Luca Busca - L’urlo di rabbia

Luca Busca - L’urlo di rabbia

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Di Luca Busca

 

Un “urlo” questo che prolunga l’urlo di dolore, un post pubblicato su Facebook circa un mese fa in cui piangevo la scomparsa della mia amata compagna di vita. Un grido di sofferenza che esprimeva l’impotenza nei confronti dell’ingiustizia di veder morire chi è ancora troppo giovane per andarsene. Un dolore che stravolge con forza l’intera sfera privata soprattutto in virtù della condivisione di una figlia di appena tredici anni. Il poco tempo passato è del tutto insufficiente a placare il dolore, ma è stato abbastanza per indurmi ad urlare di nuovo al fine di manifestare, però, una diversa emozione, l’ira. Una rabbia profonda che valica i confini del privato per irrompere nella sfera sociale, luogo dove il senso di impotenza assume caratteristiche diverse, ma altrettanto devastanti. Nel piano personale l’incapacità di affrontare l’impari lotta metafisica con la morte è comune all’intero genere umano. Anche chi si appella a vite ultraterrene o a reincarnazioni cicliche finisce per soffrire la perdita dei propri cari, né più né meno degli atei come me. Sul piano pubblico, però, per chi non crede in alcuna forma postuma di giustizia divina, perdere la battaglia contro l’iniquità sociale non è sopportabile, e per questo genera collera, ira, indignazione.

Per comprendere bene l’entità e le ragioni di questa rabbia è necessario ripercorre il percorso della malattia di mia moglie. La prima diagnosi di tumore alla mammella arrivò a fine settembre del 2011. Il percorso fu quello classico dell’epoca: chemioterapia neo-adiuvante, intervento chirurgico (aprile 2012) e lunga radioterapia postoperatoria. Sono seguiti anni di terapia ormonale, molto pesanti in virtù della giovane età (34 anni). Proprio in considerazione di questa l’equipe medica preferì effettuare un intervento conservativo. All’epoca non era ancora diffusa l’analisi delle mutazioni genetiche. Per capirsi l’esame in base al quale Angelina Jolie decise di sottoporsi a un intervento di doppia mastectomia nel 2013 e a uno per l’asportazione delle ovaie e delle tube di Falloppio nel 2015.

A novembre del 2020 in piena pandemia, e a poca distanza dalla perdita della madre, arrivò la diagnosi di una recidiva. Una forma piuttosto aggressiva, non rilevata negli screening di luglio mentre a novembre già risultarono alcune metastasi al fegato. Finalmente, in questa occasione fu effettuato il test genetico che risultò positivo alla mutazione BRCA 2, come precedentemente la madre e, con ogni probabilità la nonna deceduta per la stessa patologia. Da Natale dello stesso anno fu sottoposta a terapia target di inibitori delle cicline, ottenendo una risposta eccezionale con una regressione in numero e dimensioni delle metastasi di circa il cinquanta per cento. Nel 2021 iniziò il dibattito in merito all’opportunità di vaccinare o meno i pazienti come mia moglie contro il Covid. Alla fine si optò per il sì. Dopo due somministrazioni di vaccino mRna, entrambe latrici di forti reazioni avverse, fu deciso di evitare la terza dose. Di lì a poco la malattia smise di rispondere alla terapia.

Allo stato attuale non esistono studi che confermino la correlazione. D’altra parte neanche l’esclusione della stessa è attestata da alcuna elaborazione di dati, la cui raccolta è stata accuratamente e scientemente evitata. Come seconda linea fu somministrata un’altra terapia target specifica per la mutazione genetica, il Talazoparib. Era marzo del 2022 e la stabilizzazione della malattia aprì le porte a un anno positivo, culminato, dopo la fine del delirio pandemico, con la ripresa dell’attività lavorativa. Purtroppo ad aprile 2023 anche questa terapia smise di funzionare e, in terza linea, venne somministrata una chemioterapia (eribulina) che, oltre a non produrre effetti sulla malattia, ebbe pesanti ripercussioni fisiche. All’inizio di agosto il rapporto tra benefici e danni della terapia venne giudicato negativo e si procedette alla sostituzione provvisoria con iniezioni di Fulvestrant. Verso la fine del mese, si aprì una finestra per partecipare ad uno studio di fase 1, presso il Policlinico Gemelli, sulla versione migliorata degli inibitori di cicline, il primo farmaco assunto che tanto bene aveva funzionato.

Mia moglie risultava una candidata ideale e a settembre ha iniziato le visite di protocollo. Nel giro di pochi giorni la situazione è degenerata, passando da candidato ideale ad essere esclusa dallo studio perché non più in possesso dei requisiti clinici necessari. Il fegato ha smesso completamente di funzionare e in dieci giorni se ne è andata. Nonostante le enormi difficoltà nel cercare di realizzare il processo di estraneazione necessario, ho cercato di raccontare esclusivamente i fatti, al fine di analizzarli a livello sociale. Da questo esame emergono chiaramente una serie di ragioni che inducono la rabbia e quella sensazione di impotenza nei confronti di un sistema che gira senza la minima considerazione del benessere del paziente. Mi preme escludere dalle considerazioni che seguono tutto il personale medico e paramedico che ha assistito mia moglie nel corso di questi dodici anni di malattia. Dimostrando sempre alta professionalità e profonda umanità.

L’iter della malattia sopra descritto evidenzia come frazioni di tempo relativamente brevi avrebbero potuto determinare una differenza sostanziale valutabile in anni di durata della vita. Un test genetico eseguito nel 2011 avrebbe condotto a scelte cliniche completamente diverse che avrebbero evitato la recidiva del 2020. Pochi giorni ad agosto, anticipando l’ingresso nello studio del Gemelli, avrebbero potuto stabilizzare la malattia anche a lungo termine. Purtroppo, però, la ricerca scientifica, e non solo in campo farmacologico e sanitario, è ormai completamente privatizzata. È strutturata secondo parametri che non prendono minimamente in considerazione il benessere del paziente, ma sono indirizzati esclusivamente a rendere economicamente “sostenibile” l’attuale sistema di ricerca. La giustificazione fornita è che lo studio condotto secondo queste dinamiche “consentirà nel futuro di salvare un numero maggiore di pazienti”. La realtà purtroppo è completamente diversa. Ad agosto il reparto di ricerca oncologica del Gemelli aveva in atto cinque diversi studi. Tutti erano dedicati a determinare l’efficacia di farmaci target antitumorali.

Ogni studio ha uno “sponsor”, e sì viene chiamata così la casa farmaceutica che fornisce il farmaco da studiare e parte dei fondi necessari alla ricerca. Di conseguenza è lo “sponsor” a dettare le regole di sperimentazione del farmaco. Gli studi sono di carattere statistico e basati su numeri molto ristretti di “cavie”, generalmente sparse in luoghi diversi del mondo, ma tutte in possesso delle caratteristiche patologiche, di età e di salute richieste dallo “sponsor”. Accedere a questi protocolli è spesso una specie di miracolo, per altro regolato da un vero e proprio contratto in cui il paziente si impegna a rispettare tutte le regole imposte. Non a caso anche l’ultimo spot pubblicato da europadonna.it/  in occasione della 3ª Giornata Nazionale di Sensibilizzazione sul tumore al seno metastatico (www.youtube.com-1y5Oda2PXeU) fa presente l’urgenza di avere “accessi facilitati a studi clinici”.

Facilitare l’accesso significherebbe aumentare il numero dei partecipanti allo studio. I risultati sarebbero sicuramente più attendibili ma i costi a carico dello “sponsor” lieviterebbero notevolmente. Le modalità degli studi dimostrano, così, che l’intento principale delle cause farmaceutiche non è quello di salvare un numero maggiore di pazienti in futuro, ma quello di garantire maggiori profitti all’azienda che possiede i brevetti dei farmaci sperimentali. Una terapia oncologica costa dai tre ai quindici mila euro al mese, in fase di studio viene fornita dallo “sponsor” gratuitamente, motivo per cui il numero dei partecipanti è il più ristretto possibile. Una volta finito lo studio il farmaco viene pagato dal Servizio Sanitario Nazionale, a condizione che il paziente rientri nei parametri stabiliti dai protocolli approvati dall’AIFA. In caso contrario, se si vuole assumere un farmaco non ammesso per le caratteristiche specifiche della propria patologia si deve trovare un ospedale disponibile a somministrarlo a pagamento.

Diventa quindi palese come questo stato di cose sia frutto di un sistema di ricerca e di cura ormai completamente privatizzato, che opera per realizzare profitti. In molti sostengono che maggiori guadagni generano maggiori fondi da investire nella ricerca. Purtroppo però, anche in questo caso la realtà è diversa, questi investimenti vengono utilizzati solo per progetti in grado di generare ulteriori profitti. Questo sistema tende quindi ad escludere dai propri studi tutte quelle malattie rare, che in quanto tali non necessitano di grandi produzioni di farmaci. “Una malattia si definisce rara quando non colpisce più di 5 individui ogni 10.000. La Commissione Europea stima che nel territorio comunitario siano presenti da 27 a 36 milioni di persone con malattie rare. Ad oggi, si conoscono fra le 6000 e le 8000 malattie rare accomunate dalla complessità delle manifestazioni cliniche ma molto diverse fra loro per quanto riguarda la causa e l'evoluzione della malattia (eziopatogenesi), i disturbi presenti (sintomatologia) e gli organi coinvolti. Circa l'80% di esse ha origini genetiche (ovvero coinvolge uno o più geni o cromosomi) e può essere ereditario (la malattia è trasmessa dai genitori) o derivare da una mutazione cosiddetta de novo, in altre parole non ereditata dai genitori ma frutto di un evento “nuovo” verificatosi per la prima volta in quello specifico individuo. Del restante 20%, una parte è determinata da infezioni (batteriche o virali) e da autoimmunità o è dovuta a fattori cosiddetti teratogeni (sostanze chimiche, radiazioni, ecc. che potrebbero causare danni al feto); l'altra, deriva dall'interazione fra cause genetiche e ambientali.” (Fonte issalute.it-malattie-rare). La sola definizione spiega come allo stato attuale per queste malattie non esistano cure farmacologiche specifiche e, laddove risulta possibile si opera chirurgicamente.

Un altro caso che rende evidente l’asservimento al profitto della cura è stato e continua ad essere il virus HIV e il suo sviluppo patologico, l’AIDS. Isolato dal contestatissimo Professor Luc Montagnier nel 1983, il virus è stato studiato per quarant’anni. Si è scoperto che è debole, che fuori dall’ospite sopravvive pochi minuti, che alcuni soggetti, molto rari, lo hanno negativizzato e altri, tantissimi, non lo hanno contratto pur avendo avuto rapporti non protetti con soggetti positivi. Addirittura sono nati figli negativi da sieropositivi.

Nonostante tutto ciò nessun vaccino è stato sin ad ora scoperto, mentre le cure antiretrovirali hanno fatto passi da gigante sino ad abbassare la carica virale a livelli non percepiti dal test. Ad oggi, assicurano la stessa aspettativa di vita di chi non è mai stato contagiato. La terapia è soggetta a brevetto costa circa 14.000 € all’anno e va assunta per sempre. Potendo fare affidamento su un vaccino valido il virus avrebbe reso e renderebbe molto meno in termini di guadagni. Da notare che allo stato attuale le nuove diagnosi nel 2021 ammontano a 1,5 milioni (il 50% circa del 1996), i decessi a 650 mila, sempre nel 2021. Dall’inizio della pandemia sono state contagiate oltre 85 milioni di persone ed oltre 40 milioni sono morte. (Fonte oms-who.int-hiv-aids).

Nel caso inverso, rappresentato dal virus Covid-19, la cura preventiva e domiciliare a base di antinfiammatori specifici restituirebbe profitti molto più bassi di quelli dati da una campagna vaccinale compulsiva su scala mondiale, peraltro da ripetere in modo altrettanto irrefrenabile ogni pochi mesi. Per questo motivo si è prima scelto il criminale protocollo “tachipirina e vigile attesa” e poi, una volta creato il panico si è promosso il salvatore del mondo, un miracoloso antidoto efficace al 95% benché privo di sperimentazione. Grazie a questo vaccino, in realtà sprovvisto di qualsiasi capacità di immunizzazione e causa di forti reazioni avverse, si sono raggiunti i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti. Anche Aifa ha dovuto ammettere ventinove decessi direttamente connessi, su un migliaio di segnalazioni, decisamente troppi per qualsiasi forma di obbligo vaccinale. Menzogne a raffica, impossibili da elencare tutte in questo contesto, hanno stratificato la paura nelle menti più semplici e consentito di sdoganare l’ossimoro di una scienza dogmatica.

Grazie a questo assioma è stata fatta passare per buona una conduzione della pandemia a dir poco delirante. Malati fragili come mia moglie sono stati vessati, esclusi dal lavoro, dalla fruizione della cultura, dal piacere di mangiare al ristorante, etc. per non aver potuto fare la terza dose a causa delle forti reazioni avverse e del timore che il vaccino potesse incidere sulla terapia. Oltre all’enorme pressione psicologica indotta dalla malattia, queste persone hanno dovuto subire il disagio della desocializzazione imposta da un branco di dementi consigliati da “esperti” in palese conflitto di interesse. Come è ormai noto anche ai bimbi delle elementari meno brillanti, la condizione psicologica di un qualsiasi paziente, e in special modo quello oncologico, è fondamentale ai fini della propria sopravvivenza.

Una realtà negata da una propaganda mediatica incessante che ancora oggi continua, nonostante la palese inefficacia del farmaco promosso, a nutrire gli ultimi disperati della disinformazione mainstream con la favola demenziale di milioni di vite salvate da un vaccino che non immunizza. I dati raccolti per testimoniare questa idiozia si basano su periodi specifici in luoghi ristretti in cui l’incidenza dei decessi era maggiore nei non vaccinati, anche se il numero di morti era più alto nei vaccinati. Nessuno studio ha invece messo a confronto, ad esempio, l’esiguo numero di decessi e di contagi dei paesi dell’Africa centrale priva di vaccini con i disastri occidentali.

Inoltre a non essere sostenibile è il paragone tra Covid-19 e la pandemia di tumori che sta devastando il mondo. I dati parlano piuttosto chiaro: ad oggi, a quasi quattro anni dell’inizio della pandemia l’OMS registra, in Italia al 25 ottobre 2023, 192.210 decessi. Tra l’altro molti di questi sono relativi a pazienti che hanno contratto il virus in ospedale, dove erano ricoverati per gravi patologie pregresse. Se a questi aggiungiamo tutti coloro che sono stati uccisi dalla negligenza sanitaria del protocollo “tachipirina e vigile attesa”, i decessi realmente addebitabili al Covid diminuiscono vistosamente. Basti confrontare i risultati ottenuti da ippocrateorg.org (un decesso ogni trentamila pazienti assistiti, di cui moltissimi non vaccinati) con quelli dell’ISS (un morto ogni 136 pazienti assistiti).

Di contro ogni anno nel nostro paese muoiono circa duecentomila persone per le diverse patologie oncologie. Il rapporto è quindi di uno a quattro. Non solo, le nuove diagnosi sono in aumento esponenziale e si avviano verso le quattrocentomila l’anno (390.700 nel 2022 come rilevato da AIOM - Associazione Italiana di Oncologia Medica AIOM_NDC-web.pdf). Occorre inoltre tener presente che un paziente oncologico ai fini del Servizio Sanitario non guarisce mai, il rischio di recidive è sempre piuttosto elevato. Nel caso del tumore alla mammella per cercare di contenerle si adottano terapie ormonali invasive anche per periodi di dieci anni e sempre con screening regolari. Durante la pandemia di Covid gli esami dei non ospedalizzati furono sospesi, costringendo molti di loro, tra cui mia moglie, a rivolgersi al settore privato. I costi sono spesso gravosi (mille euro circa nel nostro caso) e non tutti se li possono permettere. Nelle patologie oncologiche, però, è la precocità della diagnosi a fare la differenza tra la vita e la morte.

La delirante gestione della pandemia ha avuto anche la palese responsabilità di distogliere dalla prevenzione e dalla cura oncologica un considerevole numero di miliardi di euro, andati persi per l’inettitudine degli amministratori e dei loro “esperti” in pieno conflitto di interesse. Basti pensare che una cifra a tutt’oggi non esattamente quantificata è stata “smarrita” nell’acquisto di dosi di vaccino inutilizzate. Esperienza questa, che la “lungimirante” Von der Layen, con la complicità dei governi nazionali, ha voluto ripetere anche quest’anno acquistando preventivamente grossi quantitativi di vaccino, per paura di rimanere senza. Viene spontaneo domandarsi come mai la Presidente della Commissione Europea non abbia voluto rendere pubbliche le chat intercorse con Bourla, il Ceo di Pfizer. (ansa.it-europa-notizie-introvabili-sms-tra-von-der-leyen-ad-pfizer-su-vaccini)

In sostanza il Covid-19 ha avuto il merito di completare quel processo di privatizzazione del Servizio Sanitario Nazionale iniziato nel lontano 1992 con la trasformazione delle Unità Sanitarie Locali in Aziende Sanitarie Locali dotate di autonomia e decentrate alle regioni. Una trasformazione che in trent’anni ha condotto al collasso del Sistema Sanitario pubblico, ha ridotto i medici di famiglia a burocrati e costretto i loro pazienti a ricorrere ai pronto soccorso sempre più intasati. “I dati ormai li conosciamo. Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) è stato fortemente compromesso da un taglio di 37 miliardi di finanziamenti negli ultimi 10-15 anni; dei 191 miliardi del Pnrr solo poco più di 15 sono stati destinati alla sanità, circa l’8%; il governo Draghi decise di ridurre a poco sopra il 6% del Pil la spesa sanitaria nel giro di quattro anni, mentre già oggi la spesa sanitaria pro-capite è meno della metà di quella tedesca e solo poco sopra al 50% di quella francese. È quindi arrivato il governo Meloni: taglio di oltre 414 case di comunità sulle 1.350 previste e di 96 ospedali di comunità su 400, rifiuto di stanziare 4 miliardi e mezzo per aumentare gli stipendi al personale sanitario. Negli ultimi vent’anni sono circa 180mila gli operatori sanitari, formatisi in Italia e trasferitisi a lavorare all’estero. Aumenta il numero di medici che fuggono verso la sanità privata che, nel frattempo, ha un giro d’affari superiore ai 62 miliardi dei quali 25 sono soldi pubblici destinati alla sanità privata convenzionata.” (Vittorio Agnoletto – In soccorso della sanità pubblica – Left Anno 35 n. 10 di ottobre 2023).

Il risultato sono liste di attesa per esami diagnostici che toccano i due anni per una mammografia e oltre un anno per un’ecografia. Per un intervento chirurgico si possono aspettare anche più di quattro anni. (la fonte è cittadinanzattiva.it dove potete trovare un rapporto dettagliato e tanti dati ancora). E per sopperire alle carenze pubbliche ora anche i pronto soccorso stanno per essere privatizzati: repubblica.it-pronto soccorso privati.

Tutti i governi degli ultimi anni, e quindi tutte le forze politiche presenti oggi in Parlamento, si sono adoperate per tagliare i fondi alla Sanità, tranne che in occasione dello sperpero pandemico, chissà perché? Memorabili, oltre alle dosi di vaccino inutilizzate, gli sprechi relativi all’ospedale d’emergenza, costruito nella Fiera di Milano da Guido Bertolaso sotto l’egida di Silvio Brusaferro (today.it-ospedale-fiera-milano-non-e-servito); ai camici di Fontana (ilsole24ore.com-caso-camici-proscioglimento-fontana); alle mascherine di Brunetta repubblica.it-brunetta finanziamento illecito partiti. Va precisato che nessuno di questi sperperi ha avuto conseguenze legali per i responsabili.

Non contenti gli ultimi due governi (Draghi e Meloni) e quindi, di nuovo, tutte le forze politiche presenti oggi in Parlamento, sono stati particolarmente attenti, mentre tagliavano la Sanità, ad incrementare la spesa militare, ad inviare armi all’Ucraina e a sostenere Israele nel genocidio Palestinese. Diciamo che la classe politica italiana intera trova più vantaggioso investire i soldi dei contribuenti nel procurare i mezzi per uccidere piuttosto che quelli per curare, figuriamoci quelli per prevenire.

Riepilogando negli ultimi tre anni, quelli che hanno caratterizzato il riacutizzarsi della malattia di mia moglie, il nostro paese è riuscito a realizzare:

  • La privatizzazione della ricerca scientifica medica e farmacologica.
  • La vessazione e la discriminazione di pazienti fragili durante la pandemia di Covid.
  • Il completamento del processo di privatizzazione della Sanità.
  • Il definanziamento della Sanità, in atto costante dal 2009, (fonte unicatt-evoluzione-della-spesa-sanitaria) ma con l’aggravio dell’incremento della spesa militare.

Come è potuto avvenire questo scempio? L’addebitare tutte le responsabilità ad amministratori inetti e ad “esperti” corrotti dal conflitto di interesse non ha senso, in quanto, senza la complicità di una vasta area di consenso, nessuno si sarebbe assunto l’onere di provvedimenti così impopolari. Né, d’altra parte, può funzionare la vecchia tesi berlusconiana del “popolo di coglioni”, il gregge silente che obbedisce ciecamente al proprio pastore e ai suoi cani. Infatti, quest’area di consenso include anche tutto il vasto mondo dei professionisti, degli “esperti” di settore, dei maniaci delle competenze, che hanno fatto della delega il mantra politico delle post-democrazie. Questa mandria di “specializzati” pur di mantenere il feudo della propria competenza, con i relativi “emolumenti”, delega tutte le altre. Demandare le scelte politiche a specialisti del settore, schiavi anch’essi del mantenimento del proprio vantaggioso status quo, significa però rinunciare all’atto del pensare. Pur di mantenere i privilegi del proprio ruolo di competenza l’esperto, dall’alto del proprio pulpito di competenza, incita i propri fedeli, apprendisti, allievi e il gregge silente tutto ad aderire al pensiero unico e delegato.

Il risultato è che palesi idiozie, come l’obbligo di un vaccino che non immunizza e che può causare la morte, la discriminazione dei lavoratori, la desocializzazione di persone in difficoltà, di bambini e adolescenti, la vessazione di chi la pensa diversamente, la manipolazione del ripudio alla guerra, diventano addirittura “Costituzionali”. E sì perché a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato possono essere solo i “competenti”, con buona pace delle vittime della guerra, delle reazioni avverse e della privatizzazione della Sanità. Succede poi che seguendo la via indicata dai “competenti” i dati oggettivi dimostrano quanto questa fosse sbagliata. Infatti, i morti in guerra sono aumentati in modo proporzionale alle armi inviate sul teatro del conflitto, le reazioni avverse sono ormai accertate anche per l’AIFA e i decessi annuali nel nostro paese continuano a crescere nonostante la fine della pandemia: Luca Busca-Covid 19 i conti cantano.

Nonostante ciò la propaganda e il gregge, silente o competente che sia, continuano ad adottare lo stesso sistema: raccolgono la polvere e la ficcano sotto lo spesso tappeto di una diversa campagna mediatica. La pandemia scompare, grazie al fatto che i virus tendono a divenire endemici, e con essa vengono dimenticate, sotto la cortina della mistificazione, tutte le nefandezze, le menzogne, le discriminazioni, le vessazioni e le morti. Immediatamente propaganda e gregge si avventano sulla promozione della prossima emergenza con lo stesso schema.

Menzogne e manipolazioni servono stavolta a sostenere una guerra di fatto tra Russia e gli Stati Uniti (se preferite la Nato), con sanzioni che fanno più danni all’Europa che al “nemico”. Chi si dichiara per la pace viene etichettato come Filoputin e messo alla gogna, come accaduto prima per tutti coloro che erano contrari al green pass o al vaccino. Appena le cose si mettono male la guerra scompare, il quasi milione di vittime viene dimenticato sotto al tappeto insieme ai resti della pandemia. Con la noncuranza tipica di chi si sente dalla parte della ragione, che è sempre quella del potere, la propaganda, il gregge silente e la mandria di competenti volgono il loro sguardo al nuovo nemico di turno, il cattivissimo Hamas. Come i Novax prima, ora sono tutti i civili palestinesi che hanno osato essere dalla parte del Movimento Islamico di Resistenza a dover essere distrutti, condizione indispensabile alla sopravvivenza della Democrazia. A poco serve, a questo popolo di pecore (sempre silenti e competenti), che anche il Segretario dell’Onu affermi che il raid di Hamas non nasce dal nulla e che il genocidio non sia la migliore forma di democrazia, loro perseverano nello scagliarsi contro il male, completamente dimentichi delle conseguenze della propria stoltezza.

Lo schema si ripete all’infinito con l’appoggio della propaganda di regime che fa dell’omissione il tappeto sotto cui seppellire gli errori, gli orrori, le menzogne e le manipolazioni passate. Purtroppo per te gregge silente e competente, però, c’è sempre qualcuno che quel tappeto lo alza e una sbirciatina all’immondizia la dà e scopre, così, che nonostante il battage pubblicitario della Pfizer sui media mainstream la campagna vaccinale di ottobre è andata praticamente deserta. Solo poche centinaia di ... (trovate voi l’appellativo che più vi aggrada, i miei sono tutti impubblicabili) hanno avuto il coraggio di iniettarsi la 5°/6° dose (fonte ilsole24ore.com-numeri-vaccini-italia-mondo). Quindi, cari membri del gregge silente e competente, se non siete corsi ad assumere il farmaco, vuol dire che qualche sospetto vi è venuto. Vuol dire che non credete più a quel che avete sostenuto a suon di menzogne e invettive contro chi la pensava diversamente.

Se Zelensky non è più in tendenza su nessun social e i media mainstream lo ignorano, significa che tutto quello che è stato raccontato a proposito di un invasore e un invaso non fa più presa sul gregge invasato dal pensiero delegato. Il gregge guerrafondaio, sempre nella sue versioni silente e competente, ha chiaro il sentore di aver commesso l’ennesimo errore di valutazione. Motivo per cui, ora si accanisce sul nuovo nemico dell’occidente, l’Islam cattivo, con le stesse modalità delle due precedenti cantonate appena prese. Un nuovo invasamento, alimentato dalla propaganda di regime, sulla cui onda vengono cancellati la storia recente e i crimini di guerra commessi dalla parte di cui si sono prese le parti. Al solito, secondo il gregge silente e quello competente, il male risiede solo nella parte avversa, dove viene collocato chiunque sia per la pace e non soffi sul fuoco del conflitto.

Solo più tardi, a sterminio compiuto, cari fedeli del pastore vi accorgerete che l’odio tra le parti si sarà stratificato ulteriormente e la guerra durerà all’infinito. Come al solito, ficcherete le ceneri dei morti sotto il tappeto per evitare di comprendere che il cattivo siete voi, gregge silente e competente che con le vostre scelte finite per causare vittime reali, feriti, distruzione, disuguaglianze, discriminazioni, vessazioni in patria come nei teatri di guerra. E sì, perché certe scelte come quella di non opporsi, di prestare il proprio consenso o addirittura di votare per quelle forze politiche che promuovono privatizzazioni e guerre, produce degli esiti. Se devi aspettare mesi per fare un esame diagnostico la colpa è la tua, è la diretta conseguenza della tua scelta. Se invece ti puoi permettere un’assicurazione sanitaria o di pagare visite ed esami privati, sappi che la maggior parte degli italiani non può farlo, e la colpa è sempre la tua. Se a Gaza sono morti e continuano a morire oltre quattromila bambini innocenti è sempre colpa delle tue scelte.

Ed è per questo che la mia rabbia si scaglia contro di te gregge, silente e competente, contro le tue scelte che provocano quelle conseguenze che tu prima neghi e poi infili sotto il tappeto delle tue menzogne. La mia rabbia si erge contro questa tua ottusità, contro il nascondere la tua complicità nella creazione di discriminazioni, vessazioni e disuguaglianze e nel causare vittime civili e distruzioni con il tuo giocare alla guerra. La mia ira si alza contro la tua ostinazione nel non riconoscere gli errori commessi e nel non chiedere mai scusa per essi, nel non comprendere che tutto questo condiziona profondamente la sfera privata delle vittime delle conseguenze delle tue scelte. Scelte queste che sono alla base anche del mantenimento di questo delirante status quo che genera il profondo senso di impotenza nel combattere nella sfera sociale le ingiustizie quotidiane.

In sostanza, caro gregge silente e competente, se Francesca se ne è andata a 46 anni, lasciando una figlia di 13 è soprattutto colpa tua.

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