Legge del cappio. Un ulteriore strumento del genocidio

842
Legge del cappio. Un ulteriore strumento del genocidio


Di Rania Hammad e Tawfiq Al-Ghussein

La logica genocidaria del regime israeliano non ha limiti e non ha vergogna.  
L’approvazione di una legge che consente l’esecuzione dei prigionieri palestinesi, con l’impiccagione, è un nuovo atto barbarico che si aggiunge a una lunga lista di violazioni dei diritti umani dei palestinesi e mostra una rottura profonda con le norme più basilari del diritto internazionale.

Segna la reintroduzione di una forma di punizione da cui il mondo si è da tempo allontanato, una pratica medievale, un regresso civile disumano e rivoltante, e lo fa in un contesto già definito da un sistema di apartheid e disuguaglianza strutturale, oppressione, occupazione prolungata, coercizione sistemica, tortura e genocidio. Tutto questo rende questa legge ancora più scioccante e ripugnante.

La Knesset israeliana ha approvato a fine marzo 2026 la legge sulla pena di morte per i prigionieri palestinesi ritenuti colpevoli di atti definiti come “nazionalistici” o terrorismo. È stata appoggiata e votata dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e fortemente voluta dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere Ebraico), che ha celebrato l’approvazione definendola “storica” e brindando in sede istituzionale con champagne insieme agli altri, con le loro spille giallo-oro a forma di cappio in bella vista, portate con arrogante disprezzo per i palestinesi che si vogliono sterminare e deportare a tutti i costi.

Una legge illegale tra le tante discriminatorie di un regime brutale e violento che usa le bombe, la fame, la tortura e la pena di morte come armi del genocidio.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante è vincolata da limiti giuridici nell’amministrazione della giustizia. Non può imporre pene discriminatorie né alterare in modo sostanziale il quadro giuridico della popolazione occupata. L’introduzione dell’impiccagione, in un sistema giudiziario già ingiusto e fortemente compromesso, rappresenta una violazione evidente di tali limiti.

La natura discriminatoria del sistema in cui questa legge si inserisce è centrale. I palestinesi sono giudicati da tribunali militari con tassi di condanna prossimi alla totalità, mentre i coloni israeliani, nello stesso territorio, sono soggetti a tribunali civili con pieni diritti e garanzie e poi non vengono mai condannati o puniti. In un sistema già definito da organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem come un regime di apartheid, l’introduzione della pena di morte è un evidente nuovo strumento del genocidio del popolo palestinese.

Questa legge segue una logica coloniale ben nota: legalizzare ciò che già avviene.  
Per decenni, i palestinesi sono stati uccisi extragiudizialmente, con uccisioni mirate o indiscriminatamente contro uomini, donne e bambini, sono morti in custodia o sono stati sottoposti a un sistema in cui la violenza letale opera con totale impunità. La legge non introduce la violenza, ma la formalizza e la regola, si aggiunge solo una tempistica. L’esecuzione non è più qualcosa di scandaloso o un’eccezione, ma diventa una procedura pianificata e strategica allo stesso tempo e permette di uccidere un maggior numero di palestinesi.  
Se non si muore sotto bombardamento, o attaccati e uccisi dalle bande armate di coloni appoggiati dall’esercito e dallo Stato, ci pensa il sistema carcerario a prelevare chi si vuole torturare e uccidere. È così che si opprime e sopprime un popolo.

Il sistema carcerario stesso deve essere compreso in questa chiave. Come sottolineato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, l’incarcerazione dei palestinesi costituisce uno strumento centrale di oppressione, mentre la tortura diventa un mezzo funzionale a una logica più ampia di distruzione. Addameer e altri organismi hanno documentato morti in custodia dovute a torture, maltrattamenti e negazione deliberata di cure mediche. Abusi e stupri anche, fatti documentati che gli israeliani mostrano con orgoglio perverso.

Il caso di Riyad al-Amour, appena deceduto, rende questo meccanismo impossibile da ignorare. Arrestato nel 2002 e detenuto per oltre vent’anni, è stato rilasciato nel 2025 in condizioni critiche, dopo aver subito torture prolungate e la sistematica negazione di cure mediche essenziali, inclusa la sostituzione di un pacemaker più volte richiesta. Sopravvissuto solo pochi mesi alla sua liberazione, è morto nonostante interventi chirurgici urgenti. La sua morte non rappresenta la fase finale di un processo né la liberazione di un detenuto, ma la restituzione di un corpo ormai distrutto. In questo senso, ciò che oggi viene presentato come introduzione della pena di morte non è che la formalizzazione giuridica di una pratica già esistente in un sistema di occupazione e apartheid: una esecuzione lenta, distribuita nel tempo, amministrata attraverso il carcere.

Non si tratta di una deviazione nuova, assolutamente, ma di una struttura storica che parte subito, sin dalla creazione di Israele in Palestina.

Una questione di cui non si parla mai, ma di cui si deve parlare, è il fatto che molti dei cosiddetti prigionieri sono di fatto ostaggi di un sistema che utilizza la detenzione come forma di controllo collettivo. Migliaia e migliaia di palestinesi sono detenuti come ostaggi. Un altro elemento centrale è la detenzione amministrativa, cioè la possibilità di incarcerare una persona senza accusa formale né processo.

Particolarmente grave è il trattamento dei minori. Israele è l’unico Stato al mondo che processa sistematicamente bambini in tribunali militari. Minori palestinesi vengono arrestati e interrogati senza protezione o tutela.

Inserire la pena di morte in un contesto di occupazione militare e violenza sistematica nei confronti dei palestinesi significa conferire legalità a un sistema già reso normale e accettato dagli israeliani.

Dal punto di vista del diritto internazionale e dei diritti umani, la misura è un atto fuori da ogni logica, e ciò che rende questa legge ancora più deplorevole è proprio il suo contesto, proposto durante un genocidio.  
La barbarie di Israele ha davvero superato ogni limite e non si può negare il suo status di Stato canaglia, che minaccia la pace mondiale perché viola sistematicamente le norme internazionali, sostiene il terrorismo e non ammette di possedere armi di distruzione di massa.

Autori  
Tawfiq Al-Ghussein è uno scrittore e analista specializzato in diritto internazionale e geopolitica del Medio Oriente. Ha conseguito una laurea in International Economics presso la Georgetown University e un Master presso la SOAS, University of London.

Rania Hammad è una ricercatrice e scrittrice specializzata in relazioni internazionali. Ha studiato Scienze Politiche presso l’American University of Rome e ha conseguito un Master in International Relations presso l’Università del Kent.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

Israele può arrivare ad usare l'atomica? - Alberto Negri di Fabio Massimo Paernti Israele può arrivare ad usare l'atomica? - Alberto Negri

Israele può arrivare ad usare l'atomica? - Alberto Negri

"I nuovi mostri" - Virginia Raggi "I nuovi mostri" - Virginia Raggi

"I nuovi mostri" - Virginia Raggi

AI e CEO-Monarca: il nuovo piano politico delle Big Tech di Alessandro Bartoloni AI e CEO-Monarca: il nuovo piano politico delle Big Tech

AI e CEO-Monarca: il nuovo piano politico delle Big Tech

L'opzione “simul stabunt” di Trump contro l'Europa di Giuseppe Masala L'opzione “simul stabunt” di Trump contro l'Europa

L'opzione “simul stabunt” di Trump contro l'Europa

La “Volksschädlingsverordnung”: il nazismo legalizzato di Israele di Michelangelo Severgnini La “Volksschädlingsverordnung”: il nazismo legalizzato di Israele

La “Volksschädlingsverordnung”: il nazismo legalizzato di Israele

AWE2026: quando l'IA diventa la tua coinquilina   Una finestra aperta AWE2026: quando l'IA diventa la tua coinquilina

AWE2026: quando l'IA diventa la tua coinquilina

Covid, la verità fa male? Tranquilli: basta non pubblicarla! di Francesco Santoianni Covid, la verità fa male? Tranquilli: basta non pubblicarla!

Covid, la verità fa male? Tranquilli: basta non pubblicarla!

Lo scalpo e l’invenzione del “selvaggio” di Raffaella Milandri Lo scalpo e l’invenzione del “selvaggio”

Lo scalpo e l’invenzione del “selvaggio”

Halloween e il fascismo di Francesco Erspamer  Halloween e il fascismo

Halloween e il fascismo

Il no a Trump: un gesto di debolezza, non di coraggio di Paolo Desogus Il no a Trump: un gesto di debolezza, non di coraggio

Il no a Trump: un gesto di debolezza, non di coraggio

Dramma Nazionale       di Alessandro Mariani Dramma Nazionale      

Dramma Nazionale    

Quando le parole colpiscono più dei missili di Marco Bonsanto Quando le parole colpiscono più dei missili

Quando le parole colpiscono più dei missili

Negozi che chiudono b&b che aprono: coincidenza o modello? di Antonio Di Siena Negozi che chiudono b&b che aprono: coincidenza o modello?

Negozi che chiudono b&b che aprono: coincidenza o modello?

Il peggiore dei crimini possibili di Gilberto Trombetta Il peggiore dei crimini possibili

Il peggiore dei crimini possibili

Lavrov e le proposte di tregua del regime ucraino di Paolo Pioppi Lavrov e le proposte di tregua del regime ucraino

Lavrov e le proposte di tregua del regime ucraino

Per fortuna non sono un liberale (di Giorgio Cremaschi) di Giorgio Cremaschi Per fortuna non sono un liberale (di Giorgio Cremaschi)

Per fortuna non sono un liberale (di Giorgio Cremaschi)

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti