L’Impero Americano colpisce ancora
di Luca Busca
Leggere i giornali e frequentare i social in questi giorni è deprimente. È pieno di articoli, dichiarazioni, video fake di Tik Tok, post di Facebook che si affannano a dimostrare la crudeltà del dittatore Maduro. Ogni biasimo rivolto alla palese violazione del Diritto Internazionale da parte degli Stati Uniti e del suo Presidente, è corredata da una secca condanna del regime socialista-bolivariano. In prima fila si è subito schierata la von der Layen che non ha neanche preso le distanze più di tanto dall’intervento militare: “Seguendo da vicino la situazione in Venezuela, siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica”.
A ruota la segue Giorgia Meloni che ha definito “legittimo l’intervento difensivo”. Il PD tramite la Schlein spende contro il “dittatore” Maduro più parole di quante utilizzi per condannare la violazione del Diritto Internazionale: “Come Partito Democratico abbiamo sempre condannato il regime brutale di Maduro e le sue azioni repressive. Nemmeno le sue ripetute violazioni di diritti umani in Venezuela possono però giustificare altre violazioni gravi del diritto internazionale come l’aggressione militare e la violazione della sovranità venezuelana.”
Per Matteo Renzi il “Venezuela senza Maduro è un Paese migliore, [sebbene] le modalità con cui Trump interpreta il ruolo degli Stati Uniti sono ovviamente molto criticabili o discutibili”.
Giuseppe Conte afferma: “Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto”. Persino il Manifesto, scagliandosi contro Trump afferma: “Il fatto che Nicolás Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini” di Trump. La tecnica è la stessa usata con Israele, da quando la pagliacciata del “diritto all’autodifesa” ha perso credibilità per eccesso di genocidio: si rimprovera l’autore del crimine dando per scontato, però, che la responsabilità è della controparte in quanto organizzazione terroristica.
Allo stesso modo si rimprovera Trump ma, allo stesso tempo, lo si giustifica con il fatto che Maduro è un dittatore. Quindi, povero ragazzo, ha sbagliato ma in fondo l’ha fatto a fin di bene, “il Venezuela senza Maduro è un paese migliore”. In entrambi i casi, sono stati gli altri a esagerare per primi. Con queste modalità si riesce a manipola la realtà, si dà un’immagine completamente distorta di quelle che sono le cause reali di certi eventi. Si instilla nell’opinione pubblica una verità che non è tale. Si rovescia completamente il fatto che il dittatore e/o il terrorista non è chi è stato democraticamente eletto ma chi cerca di destituirlo con la forza, a prescindere dallo strumento usato: golpe; raid militari; finanziamenti e militarizzazione del nemico; genocidio.
Infatti, Maduro ha vinto, anche se di stretta misura, le elezioni nel 2013, nel 2018 e nel 2024. Hamas ha vinto, con ampio margine, le ultime consentite da Israele nel 2006. Quindi, la questione non è il gradimento occidentale dei governi degli altri paesi ma l’autonomia dei popoli di questi nello scegliersi i propri rappresentanti. Venezuelani e Palestinesi hanno scelto Nicolás Maduro e Hamas e nessun “Pistolero” americano ha il diritto di imporre un’opzione diversa.
Un altro mezzo di distorsione della realtà è il continuo paragone che viene portato dagli adepti dell’Impero Americano a difesa delle nefandezze dell’Imperatore di turno. Nulla di tutto ciò è mai paragonabile con i torti dello Zar di Russia, il “dittatore” Vladimir Putin, reo di aver “invaso” la democratica Ucraina per le sue mire espansionistiche. Così, nel fantasy imperiale tutto ha inizio il 24 febbraio del 2022 e piccoli irrilevanti particolari vengono cancellati dallo storytelling propagandistico. L’attività americana di destabilizzazione dell’Ucraina in atto almeno dal 2010, anno di elezione del filorusso Viktor Yanukovych, scompare dalla narrazione così come le attività di addestramento delle milizie neonaziste ucraine.
Nel 2014 il golpe di Maiden diventa una rivoluzione colorata di arancione, il massacro di Odessa un incidente e lo sterminio di 15 mila filorussi in Donbass un’invenzione della propaganda russa. Scompare dai testi di storia anche la firma, nel 2015, dell’accordo di Minsk II, quello che Angela Merkel ha affermato di aver sottoscritto solo per ottenere il tempo necessario ad armare l’Ucraina. Accordo che garantiva l’autonomia delle due oblast' di Donetsk e Luhansk. Il fantasy imperiale adotta la stessa strategia di compromissione mnemonica anche per il Medioriente, cancellando settantacinque anni di crimini israelo-americani, iniziati con la Nakba, la pulizia etnica che, sempre sotto la supervisione del Nuovo Impero Americano, nel 1948 provocò almeno 15 mila morti e 750 mila profughi. Questo consente di far cominciare il genocidio del popolo palestinese dal 7 ottobre 2023 come risposta all’attacco di Hamas, il vero responsabile dell’attuale situazione.
Leggendo tutti i commenti al fallito golpe americano in Venezuela, viene spontaneo domandarsi come sia possibile che queste palesi fandonie facciano così presa sull’opinione pubblica. Tre Verità manipolate - Nicolás Maduro è un dittatore; Vladimir Putin è un criminale; Hamas è un’organizzazione terroristica – vengono date per scontate in Occidente mentre i due terzi rimanenti del pianeta Terra le ignora, considerando le tre entità semplicemente per quello che sono: legittimi rappresentanti di altrettanti Stati con cui intrattenere relazioni diplomatiche e commerciali.
Il fatto si spiega con la manipolazione semantica che l’Impero Americano ha sviluppato negli ultimi tre quarti di secolo per trasformare il suo bisogno di appropriarsi delle risorse naturali altrui in diffusione dei valori fondativi della civiltà occidentale: “Libertà, Democrazia e Diritti Umani”. In questo modo il neocolonialismo è diventato prima “contenimento dell’espansione del comunismo” e poi “rimozione di un dittatore”; le guerre sono state chiamate “missioni di pace”; l’invasione di un paese e stata trasformata in “intervento umanitario”; l’imposizione del proprio modello sociale da dittatura è diventata “esportazione di democrazia”; il genocidio di un popolo è stato definito “diritto all’autodifesa”.
In questo processo di manipolazione della realtà, con cui si è costruito l’attuale fantasy imperiale, si possono distinguere tre periodi. Il primo va dal 1948 al 1989 circa, cioè il periodo di compresenza dell’alter ego sovietico, la Guerra Fredda. L’URSS diventò il “Nemico” e quindi la scusa ideale per mascherare il saccheggio delle risorse di paesi sovrani dietro la necessità di “fermare l’avanzata del comunismo”. Così, tutti i governi non allineati alle politiche imperiali venivano attaccati, eliminati e sostituiti con dittatori compiacenti. Alla caduta dell’URSS venne a mancare il “Nemico” che potesse giustificare questo tipo di interventi. Ne fu creato uno nuovo: il terrorismo islamico, sfruttando tutti quei gruppi che erano stati formati e finanziati come forma di destabilizzazione dell’area Mediorientale o di opposizione al vecchio regime sovietico.
Questo, però, non era sufficiente in quanto, in alcuni casi, questi gruppi erano veri e propri Stati, come l’Iraq, finanziato per arginare la rivoluzione islamica iraniana. In altri ancora, si trattava di ridurre all’impotenza paesi che con l’Islam non avevano nulla a che fare, né politicamente né geograficamente. Fu quindi inventata anche l’esportazione di democrazia. Attraverso un apparato ben strutturato di finanziamento filantropico le cui punte di diamante erano e sono: OSF, Open Society Foundations; USAID, United States Agency for International Development; NED, National Endowment for Democracy; fu dato molto risalto a livello mondiale ai valori liberali dell’Occidente, di cui sopra, con particolare attenzione alla Democrazia. Così come diceva Gaber gli americani divennero “portatori sani di democrazia”, loro ne sono immuni ma la impongono a tutti i paesi ... ricchi di risorse naturali.
Quando anche i meno attenti si accorsero che l’imposizione di un sistema sociale, anche se democratico, in sostanza è una dittatura, si invertì il processo. Tutti i paesi non allineati ricchi di risorse divennero “dittature” e le elezioni in qualsiasi paese diventarono regolari solo a condizione che a vincere fosse il candidato gradito all’Impero americano. Grazie a questa manipolazione semantica gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere un discreto consenso interno. Con ingenti finanziamenti e con la propaganda ne hanno conquistato piccole fette anche nei paesi non allineati e, in questo modo, sono riusciti a destabilizzare intere regioni. Dove questa impostazione non ha avuto successo, l’Impero Americano è ricorso alla forza militare per creare e mantenere nuove colonie, come nel caso dell’Iraq.
Oggi i difensori di questo modello occidentale, di fronte all’eccessiva arroganza di Trump, tendono a personalizzare le responsabilità. I più agguerriti addirittura osano assimilare l’odierno Imperatore ai “dittatori” in corso di rimozione. In realtà alla guida dell’Impero dal dopo guerra si sono avvicendati quattordici presidenti per ventuno mandati. Di questi ultimi, dodici a cura dei Repubblicani e nove dei Democratici e la manipolazione semantica è rimasta sempre la stessa. Anche gli strumenti di ingerenza sono invariati, è cambiata solo la tecnologia che ne ha migliorato l’efficacia:
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Propaganda nera: creazione di media falsi per influenzare l’opinione pubblica e sostegno economico e logistico a quelli filoamericani preesistenti.
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Sostegno economico: finanziamento di partiti e gruppi politici favorevoli, associazioni nazionali e internazionali per fomentare rivolte.
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Attacchi informatici tesi a danneggiare infrastrutture e servizi, a condizionare l’opinione pubblica creando disagi e disservizi.
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Addestramento paramilitare: in paesi terzi o in segreto.
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Fornitura di armi: attraverso canali segreti o intermediari.
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Piani di assassinio: diretti, con droni e tramite intermediari armati.
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Sabotaggio economico: manipolazione dei mercati, embargo formali e informali, sanzioni economiche.
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Intervento militare come ultima ratio.
In sostanza dal dopoguerra a oggi l’Impero Americano, a prescindere dall’Imperatore, non ha conosciuto un attimo di pausa nel perseguire le proprie politiche neocoloniali, dimostrando al mondo intero la sua vera natura dittatoriale. Perché il dittatore è colui che rovescia la volontà popolare per imporre il proprio modello e non il legittimo rappresentante del modello scelto dal popolo. Quello che segue è l’elenco delle violazioni del Diritto Internazionale, dei crimini, degli “interventi” e delle ingerenze in paesi sovrani operati dagli Stati Uniti, dal 1948 a oggi, al fine di realizzare quel “regime change” che consente l’appropriazione delle loro risorse. I dati sono stati raccolti in base a un notevole sforzo mnemonico e a lunghe ricerche “on line”. È stata utilizzata anche l’intelligenza artificiale per avere più facile accesso alle seguenti fonti:
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Documenti declassificati CIA (Family Jewels, ecc.)
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Commissioni parlamentari (Church Committee 1975-76)
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Archivi storici di paesi coinvolti
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Testimonianze di ex agenti
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Rapporti di organizzazioni internazionali (ONU, Amnesty International)
Nonostante questo lavoro, la lista è largamente incompleta per due ragioni specifiche: la prima è costituita dai limiti della mia memoria; la seconda dal fatto che molte nefandezze imperiali sono ancora segretate e quindi difficili da dimostrare. Per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno basta fare riferimento al libro “Covert Regime Change” di Lindsey O’Rourke, che prende in considerazione solo il periodo della guerra fredda, dal 1947 al 1989. Nella sua ricerca O’Rourke registra 64 operazioni sotto copertura finalizzate al cambio di regime, sei di queste divennero palesi con l’intervento militare. Furono interessati 54 diversi paesi e ben 20 di queste operazioni ebbero successo e portarono al cambio di regime. Gli strumenti utilizzati furono gli otto elencati sopra.
Riepilogando:
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Dal 1948 al 1950 gli Stati Uniti sostennero il regime di Syngman Rhee, autoritario e repressivo, negli attacchi della Corea del Sud a quella del Nord al fine di unificare il paese sotto la bandiera “democratica”. La Corea, infatti, era stata divisa dopo l’occupazione giapponese in due zone di influenza, russa e americana. Nel 1950 in una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approfittando dell’assenza del rappresentante russo, si fecero autorizzare l’intervento militare. La guerra durò dal 1950 al 1953 causando milioni di morti civili e, finì per coinvolgere anche la Cina, oltre alla Russia.
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Nel 1953 la CIA, in accordo con la MI6, organizzò un colpo di stato in Iran per prevenire il comunismo e proteggere il petrolio. Per raggiungere lo scopo destituì il primo ministro Mohammad Mossadeq, che voleva nazionalizzare l’oro nero, e conferì pieni poteri allo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi.
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Nel 1954, sempre con la scusa di fermare l’espansione comunista gli Stati Uniti promossero un Golpe in Guatemala per rovesciare Jacobo Árbenz, democraticamente eletto nel 1951. La motivazione reale fu il “Decreto 900” del 1952, con cui lo Stato del Guatemala espropriava le terre incolte per distribuirle ai contadini. Il provvedimento penalizzò la United Fruit Company (UFC), una multinazionale americana che controllava: la ferrovia nazionale; il principale porto del paese; il 42% delle terre guatemalteche coltivandone solo il 15% e pagando quasi zero tasse. Aveva anche dipendenti in posizioni governative USA, cosicché, con l’appoggio di Allen Dulles, Direttore della CIA, John Foster Dulles, Segretario di Stato, entrambi ex avvocati della UFC ed Ed Whitman, Capo pubbliche relazioni UFC, marito della segretaria di Eisenhower, fu lanciata l’Operazione della CIA denominata PBSUCCESS. Fu insediato al comando dello Stato il colonnello Carlos Castillo Armas, addestrato dalla stessa CIA. Quello in Guatemala fu il primo degli innumerevoli golpe organizzati dagli Stati Uniti in giro per il mondo e fece “scuola”.
Le conseguenze furono drammatiche: fine della democrazia guatemalteca; terre restituite alla United Fruit Company; migliaia di sostenitori di Árbenz arrestati, torturati, uccisi o esiliati; criminalizzazione di qualsiasi opposizione sociale. Dal 1960 al 1996 la guerra civile fece oltre 200.000 morti (83% maya indigeni); il 93% delle atrocità furono commesse da esercito e paramilitari. Dal 1981 al 1983, sotto il regime di Efraín Ríos Montt (appoggiato da Reagan) avvenne il Genocidio Maya: 626 villaggi vennero completamente distrutti con uccisioni di massa, stupri sistematici e bambini uccisi a colpi di mazza. Nel 1996 il 75% della popolazione, cioè circa 7,75 milioni di esseri umani sopravvivevano sotto la soglia di povertà assoluta, generando così quell’intenso fenomeno migratorio che, pur se generato dalle politiche degli Stati Uniti, venne e continua tutt’oggi ad essere combattuto mietendo altre vittime.
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Nel 1961, sempre per fermare il comunismo, la CIA, con il benestare del più democratico dei presidenti, John Fitzgerald Kennedy, organizzò la figuraccia della Baia dei Porci, invadendo uno Stato sovrano con l’intento di rovesciare il governo cubano.
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Sempre nel 1961, la CIA si adoperò sotto copertura per eliminare il Primo Ministro del Congo Patrice Lumunba. Le ragioni erano, ovviamente, le risorse naturali del paese (uranio, per le atomiche USA, cobalto, 60% di quello mondiale, rame e diamanti). La scusa, fittizia, fu la solita avanzata del comunismo. Dopo aver fallito con l’avvelenamento, organizzarono l’abituale golpe, insediarono Joseph-Désiré Mobutu, un feroce dittatore, considerato “affidabile”. Fecero arrestare Lumunba, che fu fucilato e squagliato nell’acido insieme a due collaboratori. Con l’appoggio americano, Mobutu governò per 32 anni, rubando svariati miliardi di dollari e devastando il proprio paese.
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Dal 1961 al 1965, sempre per fermare lo “spettro” del comunismo che si aggirava per l’America Latina, gli Stati Uniti si impadronirono della Repubblica Dominicana. Nel 1961 il compiacente dittatore Rafael Trujillo, che aveva governato per un trentennio, venne ucciso. Preoccupati per la perdita, gli USA esercitarono una forte influenza, nonostante la quale nel 1962 fu eletto democraticamente il riformista Juan Bosch. Vista la sua propensione alla riforma agraria, alla limitazione del potere militare e a promulgare una Costituzione progressista, dopo sette mesi fu rimosso da un golpe militare preconfezionato da emissari a stelle e strisce. Scoppiò la guerra civile che fu vinta, nel 1965, dai Marines americani sbarcati sull’Isola per evitare una seconda Cuba. Nel 1966 fu scelto, per guidare la repressione, un ex collaboratore di Trujillo. Il risultato furono 6/8 mila morti in prevalenza civili, a cui si devono aggiungere altre 4 mila vittime tra omicidi e sparizioni (desaparecidos) e un regime totalitario durato 12 anni.
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Nel 1964 i Cow Boy, sempre per fermare i comunisti mangiabambini, appoggiarono il golpe militare in Brasile con Operation Brother Sam: supporto logistico, rifornimenti, appoggio navale in caso di resistenza lealista. La dittatura durò fino al 1985 ed esiliò e perseguitò il presidente João Goulart (Jango), democraticamente eletto nel 1961, promotore della riforma agraria, di un maggiore controllo statale sull’economia, dell’ampliamento dei diritti sindacali e di una politica estera non allineata. Morì per cause non accertate in Argentina nel 1976 a 54 anni. Il bilancio è di “sole” 1500 vittime a cui vanno aggiunte, come andava di moda all’epoca, quasi 50 mila persone arrestate e in buona parte torturate, 10 mila esiliati.
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Per evitare l’espansione comunista in Asia, gli Stati Uniti intervennero nelle beghe vietnamite impedendo le elezioni che avrebbero riunificato il paese, diviso dagli accordi di Ginevra del 1954. Nel 1964 inventarono di sana pianta l’incidente del Tonchino per scatenare la sanguinosa guerra del Vietnam. Oltre a causare circa 3 milioni di morti vietnamiti, di cui la metà erano civili, i prodi Cow Boy americani non hanno saputo resistere alla tentazione di farne molti altri anche in Laos e Cambogia. Nel primo caso, per l’ospitalità data ai tunnel vietnamiti, i laotiani furono ripagati con 2 milioni di tonnellate di bombe tra il 1964 e il 1973, facendo diventare il Laos il paese più bombardato “pro capite” della storia.
Nel secondo caso prima bombardarono a tappeto la Cambogia, poi organizzarono un golpe sostituendo il Principe Sihanouk con il più malleabile Generale Lon Nol. Quest’ultimo, con l’appoggio americano, avviò la guerra civile contro i Khmer rossi alleatisi con il deposto Sihanouk e i nord-vietnamiti. Dopo un considerevole numero di morti (circa 6oo mila in Cambogia 150 mila in Laos), gli Stati Uniti furono sconfitti su tutta la linea, lasciando via libera alla rappresaglia dei Khmer nei confronti dei collaborazionisti (circa 2 milioni di morti).
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Nel 1967, per prevenire una vittoria della sinistra in Grecia, la CIA organizzò il golpe che portò al potere i “Colonnelli”. Questi terrorizzarono il paese fino al 1974 con arresti e torture, perseguitando ogni forma di dissenso, ivi inclusi i capelli lunghi per gli uomini, i filosofi moderni, la musica rock e le famigerate minigonne. Il motto era Patria, Religione (solo cristiana) e Famiglia che ricorda da vicino “Dio, Patria e Famiglia” rimarcato da “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”.
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Nel frattempo già dagli anni ’50 e fino al 1990 gli Stati Uniti approntarono la rete “stay-behind”, conosciuta come Operazione Gladio, per impedire la presa di potere da parte di partiti socialisti e comunisti. Da rete paramilitare segreta anticomunista, Gladio superò la sua missione originale per diventare uno strumento utilizzato nella “strategia della tensione”, e presumibilmente nelle stragi di Stato (1969 – 1980), al fine di manipolare il panorama politico italiano ed europeo durante la Guerra Fredda.
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Nel 1971 i Gringos se la presero con la Bolivia dove, nel 1970, era salito al potere il generale Juan José Torres, un nazionalista filocomunista che poteva contare sull’appoggio dei sindacati, dei movimenti studenteschi e dei settori popolari e indigeni, grazie ai quali nazionalizza settori strategici, convoca un’Assemblea Popolare “proto-soviet”, rompe con le élite economiche e con Washington. Dura poco! Con l’appoggio degli americani Torres fu rimosso e al suo posto venne messo il generale Hugo Banzer Suárez, che governò fino al 1978 con il classico pugno di ferro, fatto di arresti, torture ed esilio per gli oppositori.
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Nel 1973 per impedire l’espansione comunista nell’America Latina l’Impero organizzò l’operazione “Fubelt” per uccidere Salvador Allende e mettere al suo posto il generale Augusto Pinochet. Quasi 40 mila il bilancio delle vittime, circa 100 mila i torturati, oltre 3 mila desaparecidos, 200 mila gli esiliati. Il risultato fu un paese devastato dal terrore e dalle politiche turbo-liberiste per diciassette anni.
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Dal 1975 al 1984 fu attiva, in America Latina l’Operazione Condor, per mezzo della quale gli Stati Uniti, tramite la CIA, fornivano liste di nomi, intelligence, formazione e addestramento di torturatori all’associazione di dittatori sudamericani formata da: Argentina (Jorge Rafael Videla); Cile (Augusto Pinochet) - Quartier generale operativo; Uruguay (Juan María Bordaberry); Paraguay (Alfredo Stroessner); Bolivia (Hugo Banzer); Brasile (Ernesto Geisel). Scopo dell’iniziativa la soppressione di ogni forma di dissenso. Tra le forme di dissuasione più efficaci c’era quella del lancio di persone vive senza paracadute da aerei in quota.
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Dal 1975 al 2002 gli Stati Uniti supportarono, insieme al Sudafrica dell’apartheid, la guerra civile Angolana promossa da Jonas Savimbi con l’UNITA contro il MPLA, la forza di stampo marxista al governo dopo l’indipendenza, appoggiata da Cuba e Unione Sovietica. Nonostante l’Unione Sovietica e Cuba dovettero abbandonare l’Angola, unitamente al Sudafrica post apartheid, gli americani non fecero mancare il supporto a Savimbi con circa 1 miliardo di dollari investiti in 27 anni. Nonostante ciò il MPLA ha sempre resistito, anche se Kissinger, nel 1975, dichiarò: “Non possiamo permettere un’altra sconfitta dopo il Vietnam”. Nel 2002 Savimbi venne ucciso in combattimento, da allora l’Angola è in pace ed è governato dal MPLA, riconfermato nelle elezioni del 2022 con la maggioranza assoluta. Tra 500 mila e il milione la stima dei morti, circa 4 milioni i profughi. Paese devastato dalla povertà nonostante la ricchezza delle risorse naturali (terzo produttore di petrolio in Africa, sedicesimo al mondo).
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Dal 1979 al 1989 gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i Mujahidin afgani, e non solo, per contrastare l’avanzata del comunismo in Medioriente. L’Operazione Cyclone, così venne chiamata, fornì i fondi e il know how necessari alla costituzione di Al-Qaeda e poi dell’ISIS.
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Dal 1979 al 1992 gli Stati Uniti diedero appoggio alla dittatura militare in El Salvador. Nel 1979 sostennero il golpe militare che pose il Colonnello Adolfo Arnoldo Majano a capo della Giunta. Nel 1980 la repressione violenta raggiunse l’apice con l’uccisione della più autorevole voce critica del regime, l’arcivescovo cattolico Óscar Arnulfo Romero. Nel 1981 con l’avvento di Ronald Regan alla Presidenza degli USA, i finanziamenti, l’addestramento e l’armamento offerto alla dittatura aumentarono in maniera considerevole. Majano, in quanto contrario alla violenza della repressione, fu estromesso dalla giunta, arrestato ed esiliato e sostituito con il più “accomodante” José Napoleón Duarte che governò dal 1982 al 1989. Gli “squadroni della morte” ben addestrati e armati imperversarono mietendo vittime tra i ribelli e i civili dissidenti. La scusa ufficiale fu la solita: fermare l’avanzata comunista in America. Il bilancio fu di 75 mila morti, oltre il 90% per responsabilità della dittatura, 10 mila desaparecidos, un milione di profughi interni e 500 mila rifugiati all’estero. Il tutto su una popolazione di circa 5 milioni.
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Nel 1983 per passare il tempo su qualche spiaggia tropicale gli Stati Uniti invasero l’Isola di Grenada, totalmente priva di risorse. La scusa fu la paura che finisse sotto l’influenza cubana. Solo un’ottantina i morti.
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Dal 1981 al 1990 e anche oltre gli Stati Uniti, con la CIA e non solo, finanziarono, addestrarono e armarono i Contras per destabilizzare il legittimo governo sandinista in Nicaragua. Bilancio di oltre 40 mila vittime di cui quasi due terzi civili, al fine di frenare l’avanzata comunista.
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Tra il 1989 e il 1990 gli Stati Uniti invasero Panama con la scusa di fermare il dittatore Manuel Antonio Noriega Moreno e il narcotraffico, un po’ come con Maduro. Il problema reale, ovviamente, era il canale, fondamentale per i commerci e la marina militare statunitense. Noriega era nazionalista e non prestava idonee garanzie in merito, soprattutto in considerazione del passaggio definitivo del canale all’amministrazione panamense già previsto per il 1999. Dal 1994 Panama è governata in alternanza da partiti democratici che non creano problemi, il canale è stato ampliato e tutto fila liscio come l’olio.
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Nel 1990 finalmente gli Stati Uniti entrano in guerra su mandato ONU! Lo fanno per liberare il Kuwait invaso dalle milizie irachene e, a missione compiuta, se ne vanno. Difficile da crederlo, anche se qualche velenosa polemica fu alzata all’epoca in merito a motivazioni dell’intervento diverse dal diritto internazionale, come la protezione dell’accesso occidentale al petrolio del Golfo e la garanzia della stabilità del mercato petrolifero. Male lingue parlarono anche di un eccesso dell’uso della forza militare non proporzionato al nemico. Il bilancio fu di 200 mila morti.
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Nel 1992-93 gli americani, sempre dietro incarico dell’ONU, intervennero in Somalia con l’Operation Restore Hope. La missione nasceva con caratteristiche umanitarie per garantire la distribuzione degli aiuti umanitari, fermare la carestia provocata dal collasso dello Stato somalo e dai conflitti tra i “signori della guerra”. Ben presto, l’operazione dimostrò l’incapacità delle truppe americane di fare alcunché di umanitario. Gli USA trasformarono rapidamente una “missione di pace” in un’operazione militare coercitiva, senza un chiaro mandato politico di lungo periodo. Le forze statunitensi finirono per schierarsi contro alcune fazioni, in particolare quella di Mohamed Farrah Aidid, fatto che aumentò la violenza del conflitto. Si arrivò a bombardare alcuni villaggi, causando vittime civili. A Mogadiscio si svolse una vera e propria battaglia che causò la morte di 18 militari americani. Gli USA si arresero all’evidenza di non essere in grado di svolgere missioni realmente “pacifiche” e si ritirarono. Bilancio, secondo le stime di Human Rights Watch (HRW) e altre organizzazioni: circa 300.000 morti, molte delle quali causate dalla carestia, evitabili con la distribuzione imparziale di aiuti alimentari.
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Nel 1995 gli Stati Uniti con l’appoggio della Nato e un parziale mandato ONU intervengono in Bosnia-Erzegovina. Contenti dei risultati ottenuti con il primo grande intervento militare NATO offensivo della sua storia, gli Stati uniti replicano nel 1999. Il primo passo fu l’appoggio e il finanziamento di quella che gli stessi americani definivano “organizzazione terroristica”, l’UCK (Esercito di Liberazione del Kossovo). In questo modo legittimarono, dandone la responsabilità alla Serbia, gli attentati, gli omicidi di civili serbi e i traffici illegali di armi, droga ed esseri umani, compiuti dall’UCK. Gli Stati Uniti, preparato il terreno, attaccarono bombardando a tappeto Belgrado e tanto altro. L’intervento era privo di mandato ONU ma con ampia partecipazione dei paesi Nato, inclusa l’Italia del governo D’Alema. Il bilancio delle vittime è difficile da quantificare a causa dell’omertà delle forze NATO che danno per sovrastimate le 2500 uccisioni di civili dichiarate dalla Serbia. Nessun dato in merito alle vittime militari, il cui numero, sempre in sintonia con fonti della NATO, sarebbe superiore a quello dei civili. Belgrado fu rasa al suolo.
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Dal 2001 al 2021 gli Stati Uniti spalleggiati dalla NATO hanno cercato di avere la meglio sui propri ex alleati Mujahidin in Afghanistan. Questi, una volta scomparso il nemico sovietico, si erano trasformati in Al-Qaeda ed erano ascesi a nemico numero uno, con la qualifica di “terrorismo islamico”. Il pretesto per scatenare la guerra fu l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle e ai meno rilevanti Pentagono e Campidoglio o Casa Bianca. L’attacco fu attribuito ai seguaci di Osama Bin Laden, rampollo di buona famiglia saudita, che aveva studiato in Inghilterra e finanziato, insieme agli americani, i Mujahidin afghani. Nel 2011 Bin Laden fu ucciso nel corso di un raid in Pakistan, in violazione della sovranità di quel paese. Nonostante ciò, dopo vent’anni di guerra, la NATO si dovette arrendere, lasciando il paese in mano ai Talebani. Bilancio di circa 126 mila vittime militari, di cui solo 3621 delle forze NATO. Quelle civili sono stimate tra le 106 e le 170 mila, ovviamente considerate sovrastimate dalle forze NATO. Non ci sono dati sulle esecuzioni dei collaborazionisti da parte dei Talebani.
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Nel 2002 gli Stati Uniti scoprono che, oltre alle vittime civili e militari dei paesi invasi, ogni tanto muoiono anche militari americani. Per risolvere il problema inaugurano la prassi degli “omicidi mirati” a mezzo drone. Il primo caso documentato fu quello di un velivolo senza pilota lanciato su un veicolo in Yemen dove viaggiavano sospetti membri di al?Qaeda. Da allora le stime parlano di 4/500 operazioni di “targeted killing” che hanno causato tra le 3400 e le 3900 vittime. Impossibile avere dati certi in quanto molte di queste operazioni sono ancora segretate. Ancora oggi la scusa utilizzata per giustificare questi abusi è sempre quella del terrorismo internazionale.
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Nel 2002, già preoccupati per il successo del socialismo bolivariano, gli USA supportarono il golpe ufficialmente realizzato da una parte dell’esercito e settori dell’opposizione. Chavez venne deposto e deportato, Pedro Carmona Estanga fu proclamato presidente ad interim e sciolse il parlamento e altri poteri dello Stato. Il popolo insorse in massa e, in 48 ore ripristinò la legittima rappresentanza. Da questo momento scattò una vera e propria persecuzione del Venezuela da parte degli Stati Uniti, dovuta alla nazionalizzazione del petrolio. Demonizzazione personale del leader, delegittimazione sistematica del processo elettorale venezuelano, uso costante di categorie come autoritarismo, populismo, minaccia regionale sono stati veicolati da tutti i media mainstream occidentali, dai vari think tank, dalle solite ONG “di policy” e dalle dichiarazioni ufficiali dei governi. Sul piano interno vennero attivati tutti gli strumenti di induzione del “regime change”. Nonostante questo Chavez e il socialismo bolivariano hanno resistito, migliorando di molto le condizioni del paese: la povertà relativa passo dal 50 al 26%, quella assoluta dal 17 al 7%; l’analfabetismo fu debellato; da 20 medici per 100 mila abitanti si passò a 80; la mortalità infantile fu drasticamente ridotta; la disoccupazione si ridusse dal 14,5 al 7,8%; il PIL pro capite triplicò. Più miglioravano le cose più si inasprirono le sanzioni e l’embargo imposto dagli americani. A farne le spese fu l’erede bolivariano di Chavez, Maduro.
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Non contento del massacro afghano Bush Junior decise nel 2003 di radere al suolo l’Iran per andarsi a prendere il petrolio con la scusa delle inesistenti “armi di distruzione di massa”. L’epilogo è noto Saddam Hussein condannato a morte per non aver commesso il fatto, George Walker Bush Jr prosciolto per aver ucciso direttamente, con le bombe, e indirettamente, con carestia e mancanza di cure, tra i 500 mila e il milione di esseri umani. La guerra in Iraq ha portato alla ribalta il ritorno sulla scena della tortura, che la propaganda imperiale aveva insabbiato. Particolarmente attiva a Guantanamo con un quantitativo di vittime non ancora stabilito. Ad Abu Graib addirittura i militari si facevano i selfie con i prigionieri torturati. La pubblicazione di documenti inerenti queste aberrazioni, di altri crimini di guerra in Iraq e Afghanistan, delle uccisioni di civili e di pressioni illegali in ambito diplomatico, sono costate a Julian Assange 12 anni di persecuzione. Fatto che dimostra l’inesistenza della tanto sbandierata libertà di stampa imperiale. L’Impero ancora controlla il petrolio iracheno.
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Nel 2006, risolta la questione irachena, gli Stati Uniti spostarono l’attenzione sull’Iran. Il primo attacco fu informatico, l’operazione si chiamava “Olympic Games” e fu condotta, dalla CIA e dalla NSA, in collaborazione con l’immancabile Mossad, al fine di sabotare il programma nucleare iraniano. Poca importanza aveva se il programma fosse per uso civile o militare, come ampiamente dimostrato recentemente dall’attacco “Martello di Mezzanotte” condotto il 22 giugno 2025 dalla United States Airforce e dalla United States Navy contro tre impianti nucleari in Iran. L’aggressione informatica fu sferrata con una famiglia di malware, non un singolo virus: Stuxnet con il compito di alterare il ciclo di rotazione delle centrifughe di arricchimento dell’uranio; Duqu con quello di ricognizione; Flame per lo spionaggio. Il risultato fu la distruzione di un migliaio di centrifughe e tra uno e due anni di ritardo sul programma nucleare iraniano. Strano a dirsi ma non ci fu nessuna vittima umana. Olimpic Games ha avuto anche il merito di avviare la cyber?warfare attualmente in corso.
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Nel 2009 in Honduras gli Stati Uniti si limitarono a un “appoggio esterno”, basato sull’inazione, accordato ai Militari honduregni che arrestarono Zelaya e lo deportano in Costa Rica, insediando al suo posto Roberto Micheletti, presto sostituito da Porfirio Lobo. Quest’ultimo fu “eletto” mentre il governo golpista provvedeva a reprimere ogni forma di dissenso, uccidendo decine di attivisti, sindacalisti e giornalisti, arrestandone centinaia in un clima di repressione, censura e persecuzione dell’opposizione. Gli Stati Uniti del democraticissimo Obama affermarono che andava tutto bene e legittimarono golpe, voto e dittatura conseguente La militarizzazione dello Stato e il conseguente clima repressivo rimasero in vigore fino al 2022.
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Dal 2010 al 2012 il Mediterraneo si infiammò con le “Primavere Arabe”. Tunisia, Egitto, Libia e Siria vennero travolte da proteste spontanee e non coordinate, inizialmente pacifiche. L’ingerenza statunitense fu diversa per ogni singolo paese. In Tunisia gli americani non fecero praticamente nulla, probabilmente a causa dell’assenza di risorse particolarmente interessanti. In Egitto inizialmente appoggiarono l’alleato storico Mubarak, per poi lentamente abbandonarlo in funzione di una transizione più sicura: i militari. Forti dell’esperienza serba, gli Stati Uniti e l’Occidente intero evitarono interventi diretti, lasciando ai soliti noti (OSF, USAID e NED) il compito di diffondere i valori occidentali.
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Il 2011 fu l’anno della Libia. La Nato decise di liberarsi di Gheddafi, nonostante l’amicizia che lo aveva sempre legato all’Italia, prima con Andreotti, Craxi e l’ENI e poi con Berlusconi. La motivazione ufficiale fu la messa in sicurezza dei civili in quella che, partita come Primavera fu presto trasformata in Guerra Civile. Una volta ottenuto il permesso dall’Onu per adottare “tutte le misure necessarie a proteggere la popolazione civile e tutte le aree popolate sotto minaccia d’attacco”, la Nato intervenne a favore delle milizie ribelli per “far fuori” Gheddafi. Il bilancio dell’operazione è stato il caos più totale che si protrae ancora oggi con il paese diviso in due: a est spadroneggia Khalifa Haftar dietro la facciata del governo di Abdullah al-Thani con sede a Tobruch; a ovest con dimora a Tripoli si trova il governo “ufficiale” presieduto da Mohamed Younis Ahmed Al-Manfi. In realtà il paese è in mano a bande tribali armate fuori controllo. Ad esempio, il torturatore libico Osama al-Masri Nagim (quello liberato dal governo italiano a spese dei cittadini) era attivo contro le milizie di Tobruch ma è stato arrestato dalla procura di Tripoli. Oltre ai 14 anni di caos, circa 50 mila persone, oltre a Gheddafi, sono state uccise.
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Sempre nel 2011 iniziano le attività per destabilizzare la Siria. La Cia lancia l’operazione Timber Sycamore, un programma segreto, attivo fino al 2017, finalizzato a finanziare, armare e addestrare gruppi ribelli siriani impegnati nella guerra contro il regime di Bashar al-Assad. Quegli stessi gruppi che nel 2025 hanno deposto Assad e preso il potere in Siria.
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Pur non avendo date certe a causa della segretazione di queste operazioni, è all’inizio del secondo decennio del 2000 che inizia il finanziamento, l’addestramento e l’armamento delle truppe neonaziste ucraine. Contemporaneamente i soliti noti (OSF, USAID e NED) danno avvio all’ingente sovvenzione di Associazioni e ONG per la propagazione degli alti valori democratici occidentali. Nonostante questo, alle elezioni presidenziali del 2010, giudicate regolari da tutti gli osservatori internazionali, vinse il filorusso Viktor Yanukovych, che non aveva alcuna intenzione di associarsi all’Europa.
Così nel 2014 fu organizzata la seconda puntata della rivoluzione arancione. Il legittimo presidente deposto fu sostituito con il più “accomodante” Oleksandr Turchynov, filo occidentale. In risposta al golpe, la Russia incrementò il suo presidio in Crimea dove aveva e, ovviamente, ha oggi importanti strutture militari. Senza combattimenti, ma organizzando un referendum la Russia si annette l’oblast’. Le truppe neonaziste, che già avevano iniziato la loro avanzata con il Massacro di Odessa (48 e più persone arse vive nella Casa dei Lavoratori), inasprirono i combattimenti in Donbass, dove veniva rivendicata l’autonomia amministrativa.
Tra settembre 2014 e febbraio 2015 vengono firmati i due accordi di Minsk. Immediatamente disattesi dall’Ucraina, gli accordi prevedevano, oltre al cessate il fuoco in Donbass, anche lo Status speciale per Donetsk e Luhansk con l’autonomia locale rafforzata, ovvero l’autogoverno amministrativo, l’uso ufficiale della lingua russa, la polizia locale, la cooperazione transfrontaliera con la Russia. Le truppe neonaziste intensificarono i massacri in tutta la regione. Gli Usa elargirono, dal 2014 al 2021 circa 2,5 miliardi di dollari in addestramento e armamento militare. Bilancio: 15 mila morti e diversi crimini di guerra commessi dalle forze Ucraine. Chi come il giornalista italiano Andrea Rocchelli ha osato documentare questi orrori è stato ucciso dalle truppe neonaziste.
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Nel 2014 anche la situazione in Siria si complicò. L’Isis conquistò territori e proclamò il Califfato. Ufficialmente il mondo intero era contro il nuovo Stato Islamico, nessuno Stato lo finanziò, nessuno comprò il suo petrolio, nessuno gli vendette armi. Una vera e propria potenza nata dal nulla, un “Self Made State”! Qualche dubbio sorge spontaneo in virtù del fatto che l’Isis, nonostante la radicalizzazione islamica non ha mai agito contro Israele e l’Occidente invasore, solo contro gli Sciiti. La lotta tra Sciiti (Iran, Palestina) e Sunniti (Arabia Saudita) viene presentata in Occidente come la causa principale dell’instabilità mediorientale. In realtà le due confessioni islamiche hanno convissuto pacificamente per oltre un millennio sotto l’Impero Ottomano e lo fanno oggi in Yemen e nei BRICS dove Arabia Saudita e Iran coabitano pacificamente. Fatto sta che, secondo la versione più accreditata, nel 2015, mentre litigano in Donbass, Russia e USA, che nel frattempo continuava a brigare contro Assad, scesero in campo insieme contro l’Isis.
La Russia intervenne addirittura con l’aviazione supportando Assad, mentre gli Stati Uniti sostennero le SDF (Syrian Democratic Forces). Nel frattempo si creò un altro gruppo jihadista denominato HTS (Hay’at Tahrir al-Sham). Nel 2017 l’Isis venne sconfitto, ma il conflitto non si placò. L’HTS al comando di Ahmad ?usayn al?Shara, all’epoca noto come al-Jawl?n?, divenne sempre più forte, si radicò nel territorio e, grazie al supporto americano si costituì come la principale forza anti-Assad. Nonostante la Russia non abbia mai abbandonato le forze governative siriane, queste furono definitivamente sconfitte l’8 dicembre 2024. Il 29 gennaio 2025 al?Shara è stato proclamato Presidente della Siria. La deposizione forzata di Bashar al-Assad è costata alla Siria circa 670 mila morti, cui si devono aggiungere quasi 10 mila per le epurazioni del nuovo governo jihadista. Inoltre, la Siria contava nel 2011 circa 23 milioni di abitanti. 7 milioni si sono dovuti rifugiare all’estero e circa 7,5 risultano come rifugiati interni, complessivamente il 63% dell’intera popolazione.
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Nel 2020 assunse particolare rilevanza l’uccisione tramite drone di Qasem Soleimani. Il motivo per cui l’omicidio mirato ebbe risalto fu la doppia violazione della sovranità di due diversi Stati. Il generale iraniano con alti incarichi istituzionali era, infatti, in visita ufficiale a Bagdad, capitale dell’Iraq.
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Nel 2022 la Russia decise di intervenire direttamente nelle province autonome di Donetsk e Lugansk per porre fine alla guerra civile e realizzare quanto previsto dall’accordo Minsk II. Gli USA, per non perdere quanto realizzato in Ucraina sino a quel punto, ampliarono a dismisura, finanziamenti, addestramento, fornitura di armi, di logistica e di intelligence. Coinvolsero anche le colonie europee con la minaccia di un’immediata, quanto incomprensibile, invasione russa dell’intera Europa. In questo modo ottennero il risultato sperato: la fine dei rapporti commerciali tra Russia ed Europa che tanti problemi economici avevano creato all’America. Per questo sono stati distrutti i gasdotti Nord Stream e la Nuova Via della Seta. Nel 2024 Donal Trump ha deciso di seguire una via diversa: si è accaparrato le risorse dell’Ucraina dell’Ovest con l’accordo “delle Terre Rare”, lasciando alla Russia quelle delle province autonome dell’Est, nel frattempo annesse mediante referundum. Gli Stati Uniti hanno già “investito” ben 205 miliardi di dollari in Ucraina. La guerra prosegue ancora, sostenuta dai “Volenterosi” Europei. Il bilancio della guerra per procura è impossibile da stilare, in quanto la propaganda tende ad attribuire alla controparte il maggior numero di vittime per far finta di aver vinto la guerra. Di sicuro, trattandosi di una guerra di “trincea” le vittime civili sono nettamente inferiori a quelle militari, che si dovrebbero aggirare tra le 500 mila e il milione.
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Nel 2024 gli USA decidono di intervenire contro gli Houthi in Yemen. L’operazione scaturiva dall’esigenza di ripristinare la navigazione verso il Canale di Suez compromessa dai missili Houthi lanciati a sostegno della causa palestinese. La legittimità dell’intervento appare scontata. Un po’ meno se si considera il contesto regionale, oggetto di destabilizzazione continua dal dopoguerra.
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Dal 1948 a oggi gli Stati Uniti hanno finanziato, fornito armi, anche nucleari, tecnologia, intelligence e protezione politica a Israele, al fine di destabilizzare in maniera permanente la regione araba, per mezzo della violazione quotidiana del Diritto Internazionale. Lo scopo statunitense è stato perseguito con l’occupazione dei territori, la pulizia etnica iniziata con la Nakba, il genocidio del popolo palestinese, attacchi indiscriminati in Libano, Siria, Iran e Qatar. Il bilancio complessivo delle vittime in Palestina supera agilmente le 300 mila unità a cui vanno aggiunte quelle libanesi, siriane e iraniane. Il numero è destinato a salire a causa del protrarsi del genocidio.
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Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela uccidendo 80/100 persone e rapendo il Presidente Maduro e sua moglie.
Nota importante: Molte di queste operazioni “sotto copertura” sono state inizialmente negate e confermate solo decenni dopo attraverso documenti declassificati. Alcune rimangono oggetto di dibattito storiografico. La scala esatta del coinvolgimento USA varia da caso a caso, dal semplice sostegno politico all’organizzazione diretta del golpe.

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