Nuovo rapporto del Faft. Ecco come l'Arabia Saudita continua a finanziare il terrorismo

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Nuovo rapporto del Faft. Ecco come l'Arabia Saudita continua a finanziare il terrorismo



di Roberto Vivaldelli - Occhidellaguerra


L’Arabia Saudita continua a finanziare il terrorismo fuori dal regno e sta facendo ben poco per bloccare quei flussi di denaro che da Riad vanno a movimenti e partiti sunniti ultraconservatori in tutto il mondo. A sostenerlo è il nuovo rapporto del Faft (Financial Action Task Force), il quale sottolinea come il regno wahabita rivolga la propria attenzione esclusiva ai pericoli interni escludendo da ogni priorità ciò che avviene al di fuori dal Paese.
 

Secondo il rapporto, l’Arabia Saudita finanzia con ingenti somme di denaro gruppi wahabiti al fine di sostenere i propri obiettivi geopolitici. Per esempio, come riporta Lobelog, il regno finanzia i gruppi estremisti sunniti nella provincia del Balochistan, al confine tra Pakistan e Iran, in opposizione alle milizie sciite legate alla Repubblica islamica, fomentando una guerra settaria che coinvolge la regione. Senza contare il sostegno che Riad ha fornito ai gruppi islamisti nella guerra siriana. 
 

Come testimonia un documento top-secret dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana diffuso da Edward Snowden e pubblicato da The Intercept, i sauditi ordinarono ai ribelli a loro fedeli di eseguire un attacco a colpi di mortaio contro il Palazzo presidenziale siriano, nel cuore di Damasco. E il flusso di armi (soprattutto) e denaro che Riyad ha garantito ai ribelli islamisti è noto almeno dal 2012, come racconta anche Foreign Policy.
 

Un rapporto che smentisce Trump

Secondo il rapporto che imbarazza i sauditi, la strategia del regno per la lotta al finanziamento del terrorismo si limita principalmente all’impiego di misure di contrasto alle minacce terroristiche “dirette al regno” e alle “sue immediate vicinanze”. Smentisce di fatto ciò che ha sempre dichiarato il presidente Usa Donald Trump in merito ai sauditi, individuati dall’amministrazione Usa come principale interlocutore e partner privilegiato nella regione, assieme a Israele.
 

“Dopo il mio viaggio in Arabia Saudita l’anno scorso, i paesi del Golfo hanno aperto un nuovo centro per monitorare il finanziamento del terrorismo. Stanno attuando nuove sanzioni. Stanno lavorando con noi per identificare e seguire le reti terroristiche e assumersi maggiori responsabilità nella lotta al terrorismo e all’estremismo nella loro regione”, ha detto Trump nel suo recente discorso all’Onu. Il rapporto del Faft sembra notevolmente ridimensionare le dichiarazioni entusiastiche del presidente. Il flusso di denaro che giunge alle organizzazioni e ai gruppi ultraconservatori sunniti nel mondo apre alla possibilità che il lassismo del regno nel reprimere e bloccare tali flussi sia voluto.
 

Nel mirino del dossier ci sono anche le misure anti-riciclaggio annunciate dal principe ereditario Mohammad bin Salman, giudicate insufficienti: “L’Arabia Saudita ha una struttura legale con una base adeguata per indagare e perseguire tali attività di riciclaggio di denaro ma non sta investigando e perseguendo in modo efficace le persone coinvolte”, si legge.
 

Un programma di riforme che si è già insabbiato

All’inizio di agosto, l’Arabia Saudita ha fatto marcia indietro sul progetto di quotazione in borsa nazionale e internazionale del gigante petrolifero di Stato, Aramco. Il ministro dell’ Energia Khalid al-Falih ha dunque emesso un comunicato per sottolineare che una quota della società sarà messa sui mercati soltanto quando “le condizioni saranno ottimali”. Come sottolinea Il Corriere della Sera, è la conferma di un rinvio a data da destinarsi e mette in luce le difficoltà che il leader saudita Mohammed bin Salman incontra nel progetto di riforma del Paese, chiamato Vision 2030.
 

Il governo voleva monetizzare una parte di Aramco per finanziare le riforme ma le ambizioni del regno sembrano al momento naufragate. Come rivela la Cnbc,  l’amministratore delegato della compagnia Amin Nasser ha ammesso di non poter confermare nemmeno il 2020 come anno di quotazione. Insomma, i problemi dell’Arabia Saudita sembrano essere quelli di sempre, nonostante i roboanti annunci di Bin Salman. 

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