Torino: la colpa di essere studenti e difendere i diritti

Torino: la colpa di essere studenti e difendere i diritti

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Pubblichiamo come anticipazione questo articolo inviatoci dalla redazione di "Cumpanis"

 

 

di Laura Baldelli, docente di storia e letteratura; redazione di "Cumpanis"

 

A scuole chiuse riparliamo dei giovanissimi ragazzi, morti durante la formazione-lavoro e degli studenti e lavoratori in carcere per le successive manifestazioni di protesta, represse con sconcertante durezza. E riparliamo anche di Formazione-lavoro e PCTO.

La guerra in Ucraina ha monopolizzato e distorto l’informazione, tutto è passato in secondo piano, con un colpo di spugna ha cancellato persino il covid.

Così anche per la notizia di due giovani morti tragicamente durante il loro percorso formativo al lavoro che, prima del 24 febbraio, aveva occupato i giornali e i notiziari tv; parliamo di Lorenzo Parelli anni 18 morto il 21 gennaio in provincia di Udine, durante l’apprendistato in meccanica industriale in una fabbrica in provincia di Udine, organizzato dal Centro di formazione professionale Bearzi, un tirocinio non pagato, quel giorno  senza la presenza di un tutor; e di Giuseppe Lenoci anni 16, che frequentava il centro per la formazione professionale “Artigianelli” di Fermo, morto in un incidente stradale il 15 febbraio mentre si recava a svolgere la sua formazione professionale termoidraulica in provincia di Ancona, sostituendo un dipendente assente senza essere retribuito. Due morti premature che evidenziano l’insicurezza del mondo del lavoro e lo sfruttamento di due giovanissimi, senza aver completato il percorso formativo, che ricorda molto il lavoro minorile. In entrambi i casi sono le Regioni che si occupano della formazione professionale. Ci sono indagini in corso per accertare se i ragazzi siano stati esposti a pericoli senza rispetto delle regole previste.

Le due tragedie hanno fatto tornare in molte piazze delle città italiane gli studenti e i professori delle scuole secondarie di secondo grado, anch’essi impegnati nei percorsi di Alternanza scuola lavoro, attività che un tempo coinvolgevano solo gli istituti tecnici ed i professionali, poi dal 2015, con la nefasta legge107, meglio conosciuta come la “Buona scuola” di Renzi anche i licei. Una legge che gli studenti e le famiglie avevano ben accolto, convinti che avrebbe sicuramente orientato e aiutato a trovare lavoro. Purtroppo non è stato così: ha invece sottratto 400 ore di scuola e studio ai tecnici e ai professionali e 200 ai licei.  Dal 2018 ha anche un nuovo nome: PCTO, Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento e se ne occupa il Ministero dell’istruzione ed i docenti sono chiamati in prima persona ad organizzarla; ormai ai professori si richiedono professionalità altre: tutto meno che un buon lavoro in aula. 

Le manifestazioni degli studenti sono state brutalmente represse: a Roma il 23 gennaio davanti al Pantheon, quando gli studenti hanno provato a formare il corteo per dirigersi verso il Ministero dell’Istruzione sono stati caricati dalle forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa perché il corteo non era autorizzato, in quanto la manifestazione era solo autorizzata in mobilità statica per la sicurezza sanitaria, senza alcuna possibilità di dialogo. Altrettanto è accaduto il 28 gennaio a Napoli e Milano; ma gli episodi più gravi e sconcertanti a Torino in piazza Arbertello, dove gli studenti hanno subito pestaggi prima ancora che il corteo provasse a muoversi: più di 40 feriti che hanno subito anche fratture, come testimoniano i numerosi filmati.

In seguito a questi fatti, molti parlamentari hanno chiesto spiegazioni alla ministra dell’Interno Lamorgese perché in piazza sono stati violati diversi diritti dell’UE e della Carta dei Diritti Fondamentali; persino Amnesty Italia ha poi inviato osservatori alla manifestazione del 4 febbraio a Torino per monitorare eventuali violazioni dei diritti umani. Ad oggi di queste inchieste non se ne sa nulla.

Dopo la morte di Giuseppe ancora una manifestazione il 18 febbraio in 40 città italiane: a Torino gli studenti in piazza erano 5000 e le proteste davanti alla sede di Confindustria finiscono con 7 feriti lievi tra le forze dell’ordine. Nel frattempo molte scuole superiori in tutta Italia sono state occupate in segno di protesta dagli studenti perché non c’è stato alcun dialogo con il Ministero dell’Istruzione e del Lavoro.

Poi le notizie spariscono dall’informazione main stream, tutta impegnata ad annunciare la guerra ancor prima che avvenga, continuando ad ignorare quella in corso dal 2014.

Ritornano le notizie, su questi eventi, il 12 maggio, ma non sulle inchieste relative alle morti tragiche dei giovani e neanche quelle sulla violazione dei diritti a manifestare il dissenso quando gli studenti sono stati picchiati, bensì quella del prelevamento di 11 ragazzi e ragazze appartenenti ai collettivi studenteschi, tutti incensurati, di cui 3 vengono condotti alle Vallette e siccome due di essi risultano positivi al covid, vengono portati in isolamento ed il terzo ugualmente, anche se negativo, perché entrato in contatto; quattro vanno agli arresti domiciliari ed i rimanenti hanno l’obbligo di firma. Ai ragazzi in isolamento viene negata anche la possibilità dell’incontro telematico con giudice e avvocato e non si conoscono i capi d’imputazione e solo cinque giorni dopo hanno potuto vedere il difensore. Il 24 maggio il Tribunale per la libertà ha concesso ad Emiliano e Jacopo, studenti universitari, gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, la cui assegnazione ha richiesto ben 10 giorni, per cui sono stati condotti solo il 6 giugno alle loro abitazioni con lo scenografico blindato dei Carabinieri, come se fossero pericolosi incalliti malavitosi, mentre Francesco, giovane lavoratore, il più piccolo di loro, rimane in carcere.

Con questi ragazzi è stato applicato il regolamento alla lettera, servendosi della burocrazia, tanto che Emiliano e Jacopo, nonostante il braccialetto elettronico subiscono 2 controlli al giorno e soprattutto di notte, provocando anche disagi ai loro familiari e per qualsiasi cosa devono passare attraverso la richiesta al giudice. Questo eccesso di misure cautelari su persone incensurate sui capi d’imputazione di resistenza a pubblico ufficiale è da tempo che viene praticata a Torino: da quando i cittadini del Piemonte hanno iniziato le proteste contro la realizzazione della TAV, con particolare accanimento contro i giovani manifestanti. Infatti l’ondata di repressione supportata dalla macchina giudiziaria ha portato in carcere dal 2016 moltissimi giovani con pene cautelari spropositate rispetto ai molti successivi processi con sentenza d’innocenza; ma a questi giovani chi restituisce pezzi di vita interrotti e a volte irrecuperabili: studi bloccati e perdita del lavoro, oltre il danno psicologico, che mai un risarcimento pecuniario potrà ricompensare a sufficienza. Ad oggi i ragazzi agli arresti domiciliari hanno divieto di comunicare, eccetto con i loro conviventi familiari. Sembra esserci una precisa regia per sedare il dissenso, dove i padroni fanno davvero da padroni, non solo nei luoghi di lavoro, ma nei centri nevralgici del potere.

Ma a Torino è anche nata una rete solidale e tutto è iniziato nel 2016, dopo l’ondata di arresti durante le proteste NO-TAV e le madri dei giovani arrestati hanno creato il movimento delle “Mamme in piazza per la libertà di dissenso” che vede le donne unite e solidali nella lotta contro l’uso spregiudicato della procura torinese delle misure cautelari a scopo dissuasivo e punitivo, la criminalizzazione della militanza, vista come aggravante nelle carte giudiziarie, la repressione nelle piazze, la mancata revisione dei decreti sicurezza in materia di repressione dei conflitti sociali.

Queste donne hanno creato una rete solidale fatta d’impegno non solo per i propri figli, ma hanno esteso la loro azione alle donne detenute in carcere e tutti i giovedì dal 2019, dopo l’arresto di Dana Lauriola, attivista NO-TAV, sotto le mura del carcere; anche durante la pandemia, hanno portato ascolto e vicinanza, instaurando una comunicazione in assenza dei colloqui con i familiari. Qualcosa d’importante che riconosce le detenute come persone con dei bisogni comuni e restituisce loro dignità. Un rapporto che si concretizza anche con aiuti materiali come il dono di un frigorifero. Oggi le madri dei giovani coinvolti sono attive e non rassegnate, grazie all’esperienza e al supporto di altre donne che hanno stabilito una rete di contatti che aiuta a districarsi nella foresta delle regole del mondo giudiziario e penitenziario. Nessun organo nazionale d’informazione ha riportato della conferenza stampa del 12 maggio, giorno degli arresti, davanti al liceo Gioberti di Torino, né della manifestazione con corteo del 14 maggio nella città sotto i riflettori del peggior Festival Eurovision mai realizzato, né della conferenza stampa tenuta al Sereno Regis, sempre a Torino il 31 maggio.

Il 28 di giugno, grazie all’impegno di alcuni parlamentari come E. Dessì, P. Nugnes, del segretario del PC M.Rizzo, dei Cobas-scuola è stata possibile una conferenza stampa in Senato per la delegazione delle Madri torinesi ed in collegamento gli avvocati difensori e la garante dei diritti per i detenuti di Torino M.C. Gallo, la quale ha segnalato l’aumento di arresti e detenzioni di persone giovani sotto i 26 anni, il cui ingresso in carcere è molto traumatico anche per la loro giovane età.

La società vuole i giovani obbedienti e sottomessi alle leggi dei mercati finanziari, sprovveduti davanti alle sirene del mondo dei consumi effimeri, disimpegnati politicamente e soprattutto ignoranti, visto che le ore di scuola sono sempre al ribasso: tutto sembra più importante di una robusta formazione culturale in grado di reggere ad ogni sbando della società globalizzata dal capitalismo rapace.

Una buona formazione scolastica deve dare strumenti, attraverso lo studio delle discipline, in grado di “leggere” il mondo e partecipare creativamente alle trasformazioni, che non dovrebbero essere dettate solo dall’economia dei profitti di pochi.

Eppure tutta la scuola italiana è caduta nella deriva dello svuotamento dei saperi, invece che rivisitarli in chiave epistemologica per renderli efficaci per le esigenze di un vero progresso umano e non del capitale privato. La precocizzazione verso il mercato del lavoro, un mondo di luoghi di lavoro insicuri che conta ben 1400 morti l’anno, espone i giovanissimi ad enorm i rischi, sottrae formazione culturale. Inoltre il pensiero comune persevera nella nefasta divisione dei saperi umanisti, scientifici e tecnici, da far rimpiangere il modello gentiliano. Una scuola al servizio della più becera e parassitaria classe imprenditoriale italiana, incapace di ricerca, d’investimenti per il futuro, che cerca profitti nell’abbassamento del costo del lavoro inteso come retribuzione e sicurezza. Vogliono schiavi/e, a disposizione c’è un esercito di migranti in Italia che si sottomette ai salari da fame, alla precarietà all’insicurezza e che costringe i cittadini italiani a subire lo stesso ricatto. Tutto il mondo lavoro è investito da questa lunga ondata che ha cancellato conquiste dei diritti dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, vittime ancora più vittime nel mondo degli sfruttati. Anche il lavoro intellettuale, disprezzato e sfruttato, costringe i nostri giovani a migrare, così l’Italia contraddittoriamente “accoglie” con retorica enfasi profughi da ogni dove, ma lascia che i propri giovani, il nostro futuro, siano costretti a lasciare il paese per costruirsi una vita.

Una migrazione intellettuale che contribuisce allo sviluppo di altri paesi. Con Renzi è passata anche la menzogna che la precocizzazione del contatto con il mondo del lavoro fosse la chiave per trovare lavoro. Di quanta miopia e ignoranza è pervasa la nostra società! Già prima della “Buona scuola”, negli istituti tecnici si faceva fatica a collocare gli studenti nei percorsi di ASL, perchè dalla crisi del 2008 molte aziende produttive hanno chiuso o delocalizzato, così molti studi di commercialisti ed altrettanti studi di geometri; le poche aziende rimaste ne approfittavano già per avere forza lavoro gratis e spesso gli studenti si sono trovati tra l’illusione di poter poi essere assunti, ma in un luogo di lavoro ostile, in quanto paradossalmente sottraevano, senza esserne coscienti, lavoro agli altri lavoratori. Situazioni ingestibili per un minorenne sbattuto subito nella competizione tra poveri. Inoltre l’Italia è divisa da un grave divario tra nord e sud, dove il lavoro è sempre mancato. Renzi ha esteso l’esperienza anche ai licei, dove il problema si è notevolmente aggravato: ore sottratte a tutte le discipline per fare fotocopie negli studi professionali, utilizzare competenze linguistiche nelle agenzie di viaggio in concorrenza con gli studenti dei tecnici del turismo ed altre inconsistenti esperienze. Forse ragazzi e famiglie ora hanno preso consapevolezza dell’inutilità di questi percorsi e che il lavoro bisogna prima crearlo, pensare un progetto di sviluppo-paese che l’Italia non ha mai avuto, correndo sempre dietro alle esigenze di una classe padrona cialtrona e assistita a spese dei contribuenti; e soprattutto c’è bisogno di scuola, di saperi senza distinzioni utilitaristiche: gli studi umanistici sono per la vita ed è il metodo di studio che è scientifico, non solo il contenuto. Ma il mondo si è fatto divorare dalla tecnica, confondendo scienza e tecnica.

Ricordiamo che Galileo, non fu solo uno scienziato che si costruiva gli strumenti tecnici per la ricerca e la sperimentazione, ma era anche un brillante scrittore; infatti nel ‘600, mentre imperversava il Barocco, scrisse quel capolavoro letterario che è “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”. Per Calvino era il più grande prosatore italiano di tutti i tempi. Così Leonardo che scrisse “Il libro della pittura”, un trattato sulla scienza della pittura. E così tanti altri come Montale e Svevo che venivano da studi tecnici. Sciocche distinzioni tra i saperi che non hanno neanche il pregio dell’utilitarismo. I docenti sono chiamati a progettare ed attuare il danno: i Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento, i PCTO, piuttosto che insegnare come costruire le conoscenze.

I ministri Orlando e Bianchi hanno perso un’occasione per dialogare con gli studenti, rilanciare la scuola italiana e costruire un futuro per tutto il Paese…hanno preferito accontentare i padroni.

 

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