Oltre l'IA, come sopravvivere al capitalismo digitale

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Oltre l'IA, come sopravvivere al capitalismo digitale

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di Michele Blanco

La civiltà occidentale attraversa una transizione che non ammette regressioni nostalgiche né correttivi congiunturali: un processo di decomposizione strutturale che sta smantellando i pilastri della modernità novecentesca, a partire dal collasso del suo indicatore più intimo, la demografia. L’inversione biologica tra nascite e decessi — inaugurata dal modello scandinavo negli anni Settanta e oggi estesa per osmosi fino alla Cina — ha determinato un invecchiamento ipertrofico della popolazione. Questo fenomeno drena la spesa pubblica verso il welfare geriatrico, contrae la produttività marginale del lavoro e spegne l’entropia giovanile, intesa come forza storica di contestazione e rottura dei conformismi sociali.

In questo quadro di asfissia biologica si inserisce la faglia geostorica con l'Africa subsahariana, dove la disparità dei profili anagrafici e l'inversione delle masse critiche configureranno un'attrazione magnetica inevitabile, riducendo l'Europa a un misero 11% della popolazione globale entro il 2050.

Sul piano economico, l'Occidente sconta gli esiti della globalizzazione neoliberale avviata negli anni Ottanta del secolo scorso. La totale autonomizzazione della finanza rispetto alla produzione materiale ha generato una plutocrazia oligarchica ostile a qualsiasi riforma del sistema, polarizzando la ricchezza a livelli definiti ormai pre-moderni. Contemporaneamente, il modello basato sull'obsolescenza programmata e sull'iper-consumismo ha esaurito la sua spinta propulsiva: la saturazione della domanda dimostra che l'offerta non trova più sbocchi reali, mentre l'avvento della transizione digitale ha cannibalizzato il vecchio mondo materiale, distruggendo i tradizionali meccanismi di redistribuzione del reddito.

Questa crisi da sovrapproduzione cozza contro la violenta destabilizzazione ecologica causata dall'estensione dei modelli estrattivi a oltre otto miliardi di persone. Intanto, la democrazia liberale si svuota di sovranità, riducendosi a un simulacro procedurale incapace di governare le spinte sistemiche. In questo vuoto, il deficit di alfabetizzazione della popolazione civile rappresenta il pericolo più immediato: una massa sociale stritolata da dinamiche macroeconomiche di cui ignora le cause è fatalmente esposta a regressioni scioviniste e populismi reazionari, col rischio di trasformare una fisiologica decadenza in un collasso catastrofico, qualora si tenti di opporre la forza militare alla logica del riassestamento globale.

L'unica strategia per preservare la civiltà risiede in una mutazione epistemologica radicale: smantellare il nesso indissolubile tra sapere, lavoro e valore economico. Nel momento in cui l'evoluzione dell'intelligenza artificiale e l'automazione algoritmica non si limitano a sostituire la forza muscolare, ma colonizzano le funzioni cognitive superiori (sintesi, programmazione, diagnosi) a costi marginali azzerati, la conoscenza umana finalizzata alla produzione materiale diventa obsoleta. L'essere umano si ritrova espropriato del suo ruolo di produttore e deve transitare dal negotium del tempo occupato all'otium radicale nell'accezione classica e contemplativa: un tempo liberato dal bisogno, in cui la conoscenza cessa di essere un mezzo per l'accumulazione di capitale e torna a essere un fine in sé.

Questa transizione implica un salto quantico rispetto all'alienazione marxiana: l'individuo rischia oggi di essere alienato dalle sue stesse facoltà cognitive e di perdere il senso dell'efficacia personale se l'algoritmo calcola e decide meglio di lui. La scommessa della conoscenza non produttiva diventa quindi l'unico baluardo contro l'atrofia intellettuale e il nichilismo da automazione. Studiare la storia, la filosofia o la fisica teorica non per addestrare un modello o riempire una casella nel mercato del lavoro, ma per il puro godimento della scoperta, permette di riscattare la cultura dalla sua riduzione aziendale a mera competenza.

L'evoluzione dell'IA dimostra inoltre che può esserci computazione pura senza coscienza, rompendo il monopolio umano sul pensiero logico-razionale e ridefinendo la nostra specie non più come l'animale che calcola meglio, bensì come l'essere che abita il significato, prova stupore ed è trasformato dall'atto stesso del conoscere.

Da ciò deriva una conclusione politica e sociale: visto che l'automazione riduce la domanda di lavoro e la biosfera impone di frenare l'impatto ambientale, occorre ridurre la giornata lavorativa e redistribuire automaticamente la ricchezza prodotta dagli algoritmi. Questa transizione post-lavorista richiede tuttavia una profonda de-aziendalizzazione della scuola e dell'università, che oggi operano come subfornitori del mercato attraverso competenze iperspecialistiche destinate a rapida obsolescenza. Il sistema educativo deve abbandonare l'addestramento performativo per rifondarsi attorno al pensiero critico e alla resistenza cognitiva.

Sul piano macroeconomico, l'introduzione di un Reddito Universale di Base (UBI) finanziato dalla tassazione del capitale algoritmico e la creazione di Fondi Sovrani Pubblici — alimentati dalle partecipazioni dello Stato nelle imprese automatizzate — rappresentano l'unico stabilizzatore sistemico in grado di scongiurare il collasso della domanda aggregata in un capitalismo privo di salariati.

L'attuazione di questo modello si scontra inevitabilmente con la feroce resistenza delle nuove élite finanziarie e dei colossi digitali, che sfruttano la minaccia della fuga dei capitali, la cattura dei decisori politici e la retorica della filantropia per difendere le proprie rendite. Per disarmare questo neo-tecnofeudalismo, il potere pubblico deve utilizzare leve geoeconomiche transnazionali: condizionare l'accesso ai mercati occidentali al rispetto delle regole redistributive, dichiarare l'infrastruttura dei dati bene comune demaniale e promuovere solide alleanze sovranazionali.

Se la società non democratizzerà il sapere parallelamente alla redistribuzione delle risorse, ci avvieremo verso una distopia a due velocità: una tecnocrazia plutocratica deterrà il controllo dei codici, mentre una massa subalterna verrà confinata in un intrattenimento algoritmico passivo. Ridurre il tempo di lavoro per investire nella cultura non è un lusso intellettuale, ma l'infrastruttura di sopravvivenza indispensabile per formare cittadini capaci di comprendere la complessità, negoziare il proprio futuro ed evitare che l'architettura algoritmica si trasformi in un panopticon totalitario.

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