Quella simpatia del Manifesto per gli oppressori in Nord Africa

Quella simpatia del Manifesto per gli oppressori in Nord Africa

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Le stampelle europee delle rivoluzioni colorate del Nord Africa negli ultimi mesi vivono in uno stato di agitazione permanente, scandito dallo schiocco di frusta dei loro padroni, visibilmente irritati. Nelle occasioni ufficiali in cui questi militi del falso si danno ritrovo (cerimonie di premi giornalistici pilotati, dibattiti pubblici bonificati da presenze scomode) si è diffuso il panico e bisogna gettare altro carbone nel forno della locomotiva se si vuole scollinare anche questa volta.

L’intraprendenza e il coraggio del presidente tunisino Kais Saied da un lato e l’avvicinarsi delle fantomatiche elezioni a Tripoli delineano uno scenario che, nel caso di disfatta per la Fratellanza Musulmana, segnerebbe la fine dell’esperimento sociale lanciato nel 2011: sinistra + islamisti al servizio dell’impero.

Come sappiamo, lo scorso 25 luglio è stato sciolto il parlamento tunisino, mossa che ha consentito di mettere sotto inchiesta decine di deputati finora protetti dall’impunità parlamentare e portare alla luce il progetto di svendita del Paese di una classe politica corrotta al servizio dell’UE, per altro in corso da un decennio.

 

LIBIA: ELEZIONI E A SEGUIRE, SE NECESSARIO, LA GUERRA CIVILE

A Tripoli la situazione è ancora più surreale. Il governo del premier Dabaiba, in carica dallo scorso marzo con il compito di portare il Paese alle elezioni il prossimo 24 dicembre, si è visto ritirare la fiducia del parlamento lo scorso settembre, ma non di meno resta in carica, riabilitando il modello “Sarraj”, ossia governi scelti dall’Occidente e calati a Tripoli senza nessuna forma di approvazione democratica.

Tuttavia scopo del premier Dabaiba, punta di diamante di una classe politica legata alla Fratellanza Musulmana, è quello di preservare il potere illegittimo che la comunità internazionale conferisce e per questo le elezioni alle porte sono un rischio troppo alto. Il consenso del Paese va in tutt’altra direzione, sin dal 2014, quando nelle ultime elezioni tenute in Libia la maggioranza dei cittadini libici avevano già confinato i Fratelli musulmani all’opposizione.

Allora era intervenuta la Brigata di Misurata, la milizia più potente del Paese, per impedire militarmente che il governo legittimamente eletto si insediasse a Tripoli. Non a caso Khaled al-Mashri, capo del Consiglio Consultivo dello Stato, una delle figure di garanzia più importanti in questo momento, ha dichiarato in questi giorni in un’intervista ad Al-Jazeera: “Se Haftar diventa presidente, la Libia occidentale resisterà con la forza delle armi”. Esattamente ciò che successe 7 anni fa. Sprezzante del senso del ridicolo ha poi aggiunto: “La parte di Paese che sostiene Haftar (maggioritaria, per altro) vuole beneficiare delle risorse della Libia!”. Certo, chi altri? Evidentemente le risorse della Libia non appartengono al popolo libico, ma ai padroni occidentali di cui lui è servo.

Di tutto ciò sulla stampa italiana non c’è traccia. La Libia è lontana ed è meglio che là resti. Meno se ne sa e meglio è. Anche perché si rischia di raccontare che l’Italia in Libia è serva dei servi, ossia vaga inutilmente tra le stanze del potere usurpatore con il cappello in mano per elemosinare qualche goccia di petrolio dai Turchi, che ormai hanno occupato la Tripolitania e controllano ogni rivolo della politica locale controllando le milizie, a cui hanno affiancato 20 mila mercenari siriani.

E questo è tema di imbarazzo. Non c’è stato summit internazionale nelle ultime settimane in cui capi di stato e ministri non abbiano ribadito la necessità di tenere le elezioni entro la data prefissata e la necessità del ritiro dei mercenari stranieri. In realtà solo una grande cortina di fumo per nascondere la struttura profonda del piano predisposto: seggi militarizzati nell’ovest e, nel caso di vittoria di Haftar, guerra civile con i Turchi già pronti ai posti di combattimento.

 

I GIANNIZZERI OTTOMANI NELLE REDAZIONI ITALIANE

Ma se da un lato la Libia è un affare troppo sporco anche solo per parlarne, la Tunisia è il parco giochi dei rampolli dello pseudo-giornalismo italiano, quello cresciuto nell’ultimo decennio all’ombra dei finanziamenti liberal americani per vendere il prodotto, anziché per scovare la verità.

E dispiace che una quasi intera generazione di giovani giornalisti italiani abbia scambiato l’opinione del padrone per la verità. Ma scambiare i benefici che il servilismo concede come il frutto del proprio talento è un errore che solo i fatti potranno certificare. E noi fretta non ne abbiamo.

Ma tant’è. Da quando il presidente tunisino Kais Saied ha sciolto il parlamento lo scorso 25 luglio, i giannizzeri ottomani di casa nostra sono scattati sull’attenti. E giù una sventagliata di articoli faziosi e stesi a freddo per delimitare il campo di azione lecita nel decadente paesaggio della sinistra italiana.

Non per fare torto a decine di altri scienziati della propaganda che meriterebbero di essere altrettanto citati, ma sul Manifesto dalla fine di luglio grandinano articoli che raccontano tutto il contrario di quello che sta succedendo in Tunisia. E non per pressappochismo, ancora meno per ideologia. Per esplicito mandato: Saied deve morire.

Il presidente tunisino è vittima di un piano per la sua eliminazione fisica, di cui abbiamo già scritto qui su L’AntiDiplomatico, tuttavia per arrivare a tanto occorre preparare il terreno.

Abbiamo riportato il discorso tenuto dal presidente il giorno del varo del nuovo governo, in cui si è scagliato contro chi ha venduto la Patria e ha giurato che è finita l’era di chi baratta la sovranità tunisina per i propri vantaggi personali. 

I suoi discorsi stanno infiammando i cittadini nordafricani vessati da un decennio di dominio della Fratellanza Musulmana al punto che molti l’hanno già definito “il Chavez del Mediterraneo”.

Ma per il Manifesto è tutto il contrario. Saied è un dittatore perché non “ascolta” le parti sociali e perché scioglie un Parlamento eletto (per altro appellandosi all’articolo 80 della Costituzione tunisina che impone al Presidente di sciogliere il Parlamento se ritiene in pericolo la tenuta democratica del Paese).

 

 

Ma la domanda è: se le “parti sociali” sono infiltrate da cittadini venduti che da anni rispondono ai loro padroni all’estero e se il parlamento è composto da deputati che nel giro di 2 anni soltanto cambiano casacca sollecitati dalle prebende di un potere mafioso e strisciante, dove sta la democrazia? Nel lasciar scorrere gli eventi o nel fermare tutto, nell’azzerare tutto, nel consegnare i corrotti alla giustizia e ricominciare tutto daccapo?

 

SOVRANITA’ CONTRO L’IMPERIALISMO

Diciamolo chiaro: la Tunisia sta facendo ciò che Grecia e Italia non potranno mai fare: far valere la propria sovranità per buttare a mare la mafia delle istituzioni europee che in Nord Africa si esprime attraverso il braccio armato della Fratellanza Musulmana.

“Il colpo di stato di Kais Saied è condannato” (parole di Jahouar Ben M’barek, semplice assistente universitario spacciato dal Manifesto per “costituzionalista”), “Democrazia tradita, a Tunisi monta la protesta”, “In Tunisia la prima donna premier non fa primavera. Tutti i poteri a Saied“, “Pro e contro Saied, in piazza si affrontano le due Tunisie“, “Un mese dopo la Tunisia è senza democrazia”.

Con questi titoli il Manifesto dalla fine di luglio sta ribaltando la verità dei fatti in Tunisia. “Ennahdha”, il partito della Fratellanza musulmana è alle corde. La sinistra locale vendutasi ai fondi della cooperazione internazionale mandati dall’Europa è alle corde. 

Il popolo, invece, è in piazza per sostenere Saied.

Le poche manifestazioni che gli orfani di Obama hanno messo in piedi a Tunisi in questi mesi hanno avuto scarsa partecipazione e sono state tutte pilotate. Qualcuno dice che i manifestanti fossero pagati, così come le voci interne contro Saied che trovano spazio sulle pagine dei giornaletti europei. 

Lo sostiene Souheil Bayoudh che il 10 ottobre scorso, al termine di una delle rare manifestazioni contro Saied, che ha visto la partecipazione di non più di 2.000 persone, ha raccolto centinaia di bandierine della Tunisia stampate per l'occasione dalla propaganda islamico-sinistra per i propri sostenitori a cottimo che le hanno poi gettate per la strada al segno del “rompete le righe”.

Raccolte da terra, ne è stata fatta una scultura (vedi foto di copertina).

Mentre Saied, il presidente di tutti i Tunisini, chiedeva un incontro all’ambasciatore americano a Tunisi, Donald Bloom, per dirgli un paio di cose: “che sia l’ultima volta che al Congresso americano si discuta del destino della Tunisia”.

 

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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