A 60 km la guerra, a 2.000 la nostra indifferenza: la lezione del film "Naza"

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A 60 km la guerra, a 2.000 la nostra indifferenza: la lezione del film "Naza"

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di Camilla Costantini

Ieri sera sono andata al cinema a vedere Naza con dei miei amici. Quando è finita la proiezione tutta la sala è rimasta con gli occhi attaccati allo schermo. Nessuno osava parlare. Eravamo tutti zitti e fermi davanti ai titoli di coda e poi, sempre in religioso silenzio, siamo usciti dalla sala.

“è un silenzio ipocrita” ha commentato una mia amica “il silenzio di noi occidentali che abbiamo visto questo film per sentirci meglio con noi stessi. E poi torniamo semplicemente alla nostra vita di tutti i giorni”.

Naza è un docu-film diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor che, attraverso interviste a soldati e membri dell’intelligence israeliana, racconta il sistema di morte che Israele ha creato per perpetuare il genocidio del popolo palestinese sulla Striscia di Gaza: gli intervistati descrivono in modo dettagliato le tecnologie usate per colpire gli obiettivi. Tecnologie che, per loro stessa ammissione, non mirano a uccidere solo membri di Hamas: uccidono anche quelli che loro chiamano “Naza”, ovvero danni collaterali. In altre parole: civili. Per cercare di uccidere un membro di Hamas è accettabile, per loro, uccidere 20 Naza, se non di più. Uno degli intervistati dichiara che bisogna annientarli tutti, perché non ci sono persone innocenti a Gaza.

“Sembra un videogioco” dice un altro. “Mi capitava di portare a termine degli attacchi e poi uscire con degli amici” un altro ancora.

Nessuno ammette la propria responsabilità passata o presente: è stata la macchina, l’algoritmo a uccidere. Ogni loro parola trasuda una profonda disumanizzazione: i palestinesi cessano di essere persone e diventano meri dati statistici. Schermati dall’interfaccia digitale, soldati e programmatori operano in bolla che gli sembra amorale: le vittime, essendo solo numeri su un computer, non sembrano reali e il massacro di un’intera popolazione diventa un’operazione asettica, ludica. “Io ho solo programmato la macchina” dice un altro “non ho fatto niente”.

E queste testimonianze si alternano a scorci di vita quotidiana a Tel Aviv: chi guarda il primo ministro israeliano parlare alla TV in ciabatte, chi tiene in braccio un bambino. Come se a 60 km da loro non stesse accadendo nulla. Loro continuano semplicemente la loro vita di tutti i giorni: poco importa cosa viene detto, la sera, al telegiornale. Poco importa se è la realtà, o se è solo propaganda.

E poi ci siamo noi. Che siamo andati a vedere Naza, poi siamo usciti con degli amici e, probabilmente, il film non è stato neanche l’argomento al centro della conversazione. Abbiamo parlato di altro, a un certo punto.

Ma noi possiamo davvero sentirci moralmente superiori a quei soldati, a quei programmatori? Noi, che abbiamo fatto un minuto di silenzio davanti ai titoli di coda del film, e poi ce ne siamo andati, come se nulla fosse successo?

Lo storico italiano Enzo Traverso distingue due tipi di violenza: la violenza calda e quella fredda. Se la prima è viscerale, impulsiva e diretta, la seconda è quella a cui il documentario ti fa assistere: una violenza burocratizzata, tecnologica, mediata da algoritmi. Ma c’è un’altra “freddezza” di cui, in modo velato, il documentario vuole parlarci: la nostra. La violenza fredda non si consuma solo nelle stanze dei programmatori o nei centri di comando delle operazioni militari a Gaza, ma prosegue nelle nostre televisioni e nei nostri telefoni.

Diventiamo una parte integrante dello stesso sistema di de-umanizzazione. Forse, durante gli ottanta minuti del film, ce ne siamo resi conto. Ma poi siamo usciti dalla sala, in religioso silenzio. Forse siamo stati con dei nostri amici e, poco alla volta, il film passava in secondo piano nella conversazione. Abbiamo parlato di altro, a un certo punto.

Oggi ci siamo svegliati. E siamo tornati semplicemente alla nostra vita di tutti giorni.

 

Camilla Costantini

Camilla Costantini

Studio filosofia all' Università "La Sapienza" di Roma. Una grande passione per il giornalismo. Per l'Antidiplomatico mi occupo di politica internazionale e di cinema
 

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