Pino Arlacchi - Paradosso Iran: no blitz e sanzioni

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Pino Arlacchi - Paradosso Iran: no blitz e sanzioni


di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 13 febbraio 2026

Mentre la flotta americana si dirige verso il Golfo Persico con l’obiettivo dichiarato di intimidire il regime iraniano, è legittimo chiedersi se questo attacco non stia producendo l’effetto esattamente opposto.

Potendo rappresentare non una minaccia, ma un soccorso all’establishment clerico-fascista dell’Iran che traballa in queste settimane sotto la furia popolare.

Il paradosso si spiega mettendo a fuoco alcuni effetti non voluti delle sanzioni occidentali contro l’Iran. Lungi dall’indebolire il regime, esse sono diventate la forza principale per la sua sopravvivenza. Ma non solo per l’impulso che danno al patriottismo antiamericano iniziato nel 1953 con il colpo di Stato firmato dalla neonata CIA contro il governo democraticamente eletto di Mossadeq, e proseguito con l’opposizione alla dittatura dello Scià e la rivoluzione khomeinista del 1979. Il regime sopravvive anche perché negli ultimi decenni è diventato una colossale cleptocrazia che ha vari punti in comune con l’Italia pre-Mani Pulite. Non si tratta di corruzione accidentale, ma di un sistema dove l’appropriazione delle risorse pubbliche costituisce una tecnica ordinaria di governo. Un assetto dove specifiche entità semi-ufficiali o ufficiali controllano larghi settori dell’economia imponendo tangenti, gestendo enti e industrie di Stato, saccheggiando la spesa pubblica di un Paese di 90 milioni di abitanti.
 
Al centro di questo sistema stanno i Pasdaran, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), creato dopo la rivoluzione come forza militare parallela all’esercito regolare. Con circa 200.000 membri, i Pasdaran sono meglio equipaggiati e pagati delle forze armate convenzionali, ma la loro trasformazione più significativa è stata economica. Secondo stime consolidate, i Pasdaran controllano oggi tra il 25% e il 35% dell’intera economia iraniana, con partecipazioni dominanti nel campo agricolo, minerario, manifatturiero, petrolifero, finanziario, delle costruzioni e delle telecomunicazioni. Questo controllo non è informale, ma istituzionalizzato attraverso specifiche agenzie. La Fondazione Cooperativa dei Pasdaran (Bonyad-e Ta’avon-e Sepah) opera come braccio economico, possedendo partecipazioni in innumerevoli aziende. Il quartier generale delle Costruzioni Khatam al-Anbiya, divisione ingegneristica dei Pasdaran creata durante la guerra Iran-Iraq, è diventato il più grande appaltatore di lavori pubblici in Iran, controllando progetti da miliardi di dollari in dighe, porti, autostrade, metropolitane, oleodotti e gasdotti. La Forza Quds, unità speciale dei Pasdaran responsabile per operazioni all’estero, gestisce le reti internazionali di contrabbando petrolifero e riciclaggio. Ma l’entità più sinistra e possente della cleptocrazia al potere è Setad Ejraiye Farman Emam, l’Organizzazione per l’Esecuzione dell’Ordine dell’imam Khomeini. Creata ufficialmente per gestire proprietà confiscate dopo la rivoluzione, Setad è diventata un conglomerato gigantesco da 95 miliardi di dollari (un quarto del Pil iraniano) i cui dirigenti sono nominati dalla Guida Suprema, Ali Khamenei. A differenza delle aziende di Stato, che rispondono al governo eletto, Setad risponde solo a Khamenei, operando come strumento corruttivo perfetto: può distribuire contratti, licenze e opportunità senza alcun controllo parlamentare, giudiziario o contabile.

Le sanzioni occidentali, imposte progressivamente e intensificate dopo il 2012, hanno trasformato questa struttura istituzionale in una macchina di predazione. Il meccanismo è semplice, ma devastante per i cittadini iraniani: le sanzioni creano scarsità artificiale di beni di consumo e industriali, la scarsità genera prezzi gonfiati e chi controlla i canali di importazione illegale incamera profitti enormi.

Dubai è diventata l’hub essenziale di questo sistema. Con oltre 300.000 iraniani residenti negli Emirati Arabi e circa 8.200 aziende di proprietà iraniana, Dubai funziona come entrepôt perfetto: vicinanza geografica all’Iran (un’ora di volo), zone franche con supervisione minima, sistema bancario opaco e deliberata ambiguità legale sul re-export. I prodotti arrivano legalmente a Dubai con documentazione pulita, vengono rietichettati e spediti via mare o terra verso l’Iran attraverso reti controllate dai Pasdaran.

Chiunque visiti l’Iran resta colpito dall’abbondanza di prodotti occidentali che le sanzioni dovrebbero rendere difficili da reperire. Non si tratta di inefficienza del sistema sanzionatorio, ma di una sua logica conseguenza: i prodotti arrivano, ma attraverso canali controllati dall’élite del regime che incassa la differenza tra il prezzo di mercato internazionale e quello gonfiato del mercato nero. Il caso più emblematico di come funziona questo assetto è quello di Babak Zanjani, un imprenditore del petrolio. Negli anni 2010-2013, Zanjani costruì un impero da 13,5 miliardi di dollari organizzando la vendita clandestina di petrolio iraniano. Con la benedizione del governo, ma mettendosi in tasca 2,7 miliardi. Altri casi monumentali includono la frode da 21 miliardi di dollari nel complesso siderurgico Mobarakeh, i 3 miliardi scomparsi dalla Sarmayeh Bank, e la rete di corruzione che coinvolse il vice del capo della magistratura, arrestato nel 2019 per aver accettato tangenti multiple. La magistratura iraniana non funziona da contrappeso al potere dei Pasdaran e del Setad, ma come loro complice.

Le proteste che scuotono l’Iran dal 2025 dimostrano che la popolazione ha identificato con precisione le trafile del saccheggio. Gli slogan lanciati dalle folle di dimostranti, ben documentati da Al Jazeera, Iran International e altre fonti regionali ma trascurati dai resoconti occidentali, non sono denunce generiche sui diritti umani, ma precise accuse contro specifiche istituzioni. Questa consapevolezza delle ragioni della crisi riflette un processo politico di lungo periodo. L’elettorato che protesta è in larga parte lo stesso che ha votato ripetutamente per candidati riformisti: Mohammad Khatami (1997-2005), Hassan Rouhani (2013-2021) e Masoud Pezeshkian (2024). Khatami vinse con una piattaforma di rule of law e trasparenza, ma ogni suo tentativo di sottoporre a scrutinio le attività economiche dei Pasdaran si scontrò con l’opposizione delle istituzioni che rispondevano alla Guida Suprema. La mossa che farebbe realmente saltare il sistema sarebbe la totale abolizione delle sanzioni contro l’Iran. La loro revoca distruggerebbe il monopolio del contrabbando. Riporterebbe il commercio nei canali legali, riducendo drasticamente le rendite dei Pasdaran. Priverebbe Setad e le fondazioni parallele della loro funzione di cassaforte della cleptocrazia clericale. Restituirebbe spazio al settore privato, alla concorrenza, alla classe media urbana, l’unica forza sociale storicamente capace di generare cambiamento nell’antica Persia. Eppure, questa opzione non viene presa in considerazione dagli attuali avversari dell’Iran e meno che mai dagli Stati Uniti. Perché? Perché la cleptocrazia iraniana non esiste nel vuoto. Si riflette, quasi specularmente, in un altro sistema di interessi, più sofisticato, meno visibile e ancora più potente: il complesso militare-industriale statunitense, che vive anch’esso di sanzioni e di minacce. Oltre a essere una centrale di corruzione e di spreco senza fondo.

Le sanzioni contro l’Iran giustificano bilanci militari gonfiati, vendite di armi nella regione, basi permanenti, contratti miliardari. Il budget della difesa Usa ha superato gli 850 miliardi di dollari annui. Le tensioni con Teheran sono una delle narrative che ne legittimano l’espansione. Come in Iran, anche qui la minaccia esterna diventa una rendita interna. Due sistemi corruttivi, diversi per forma ma simili per funzione, si alimentano a vicenda. Senza scontrarsi per davvero, come gli alti e bassi di Trump sull’Iran stanno dimostrando.
 

Pino  Arlacchi

Pino Arlacchi

Ex vice-segretario dell'Onu. Il suo ultimo libro è "Contro la paura" (Chiarelettere, 2020)

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