Come muore un Impero: da Suez a Hormuz

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Come muore un Impero: da Suez a Hormuz

 

“Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”. Così tuonava il Presidente statunitense Donald Trump nel pomeriggio del 7 Aprile, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum lanciato appositamente per la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Nel frattempo Cina e Russia ponevano il veto alla bozza di risoluzione del Bahrein sulla riapertura manu militari dello Stretto, bloccando l’azione imperialista e consolidando de facto la nazionalizzazione da parte della Repubblica Islamica dell’Iran di uno dei più importanti passaggi d’acqua del mondo.

Sempre la Cina ha compiuto la mossa decisiva, ponendosi come garante del quadro in 10 punti che verrà trattato a partire da venerdì 10 Aprile in Pakistan, convincendo l’Iran a sedersi al tavolo con gli Stati Uniti, seppur abbia scarsa fiducia nei suoi interlocutori.


All’interno dei 10 punti da trattare c’è la vera e propria chiave di volta regionale: lo Stretto di Hormuz, sul quale gli Stati Uniti avevano posto il veto dichiarandosi pronti alla strage. Ebbene, l’Iran richiedendo il pagamento di 2 milioni di $ ad ogni nave in transito, a prescindere dalla valuta con cui avverrà tale transazione, pone una vittoria strategica significativa sul tavolo poiché lo porterebbe a godere di un vantaggio inesistente prima dell’aggressione imperialista.

Questo vantaggio emerge ancora più evidente se si leggono i 10 punti fissati di comune accordo con la Cina e l’alleato pakistano che costituiscono i 10 chiodi con cui si intende inchiodare la bara dell’Impero in questa partita: l’impegno a garantire l'assenza di aggressione futura, il controllo dello Stretto di Hormuz e la sua messa a rendita, la possibilità di arricchimento dell’uranio, la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie, l’annullamento di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza contrarie agli interessi iraniani, un risarcimento all'Iran per i danni subiti, il ritiro di tutte le forze militari statunitensi che occupano la regione e la fine della guerra su agli alleati dell’Asse della Resistenza.


Se ad Islamabad passasse anche solo il punto su Hormuz, basterebbe per far uscire l’Impero con le ossa rotte emulando la tragica fine delle potenze coloniali del Regno Unito e della Francia avvenuta a Suez nel 1956. All’epoca il Presidente egiziano Nasser nazionalizzò il Canale di Suez in seguito al venir meno delle capacità finanziarie delle ex potenze coloniali che si tirarono indietro dal finanziamento della diga di Assuan.

Allo stesso modo oggi l’Impero indebitato non ha retto oltre i 40 giorni di guerra e, dopo aver cercato insistentemente un cessate il fuoco, si troverà a trattare su punti geo-economici fondamentali per il tornaconto dell’Iran. La posizione di debolezza dell’Impero, che ne evidenza la sconfitta, è tutta qui: dopo aver lanciato un ultimatum per la riapertura dello Stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran come rappresaglia in seguito all’aggressione imperialista, dovrà sedersi al tavolo per trattare la sua nazionalizzazione trascinato dalla nuova potenza egemone cinese. All’Asse della Resistenza non è servito neppure allargare il conflitto allo Stretto di Bab El-Mandeb per trascinare gli Stati Uniti in una trattativa sulle condizioni iraniane, si sono accomodati da soli dopo 40 giorni di guerra.

Poco importa che l’Impero oggi, come le potenze coloniali ieri, abbia ancora un maggior potere militare; siccome nei fatti non gode più del potere economico ed egemonico è facilmente minacciabile e i rapporti di forza a breve potrebbero venire riscritti definitivamente, stabilendo una voce di rendita permanente in favore della Repubblica Islamica nei commerci mondiali. Il riconoscimento della messa a profitto dello Stretto di Hormuz rappresenta una voce non presente prima dell’aggressione imperialista e che costituirebbe un’attribuzione di potere non indifferente nell’economia globale. Dovranno mettersi l’anima in pace i falchi della guerra americana come Lindsay Graham che credevano di “fare un sacco di soldi” aggredendo l’Iran e appropriandosi delle sue risorse petrolifere nazionalizzate durante la rivoluzione.

Nel 1956 l’attacco triplo di Gran Bretagna, Francia e Israele all’Egitto decimò l’esercito egiziano, ma consentì comunque alla statualità egiziana di affermarsi nell’opera di decolonizzazione da una posizione di maggior forza, sancendo una sconfitta strategica del colonialismo europeo che ne determinò in sostanza la sua fine. Allo stesso modo oggi l’imperialismo americano decadente rischia di approssimarsi ad una fine molto simile: è vero che la Repubblica Islamica ha subito duri e dolorosi attacchi, ma la differenza militare non determina le vittorie strategiche. Queste ultime arrivano in seguito alle condizioni di favore che si riescono a strappare e il consolidamento del controllo sullo Stretto di Hormuz rafforzerebbe notevolmente la statualità della Repubblica Islamica dell’Iran, affermandola come quarta potenza geopolitica nello scacchiere multipolare globale con una proiezione su tutta l’Asia occidentale determinante per la rinascita del Sud Globale.

Infine, bisogna ancora una volta sottolineare il ruolo della Repubblica Popolare Cinese in una simile affermazione dell’Iran come attore strategico in grado di resistere sino a scacciare la presenza militare occidentale dal Golfo Persico.

Insomma, se i trattati di Islamabad andassero in porto si profilerebbe una vittoria storica per la decolonizzazione 2.0 e la rinascita del Sud Globale. E la Cina, semmai ve ne fosse ancora bisogno dopo quanto fatto in Africa, si consoliderebbe come il perno di una nuova rinascita mondiale antimperialista.

Alex Marsaglia

Alex Marsaglia

Nato a Torino il 2 maggio 1989, assiste impotente per evidenti motivi anagrafici al crollo del Muro di Berlino. Laureato in Scienze politiche con una tesi sulla rivista Rinascita e sulla via italiana al socialismo, si specializza in Scienze del Governo con una tesi sulle nuove teorie dell’imperialismo discussa con il prof. Angelo d’Orsi. Redattore de Il Becco di Firenze fino al 2021. Collabora per un breve periodo alla rivista Historia Magistra. Idealmente vicino al marxismo e al gramscianesimo. Per una risposta sovranista, antimperialista e anticolonialista in Italia e nel mondo intero. 

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