Contro l’antifascismo postumo

Contro l’antifascismo postumo

Fateci caso: l’antifascismo mediatico e salottiero è esploso in Italia da pochi anni, in coincidenza con le controriforme liberiste renziane e la sistematica americanizzazione del paese.

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di Francesco Erspamer*
 

Quando Khomeini lanciò la fatwa contro Salman Rushdie, comprai i Versi satanici per affermare la libertà di stampa e di espressione. Forse oggi non lo farei, ma solo perché mi sono convinto che non bisogna impicciarsi di quello che avviene in altri paesi o che altri popoli decidono di fare, in modo che a loro volta non si impiccino di quello che facciamo in Italia. Però l'espulsione di un piccolo editore dal Salone del libro di Torino mi riguarda e quindi comprerò un libro delle edizioni Altaforte. Di malavoglia: ho guardato il loro catalogo ed è deprimente, benché non di più di ciò che riempie le librerie italiane senza suscitare alcuno scandalo. In ogni caso un loro volume me lo procurerò, per principio, fosse pure per poi buttarlo via esasperato – ho fatto errori peggiori, come quando, fidandomi di qualche recensione, ho acquistato un paio di romanzi di Raimo e Murgia.


E a quelli che difendono la decisione del Salone, ossia la sentenza senza appello emanata senza contradditorio da un manipolo di intellettuali piddini o liberal e uguali che nessuno ha eletto per proteggere il paese da ciò che loro definiscono fascismo al posto della magistratura e di un parlamento democraticamente nominato – dicevo, a quelli che si sono schierati a favore dell’espulsione, domando se si siano mai chiesti come mai coloro che il fascismo vero, al potere, lo avevano combattuto pagando spesso con la prigione e il confino o anche la morte, come mai il PCI e il PSI, subito dopo la guerra, evitarono di far passare una più ampia e dura legislazione contro l’apologia di fascismo. Come mai sia stato proprio Togliatti, segretario comunista, a resistere alle pressioni di chi voleva criminalizzare qualsiasi opinione in odore di fascismo, come mai limitò l’applicabilità della legge ai casi più gravi. La risposta è semplice: perché giustamente sapeva che al momento opportuno quelle leggi speciali sarebbero state usate contro il PCI, se fosse restato un rivoluzionario, e contro chiunque avesse osato attaccare il potere capitalista e minacciarne i capisaldi, in particolare il libero mercato, il mito della libertà individuale, l'illimitata accumulazione di ricchezza, la nascente globalizzazione. Che è l'unico motivo per cui i piddini e le loro stampelle oggi cercano di imporre l'integralismo antifascista: per dotarsi di strumenti utili per reprimere culturalmente e penalmente il dissenso, con l’eccezione di  quello consentito, radical chic.


Fateci caso: l’antifascismo mediatico e salottiero è esploso in Italia da pochi anni, in coincidenza con le controriforme liberiste renziane e la sistematica americanizzazione del paese. Settant’anni dopo la fine del fascismo, quando cioè tutti quelli che la Resistenza l’avevano vissuta da adulti e da protagonisti erano scomparsi. Un antifascismo fuori tempo massimo, facile facile, quasi quanto l’antischiavismo retroattivo dei multiculturalisti americani, disinteressati allo sfruttamento dei lavoratori da parte di Amazon o Uber (eh, sono corporation miliardarie, meglio non dargli fastidio, e poi creano PIL) ma intransigenti contro le statue dei generali confederati sconfitti un secolo e mezzo fa. Aveva ragione Pasolini: il peggior fascismo è quello dell’antifascismo postumo.
 

*Professore all'Harvard University

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