Così l'industria bellica indiana alimenta l'esercito israeliano
Il 12 settembre, il blocco BRICS — la cui alleanza include oggi Egitto, Iran ed Emirati Arabi Uniti — ha adottato a Nuova Delhi una Dichiarazione di 45 pagine e 140 paragrafi. I passaggi relativi alla crisi a Gaza condannano l'uso della fame come strumento bellico, si oppongono allo sfollamento forzato della popolazione palestinese e prendono atto delle misure cautelari della Corte Internazionale di Giustizia. L'India ha guidato il summit e sottoscritto l'atto insieme agli altri dieci membri.
L'ambasciatore palestinese in India e il Ministero degli Esteri di Ramallah hanno accolto favorevolmente l'esito dell'incontro, pur chiedendo passi concreti. Tuttavia, come rileva l'analista di The Cradle Gaurav Kumar, la posizione indiana mostra profonde ambiguità se confrontata con gli impegni assunti con Israele. Soltanto sette mesi prima, rivolgendosi alla Knesset, il Premier Narendra Modi aveva garantito pieno sostegno a Tel Aviv, elevando le relazioni a "Partenariato Strategico Speciale" con focus su coproduzione e trasferimento tecnologico nella Difesa.
Queste due anime coesistono nella politica estera indiana. Se sul piano formale Nuova Delhi mantiene una presa di distanza diplomatica, i dati d'esportazione evidenziano un'intensa cooperazione militare.
Il perno degli armamenti tra Nuova Delhi e Tel Aviv
Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), tra il 2021 e il 2025 l'India è stata il secondo importatore mondiale di armi pesanti, con Israele a coprire il 15% delle sue forniture. Al contempo, l'India è il primo cliente dell'industria bellica israeliana (29% dell'export), contribuendo a finanziarne la ricerca e lo sviluppo.
A febbraio sono emersi accordi per 8,6 miliardi di dollari per l'Aeronautica indiana comprensivi di bombe guidate SPICE 1000 e missili Rampage. Ciononostante, gli elenchi ufficiali dei successi della visita di Modi tacciono sui contratti militari, citando solo intelligenza artificiale, sicurezza informatica e l'invio di 50.000 lavoratori indiani destinati a rimpiazzare la manodopera palestinese.
Tecnologie "collaudate sul campo" assemblate in India
La tecnologia militare israeliana permea l'esercito indiano: dal sistema antimissile Barak 8, ai droni Heron, fino ai radar Phalcon. Nell'esaminare questa profonda integrazione, lo studioso di geopolitica Gaurav Kumar evidenzia come Nuova Delhi abbia progressivamente sostituito le importazioni estere con la produzione interna. A Hyderabad, la joint venture Adani Elbit Advanced Systems assembla i droni Hermes 900 impiegati da Israele a Gaza, mentre PLR Systems fabbrica i fucili Tavor. Il Gruppo Adani controlla inoltre il porto israeliano di Haifa.
La cooperazione continua a strutturarsi: a fine 2025 e a metà 2026 si sono tenuti vertici tra i vertici dei rispettivi Ministeri della Difesa per consolidare lo sviluppo congiunto.
La linea di rifornimento e il nodo della trasparenza
I dati sulle navi commerciali confermano il flusso costante di merci ad uso militare verso il Medio Oriente. Nel maggio 2024 la nave Borkum, salpata da Chennai, ha fatto discutere per il presunto trasporto di esplosivi diretti ad Ashdod. Analisi successive di Al Jazeera hanno posizionato l'India al secondo posto mondiale (26%) come fonte di beni di rilevanza militare entrati in Israele durante la guerra.
A luglio, Amnesty International ha pubblicato il dossier "Made in India", documentando 2.596 spedizioni di armi e componenti (tra cui 564.900 parti di ordigni esplosivi e 390.000 per armi leggere) inviate a Israele, chiamando in causa anche imprese statali indiane.
Come sottolinea l'esperto di The Cradle nella sua dettagliata inchiesta, l'elemento centrale attorno a cui ruota l'intero dibattito resta il rifiuto del governo indiano di rendere pubbliche le licenze d'esportazione SCOMET e le garanzie sull'uso finale. Se da un lato Nuova Delhi rivendica un solido quadro normativo sul commercio strategico e gli esponenti militari giustificano le forniture come contratti antecedenti al conflitto, dall'altro l'assenza di trasparenza rende impossibile verificare se le componenti fabbricate in India siano state impiegate nelle operazioni a Gaza.
In conclusione, l'India tenta di preservare il delicato equilibrio tra le dichiarazioni multilaterali a favore della Palestina e gli stringenti interessi di difesa e sicurezza nazionali legati a Tel Aviv.
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