposta, per molti osservatori, è semplice: la paura. Paura della verità, paura della comunità cubana di Miami più radicale, paura di perdere la faccia. Intanto, le statistiche del “genocidio silenzioso” continuano a crescere, mentre l’isola si prepara a resistere, ancora una volta, contando solo sulle proprie forze e sull’orgoglio di non piegarsi mai. Come insegnato da due grandi rivoluzionari come Ernesto 'Che' Guevara e Fidel Castro.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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