L'economia come fattore predominante nelle società neoliberali

L'economia come fattore predominante nelle società neoliberali

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di Michele BLANCO*

Il neoliberismo più che come una dottrina economica è chiaramente un dispositivo di soggettivazione, che produce non tanto degli economisti, quanto delle persone che pensano a sé stesse in termini di aziende “individuali” in continua concorrenza con le altre persone considerate similmente come aziende.

Ci troviamo di fronte ad una radicale e apparentemente definitiva “economizzazione” della vita umana. Wendy Brown elenca cinque conseguenze principali. La prima considera: «un soggetto concepito e costruito come capitale umano per sé… corre continuamente il rischio di fallire, di essere licenziato e abbandonato senza aver fatto niente, a prescindere da quanto sia capace e responsabile. Le crisi fiscali, i licenziamenti collettivi, l’esternalizzazione, la cassa integrazione e così via possono metterci in pericolo anche quando siamo investitori e imprenditori responsabili e dotati di buonsenso.

Questo pericolo incide addirittura sui bisogni essenziali, come il cibo e un tetto sulla testa, poiché il neoliberismo ha smantellato tutti i programmi di previdenza sociale. La disintegrazione della sfera sociale in frammenti d’imprenditorialismo e investimento su sé stessi elimina la protezione fornita dall’appartenenza a un piano pensionistico o alla cittadinanza» (p. 38). Così si spiega il titolo del libro, Il disfacimento del demos, cioè il disfacimento del principio fondamentale secondo cui il governo democratico è affidato al popolo. Infatti se ognuno lavora per sé, in un regime di costante concorrenza contro gli altri, non vale più alcun principio di solidarietà sociale e di uguaglianza. Dopo l’homo œconomicus non rimane più niente. 

La seconda conseguenza: «la disuguaglianza, non l’uguaglianza, è lo strumento e la relazione tra i capitali concorrenti. Quando veniamo considerati capitali umani in tutto ciò che facciamo e in ogni luogo, l’uguaglianza smette di essere la nostra relazione naturale con gli altri. Pertanto, l’uguaglianza non è più un fondamento o un assunto a priori della democrazia» (p. 38). Ma senza eguaglianza, è evidente, viene a mancare lo stesso ideale democratico, che doveva essere la bandiera del neoliberismo da portare in tutto il mondo. Infatti senza una reale uguaglianza: «Una democrazia composta da capitale umano è costituita da vincitori e vinti, non prevede un trattamento o una protezione paritari. Anche in questo senso il contratto sociale viene rovesciato» (p. 38). La terza conseguenza: “Quando tutto è capitale, scompare la categoria del lavoratore, così come la sua forma collettiva, la classe…

Allo stesso tempo viene smantellata la stessa ragione d’esistere dei sindacati, delle associazioni di consumatori e di altre forme di solidarietà economica all’infuori dei cartelli tra capitali» (p. 39). Se ognuno è tristemente un capitale umano (secondo la famigerata formula, ormai corrente anche nei regolamenti scolastici), è evidente che non può fare nessun appello all’aiuto e alla solidarietà degli altri, perché questi sono in realtà solo dei concorrenti, le cui azioni rispondono solo all’impersonale logica del business. Il sindacato allora diventa del tutto inutile, così come la solidarietà di classe (si pensi a quanto ha resistito Amazon alla creazione di sindacati fra i suoi dipendenti).

Questi primi tre punti segnano inesorabilmente il triste passaggio dall’homo politicus all’homo œconomicus; di conseguenza, il quarto punto: «Quando esiste soltanto l’homo œconomicus, e quando l’ambito politico stesso viene rappresentato in termini economici, sparisce la base della cittadinanza che si occupa della cosa pubblica e del bene comune. Qui il problema non è solo che si sottraggono fondi ai beni pubblici e che i fini comuni vengono svalutati dalla ragione neoliberista, cosa peraltro vera, ma che la cittadinanza stessa perde la sua valenza e sede politica.

La valenza: l’homo œconomicus si accosta a tutto come a un mercato e conosce soltanto la condotta di mercato: non sa pensare agli scopi pubblici o ai problemi comuni in modo genuinamente politico. La sede: la vita politica, e lo Stato in particolare … vengono riconfigurati dalla razionalità neoliberista. La sostituzione della cittadinanza definita come interesse per il bene pubblico con una cittadinanza ridotta al cittadino come homo œconomicus elimina anche l’idea stessa di popolo, un demos che afferma la propria sovranità politica collettiva» (p. 39). Non è necessario un colpo di stato per porre fine al demos, e quindi sconfiggere la democrazia; basta convincere le persone che il demos, propriamente, non esiste, come pensava la campionessa indiscussa del neoliberismo, Margaret Thatcher, che infatti coerentemente e tristemente affermava che « non esiste una cosa come la società. Ci sono uomini e donne, e le famiglie ».

Da notare che le famiglie senza dubbio, per chi ne ha una, diventano l’unico argine non individuale allo spietato e impersonale dispositivo del mercato. Discende da tutto questo l’affamato familismo caratteristico del nostro tempo, perché se quando sei nei guai “né lo stato e né alcuna altra istituzione pubblica ci pensa”, ti può aiutare solo la famiglia, specialmente se si tratta di una famiglia importante. L’ultimo punto individuato da Wendy Brown è una naturale conseguenza dei primi quattro punti: «la giustizia, la pace o la sostenibilità ambientale possono essere perseguite fintantoché promuovono obiettivi economici», (p. 40), quindi non in quanto valori fondamentali e importanti di per sé. Infatti si “ragiona” solo considerando che non è perché è giusto che è il caso di salvare il pianeta dall’invadenza e sfruttamento totale del sistema capitalistico, ma solo perché è conveniente, perché innescherà la green economy, come si vede sempre l’economia viene prima di tutto.

D’altronde, questo sistema non guarda alle persone mai, infatti non c’è da meravigliarsi quando un’impresa quotata in borsa segna un grande rialzo delle sue quotazioni proprio nel momento in cui annuncia un massiccio piano di licenziamenti. Purtroppo in questo senso «l’iterazione neoliberale dell’homo œconomicus sta spegnendo l’agente, il linguaggio e gli ambiti attraverso i quali la democrazia, in qualsiasi variante, si materializza» (p. 73).

Quello che l’inconscio neoliberista arriva a minacciare, corrisponde proprio al «progetto ideale, immaginario e politico della democrazia» (p. 175), un grande progetto, incompiuto, che si basa invece sul principio assolutamente non economico dell’eguaglianza tra i cittadini, del valore non economico della cultura, in particolare di quella umanistica, cioè quella che classicamente si pone l’obiettivo di formare l’essere umano emancipandolo nella sua indipendenza di pensiero e completezza; «l’homo œconomicus come capitale umano si lascia alle spalle non soltanto l’homo politicus, ma … l’umanesimo stesso» (p. 42). Ma al centro di questo progetto c’è un grande paradosso: se da un lato la razionalità neoliberista si fonda sull’assoluta indipendenza dell’individuo in quanto «capitale umano», dall’altro, tuttavia, lo smantellamento del demos lo lascia del tutto solo, sempre più in balia di quello stesso mercato che dovrebbe essere il suo ambiente “naturale”. Tutto «questo è il paradosso centrale, forse persino lo stratagemma centrale, della governance neoliberista: la rivoluzione neoliberista avviene nel nome della libertà – liberi mercati, Paesi liberi, uomini liberi – ma distrugge le basi su cui la libertà poggia, la sovranità degli Stati e dei soggetti» (p. 97), perché che cosa può il singolo e isolato homo œconomicus, ormai senza società, sindacati, sistema di welfare, senza nemmeno la possibilità di accedere a un sistema di istruzione superiore pubblica, contro lo strapotere del mercato neoliberista?

Un paradosso che produce sempre più disagio, solitudine del cittadino globale, insofferenza, disperazione. In effetti, come ritiene l’autrice, l’immagine della presunta razionalità neoliberista «dell’essere umano, il suo principio di realtà e la sua visione del mondo ‘non esiste un’alternativa’, sacralizzano, aumentano e naturalizzano questa disperazione senza riconoscerla.

Lasciando che i mercati decidano il nostro presente e il nostro futuro, il neoliberismo abbandona del tutto il progetto del controllo individuale o collettivo dell’esistenza [nel senso democratico partecipativo]. La soluzione neoliberista ai problemi è sempre guardare ad altri mercati, altri mercati completi, altri mercati perfetti, altra finanziarizzazione, nuove tecnologie, nuovi modi per monetizzare. Tutto fuorché un processo decisionale collaborativo e contestatore, il controllo delle condizioni di vita, la pianificazione del futuro; tutto fuorché una costruzione deliberata dell’esistenza attraverso il dibattito democratico, il diritto, una linea politica. Tutto fuorché il sapere, la deliberazione, il giudizio e l’azione umani classicamente associati all’homo politicus», (p. 192).

Quindi nel periodo della globalizzazione ultraliberista l’idea dominante, dovuta, come accennato ma sempre meglio ribadire, a una forte egemonia economica e politico-culturale, è che la promozione della libertà sia principalmente, se non totalmente, intesa come libertà economica, dell’impresa, che ha avuto come conseguenza il totale disimpegno etico del singolo individuo rispetto alla società. Si è ritenuto che la persona non potesse realizzarsi in pieno senza annullare quelle istanze di uguaglianza materiale e sociale che invece, dal dopoguerra agli anni Settanta del secolo scorso avevano guidato la grande crescita economica e sociale dei paesi occidentali con la conseguente costruzione del welfare state.

Nel corso degli anni è stato ampiamente riconosciuto, e sempre più ammesso, che gli sviluppi guidati dal libero mercato senza freni, associati alla globalizzazione, hanno inasprito le ineguaglianze globali esistenti, ma cosa ancor più grave, ne hanno generate di nuove. In questo contesto si è avuto il passaggio da un potere più verticale ad uno più orizzontale, ma non per questo più democratico. In questi anni si è conosciuta l’internazionalizzazione dei poteri delle organizzazioni internazionali, sia intergovernative, ossia formate esclusivamente da Stati sulla base di accordi vincolanti, che ibride pubblico-private. Entità sempre più presenti nelle dinamiche decisionali e nei vari dossier globali che agiscono perlopiù con gli strumenti del diritto internazionale e del soft law, caratterizzate più che da leggi da raccomandazioni, studi, pareri e assistenza.

Questo nuovo piano giuridico emergente, parallelo e privato ha preso il nome di lex mercatoria, intesa come la diffusa codificazione dei rapporti commerciali tra le imprese in un mondo globalizzato, un passaggio fondamentale della contemporanea metamorfosi del potere, sempre in una direzione più orizzontale, a-territoriale e internazionale.

Ulteriore elemento, motore di tale metamorfosi, è stata l’innovazione tecnologica, sovente promossa e finanziata dallo Stato nazionale stesso. Questi finanziamenti concessi con i soldi pubblici hanno permesso a realtà economiche e multinazionali private di accumulare un potere quasi monopolistico, costituito da forti rendite di posizione, accumulo di dati e capacità di sfuggire all’azione delle leggi antitrust. Esempi eclatanti di queste imprese sono: Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft, società con fatturati superiori ai PIL di diversi paesi e in grado di muoversi oltre i confini territoriali beneficiando anche dell’arbitraggio fiscale.

La tecnologia permette a soggetti privati di avere un’influenza decisiva sulla società e anche sui governi nazionali. Tra detiene i nuovi poteri vi sono, e saranno anche in futuro, i possessori e controllori di determinate tecnologie, che vanno dall’intelligenza artificiale alle tecniche hacker, per fare breccia, senza eserciti o armi, nei sistemi interconnessi delle infrastrutture statali e dei privati. Dobbiamo ricordare come il grande risultato finale della stagione delle privatizzazioni, svolta sotto l’egida del cosiddetto Washington Consensus, è stato quello di rendere sempre più settori dell’economia contendibili e, di conseguenza, portato ad una enorme ritrazione del potere statale, che di fatto ha dato un grandissimo spazio ad altri poteri non democratici (economici e finanziari) privati, che hanno comportato come prima conseguenza  grandi disuguaglianze sociali nella distribuzione delle risorse economiche, produttive e del reddito.

La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno riconosciuto che le condizioni dello sviluppo, negli ultimi decenni, sono regredite in un gran numero di Paesi, che non sono riusciti a raccogliere i frutti della globalizzazione che ha portato sviluppo in altri contesti, né a partecipare a ciò che la Banca Mondiale ha visto come una “tendenza verso la prosperità”.

Nell’africa subsahariana, la Banca Mondiale ha stimato che dal 1987 i redditi “pro capite” sono scesi del 25%. Il dato di fatto incontestabile è che le ineguaglianze globali nelle risorse economiche e nel reddito sono inesorabilmente aumentate a partire dalla metà degli anni Ottanta. Uno dei risultati più eclatanti del neoliberismo riguarda l’enorme crescita delle disuguaglianze di reddito anche nelle economie avanzate e democrazie costituzionali, che sono aumentate negli ultimi anni, anche nei periodi di crescita economica e sviluppo tecnologico. Carlo Trigilia, studioso ed ex ministro del governo italiano, ritiene che le «conseguenze della pandemia e l’invasione dell’Ucraina contribuiscono ad aggravare il quadro.

La sinistra europea e quella italiana si trovano così ad affrontare una nuova sfida, decisiva non solo per il loro futuro, ma anche per quello del capitalismo democratico. L’elettorato popolare, che ne costituiva il fulcro, alimenta infatti l’esodo verso l’astensionismo e verso la nuova destra radicale, attratto dalla protesta e dal populismo. A fronte del peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, vecchi e nuovi gruppi più a disagio non si sentono oggi rappresentati». Stiglitz sostiene con fermezza che la disuguaglianza uccide la crescita: se la ricchezza si concentra in poche mani la crisi diventa inevitabile, come avvenne negli anni Trenta del secolo scorso.

Il teorema del premio Nobel dimostra come disuguaglianza e polarizzazione dei redditi ostacolino la crescita e frenino il PIL, quindi il benessere diffuso. È la diseguaglianza che causa la mancata crescita economica. In tutti i paesi dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri la crescita economica, inevitabilmente, segna il passo e spesso precipita. Le sue idee si fondano sul meccanismo della “propensione al consumo”: i ricchi, essendo pochi ce l’hanno più bassa del molto più numeroso ceto medio, dunque se la distribuzione del reddito favorisce solo i pochi ricchi, la spesa in beni e servizi, inevitabilmente, si deprime. È invece il ceto medio a consumare quasi tutto quello che ha in tasca e a spingere PIL ed economia, quando la distribuzione del reddito lo favorisce. Stiglitz ci fornisce la prova: quando i ricchi (ovvero a malapena l’1% più ricco della popolazione mondiale) si è appropriato del 25% del reddito scoppia la “bomba atomica economica”.

I fatti lo hanno dimostrato con la Grande Crisi degli Anni Trenta e con la Grande Recessione del secolo scorso. Le idee di Stiglitz sono chiare, facili da dimostrare: infatti con l’aumentare della diseguaglianza, il “moltiplicatore” degli investimenti diminuisce e dunque il PIL frena inesorabilmente. Basti pensare che anche il dogma dell’austerità ha dimostrato la sua non fondatezza economica: l’FMI ha infatti calcolato che il taglio del deficit dell’uno% può ridurre il PIL fino al 2%. Ma la diseguaglianza fiacca fino ad uccidere il PIL e ogni possibilità di crescita economica, non solo per l’inevitabile caduta dei consumi ma anche perché il sistema è largamente «inefficiente» quando prevalgono rendite finanziarie e monopoli.

Conosciamo quali gravi conseguenze provocano le grandi disuguaglianze: «l’aumento dei problemi sanitari e sociali, rafforzano razzismo e violenza, ostacolano la mobilità sociale, sono responsabili dell’abbassamento del livello di istruzione e del benessere generale. L’ incremento delle disparità si traduce in minore felicità collettiva, minore fiducia e coesione sociale, quindi in un indebolimento complessivo della comunità e della democrazia. Perché, di fronte ai danni che provocano ai singoli individui e alla società nel suo insieme, le disuguaglianze persistono e diventano, nell’attuale momento storico, sempre più estreme». Ovviamente da questa situazione nasce una crescente insoddisfazione.

Si pensi al fenomeno della great resignation, le dimissioni di milioni di persone da posizioni lavorative anche remunerative che rendono, però, la vita del tutto impossibile. Si tratta, come mette in evidenza Dario Gentili nella sua Prefazione, di un fenomeno che dice che, nonostante tutto, qualcuno comincia a capire che c’è vita dopo l’economia. Forse il demos non è del tutto disfatto. C’è ancora un grande spazio per la politica partecipativa e democratica.

Manca ancora solo un soggetto politico capace di cogliere questa opportunità. Ma prima o poi arriverà, con il popolo che ritornerà protagonista. Anche se non ancora si intravede all’orizzonte come ha confermato Joseph Stiglitzil professore della Columbia University, premio Nobel per l’Economia che sostiene: «le diseguaglianze sono in crescita in tutto il mondo e i governi di destra devono sapere che tagliando le tasse ai più abbienti la povertà e le ingiustizie aumentano». Tanto aumentano le povertà e le ingiustizie che secondo Stiglitz: «la ricchezza nelle mani di pochi [comporta] una tragedia collettiva che minaccia la [stessa] democrazia», in fondo bisogna sempre tenere presente che «Le diseguaglianze non sono inevitabili», sono evitabilissime.

Devono essere evitate perché le seminano sfiducia, indeboliscono la coesione sociale e mettono a rischio la stessa democrazia. Perché, allora, i tentativi di contrastarle sono pochi e deboli? Esistono meccanismi di assoluzione o di colpevolizzazione rispettivamente dei dominanti e dei dominati. I privilegiati delle nostre società, che della disuguaglianza beneficiano, si convincono di possedere grandi capacità personali e, quindi, di meritare i propri vantaggi e privilegi. Chi subisce la disuguaglianza arriva ad accettarla come naturale, arrivando ad interiorizzarla, non considerando le difficoltà che i poveri hanno a cominciare dalle possibilità di studio, la famosa uguaglianza di partenza che in questo mondo non esiste.

*Questo articolo è stato pubblicato su https://www.eguaglianza.it/

 

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