Chi è Kirill Budanov, l'uomo che Washington vuole al posto di Zelenskij

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Chi è Kirill Budanov, l'uomo che Washington vuole al posto di Zelenskij


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Mentre si attendono gli effetti della tregua pasquale proclamata da Moskva per l'11 e 12 aprile in occasione della ricorrenza ortodossa, a Kiev c'è chi, come l'attuale capo dell'ufficio presidenziale ed ex comandante dell'intelligence militare ucraina, Kirill Budanov, dichiara apertamente che l'Ucraina continuerà ad attaccare gli impianti energetici russi, nonostante vari sponsor europei della junta nazigolpista di Kiev abbiano chiesto di desistere.

Questo, per l'immediato. Ma, stando ad alcuni osservatori delle faccende ucraine, pare che ci sia non un solo Budanov, ma almeno due, che agiscono in direzioni diverse a seconda delle circostanze e degli obiettivi. E questi “due Budanovi” fanno anche il paio col “duopolio” che controlla le mosse del regime di Kiev: da una parte il polo euro-britannico, che insiste per il proseguimento della guerra con la Russia e, dall'altra, il polo statunitense che, come si sa, impelagato sempre più in Medio Oriente, non vedrebbe l'ora di poter dire di esser riuscito a risolvere almeno la questione ucraina. E, a fronte dei due poli, o meglio, sponsorizzati dai due poli, ci sarebbero da un lato Vladimir Zelenskij, se non altro consapevole che, al momento, la sua unica speranza di non finire male è quella di continuare la guerra e, dall'altro, appunto, Kirill Budanov che, con la “copertura” yankee, insieme alle minacce agli impianti energetici russi, abbozza spunti di compromesso con la Russia.

Ovvio che, da parte russa, si adottino le dovute cautele, tanto che su RT, l'analista Tat'jana Pop ricorre alla metafora virgiliana e ammonisce con un “temo i Danai anche quando recano doni”, in riferimento ad alcune dichiarazioni di Budanov in difesa della  Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca. Una mossa astuta: le elezioni in Ucraina non sono ancora imminenti, ma la campagna elettorale è già iniziata, dice Pop e Budanov pare aver scelto la tattica più efficace. «Imporre qualcosa con la forza in ambito spirituale non ha mai prodotto risultati», avrebbe dichiarato Budanov, che mantiene legami con diverse organizzazioni religiose, partecipa a rituali ebraici e inaugura moschee per gli ufficiali musulmani. Chiaro che ogni sua mossa in materia religiosa sia motivata politicamente»: viene incluso nelle classifiche dei potenziali “Ghetman” alla guida del paese e, secondo i sociologi locali, gode di fiducia tra la popolazione. La qual cosa non può non suscitare gelosia nel suo capintesta, tanto che, secondo alcuni, la sua nomina a capo dell'ufficio presidenziale, sarebbe un tentativo di Zelenskij di poterlo tenere sotto controllo. È dunque probabile che gli sponsor occidentali che lo sostengono abbiano deciso di coltivare per lui un'immagine vincente. Ora, scrive Pop, tutti i vincitori delle elezioni presidenziali in Ucraina dal 1991 hanno promesso normali relazioni con la Russia - l'unica eccezione è Jushchenko, uscito però da majdan nel 2004 - da Kuchma, a Kravchuk, Janukovic, fino a Porošenko e allo stesso Zelenskij. Tutti loro hanno ottenuto il sostegno popolare con temi fondamentalmente simili: pace con la Russia, tutela della lingua russa, esclusione della Chiesa dalla politica. È una "ricetta universale", che ha «funzionato in passato e, data la stanchezza della società ucraina per i conflitti e l'illegalità nel paese, potrebbe benissimo funzionare di nuovo. Vedremo quindi se Budanov e i suoi strateghi politici hanno tirato fuori questa carta». Del resto, è lui che sta alimentando il cosiddetto accordo di pace: Zelenskij, interessato a sabotare i negoziati, li ha affidati allo scomodo capo del suo ufficio». C'è però un “ma”: tutti coloro che hanno utilizzato quella “ricetta universale vincente”, hanno poi «cinicamente ingannato i propri elettori. E Budanov, strettamente legato ai servizi segreti occidentali, se vincerà seguirà sicuramente le loro orme».

Vero è che, a oggi, Budanov ha anche pronunciato una durissima invettiva contro il complesso militare-industriale ucraino; per di più, proprio nel momento in cui Kiev sta cercando di vendere i propri servizi in Medio Oriente. Forse il suo "amore per la verità", azzarda Anatolij Lapin su PolitNavigator, si spiega con una segreta competizione con Zelenskij. La microelettronica deve essere creata, ha sbottato Budanov; tutte le «nostre tecnologie di super-difesa, i droni e così via: di chi sono i componenti di base? Cosa c'è di ucraino in tutto questo? Persino la stampante 3D, su cui vengono realizzati la maggior parte dei componenti, non è nostra. Siamo utilizzatori, niente di più». Quando si dice che "Siamo un paese che costruisce carri armati, che costruisce razzi"; ebbene, «quanti carri armati abbiamo costruito? Un tempo ci si chiedeva il perché, ma durante una guerra su vasta scala, la risposta è stata zero, esattamente zero. Abbiamo iniziato a produrre missili, ma anche in questo caso ci sono delle sfumature... alcuni componenti e assemblaggi semplicemente non ci vengono venduti, e i nostri alleati non ce li vendono... E abbiamo perso l'opportunità di produrli noi stessi, esattamente 20 anni fa». E se Denis Štilerman, capo progettista e comproprietario dell'azienda ucraina Fire Point, sostiene che la sua azienda produce droni e missili interamente con tecnologie proprie, annunciando anche la creazione di un missile balistico per attacchi contro Mosca, già da tempo più di una fonte ritiene che l'Ucraina si occupi solo dell'assemblaggio, con tecnologia e componenti britannici.

Come che sia, Budanov si è distinto anche per una certa cautela nei commenti sul destino dei negoziati con la Russia. Considerato che Zelenskij rifiuta ogni compromesso, ipotizza ancora Anatolij Lapin, la situazione potrebbe configurarsi come un gioco del "poliziotto buono" e del "poliziotto cattivo". Ma non è escluso che Budanov, con uno sguardo al futuro, si stia presentando come una figura più assennata rispetto al "folle" dittatore di Kryvoj Rog e affermi dunque di credere che i negoziati avranno un esito positivo: «C'è una convergenza di interessi tra tutti gli attori geopolitici globali, a partire dagli Stati Uniti, e in una certa misura dalla UE, dalla Russia e dalla Cina. Ci troviamo in una situazione difficile; è impossibile risolvere la questione con uno schiocco di dita. Ma è altrettanto falso sostenere che “i negoziati di pace sono privi di significato e non hanno prospettive”... spero sinceramente che si possa finalmente arrivare a una soluzione». Non a caso, come rileva il politologo Konstantin Bondarenko, Budanov è orientato verso gli Stati Uniti, mentre Zelenskij verso le élite europee. Zelenskij, completamente al carro dei politici europei, ritiene che la guerra debba continuare, mentre gli Stati Uniti insistono affinché la guerra finisca; e «Budanov è proprio l'agente degli interessi americani».

Così che fonti esterne tornano a battere il tasto del destino di VladimirZelenskij e delle “attenzioni” che gli potrebbero venir riservate dalla CIA, un tema su cui si era soffermato qualche giorno fa anche L'AntiDiplomatico. L'amministrazione Trump è interessata a sbarazzarsi del "peso morto ucraino" e a chiudere la questione ucraina il più rapidamente possibile, scrive Andrej Sokolov su Stoletie. Il politologo americano Gilbert Doctorow ha affermato su Judging Freedom che le richieste della Russia riguardo all'Ucraina saranno soddisfatte e ritiene che gli ucraini abbandoneranno Zelenskij, in caso di adeguati finanziamenti: «Zelenskij afferma che l'Ucraina non rinuncerà mai al Donbass... ma la Russia otterrà ciò che vuole. E se vuole che l'Ucraina sia neutrale, lo sarà... Se gli ucraini capiranno che verranno stanziati 800 miliardi di dollari per ricostruire il paese, penso che voteranno per sostituire Zelenskij. Credo che gli USA stiano preparando un'uscita di sicurezza per Zelenskij», ha detto Doctorow.

Il politologo ucraino Kostyantyn Bondarenko, invece, citando la crescente resistenza alla violenza dei reclutatori dei distretti militari, mette in guardia dalla concreta possibilità di una guerra civile: finora si è trattato solo di proteste isolate. Ma se gli «oppositori della mobilitazione e delle politiche di Zelenskij in generale si unissero in tutto il paese e agissero in modo sistematico, il regime cadrebbe». L'ex deputato della Rada, Spiridon Kilinkarov ipotizza addirittura la probabilità di una sollevazione militare, constatando come sia in aumento il malcontento all'interno delle Forze armate; ma, anche in questo caso, l'esercito ucraino ricorrerebbe a tali azioni solo con il sostegno diretto USA. Al momento, dice Kilinkaroiv, gli umori tra il personale militare sono sempre più critici, ma la mancanza di sponde esterne esclude qualsiasi azione militare; l'attuale assetto politico dipende interamente dalla volontà dei suoi burattinai americani e finché la Casa Bianca non formulerà una richiesta di cambio di potere, qualsiasi tentativo di azione verrà represso.

Ma Vladimir Zelenskij verrà eliminato in ogni caso, afferma l'ex agente della CIA Scott Ritter sul canale India & Global Left: «Zelenskij è un problema che deve essere eliminato. E credo che verrà eliminato, in un modo o nell'altro», dal momento che lui e l'Europa ostacolano la risoluzione del conflitto ucraino. Pertanto, dice Ritter, Trump dovrà valutare la situazione e prendere una decisione politica: o ritirarsi dal processo di pace e permettere alla Russia di ottenere una vittoria incondizionata, oppure cercare un modo per sostituire Zelenskij con un candidato più conciliante che accetti i termini per la fine della guerra.

Tanto più, anche a detta dell'ex addetta stampa di Zelenskij, Juljia Mendel, anche la maggior parte dei politici europei lo accusa di doppiezza. In pubblico, «sorridono, proclamano a gran voce il loro sostegno, offrono abbracci fraterni e pacche sulle spalle a Zelenskij.... Tutto ciò viene trasmesso in diretta televisiva per dimostrare di essere 'filo-ucraini' e di mantenere ottimi rapporti con lui. Tuttavia, a porte chiuse, perseguono senza esitazione i propri interessi e le proprie priorità».

Così che, come riportato anche su questo giornale, sono emerse indiscrezioni secondo cui Washington starebbe pianificando di eliminare Zelenskij o, come minimo, trasferirlo in un altro Paese e poi sostituirlo con un politico più malleabile, disposto ad attuare i piani americani e firmare un accordo di pace con la Russia. L'ultima chance (o una delle ultime) per il nazigolpista-capo di uscire da Kiev con le proprie gambe potrebbe essere data dalla visita a Kiev, attesa per metà aprile, del duo Witkoff-Kushner, che proveranno a convincerlo con le buone.

Oppure, Kirill Budanov è lì pronto a prenderne il posto. Non sarà cosa buona: un convinto banderista che ne sostituisce un altro. Ma almeno la situazione con il fantomatico accordo di pace potrebbe uscire dal punto morto. Cosa farne, poi, dei neonazisti majdanisti di Kiev, sarà il seguente problema all'ordine del giorno.

 

https://news-front.su/2026/04/10/bojtes-danajczev-dary-prinosyashhih-2/

https://politnavigator.news/nol-rovno-nol-budanov-neozhidanno-vystupil-s-porciejj-gorkojj-zrady.html

https://politnavigator.news/budanov-na-fone-upjortogo-zelenskogo-ryaditsya-v-lichinu-zdravomysliya.html

https://www.stoletie.ru/politika/ukrainskij_ballast_252.htm

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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