Le tante bugie della guerra

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Le tante bugie della guerra

 

di Alessandra Ciattini

Sommario: Ormai sappiamo che le guerre sono sempre accompagnate da tante bugie come quella della protezione gratuita fornita all’Europa dagli Usa e quella dell’incombente invasione russa. Queste bugie possono anche essere il frutto di una visione disatorta della realtà, ma sicuramente sono funzionali agli obiettivi delle classi dominanti, benchè queste ultime rivaleggino tra loro. Il problema di fondo è comprendere se la visione delirante e opportunistica da cui esse scaturiscono  ha una sua propria logica.

Oltre alla menzogna riguardante l’incombente minaccia russa sulla civile Europa, patria dei diritti umani, un’altra plateale bugia è quella secondo cui gli Usa ci avrebbero difesi gratuitamente e generosamente, per cui dovremmo avere verso di loro un’infinita riconoscenza e dovremmo anche deciderci a proteggersi da soli, accettando la seppur dolorosa la perdita dei nostri figli, come ci è stato comunicato qualche tempo fa.

Su questo tema è intervenuta recentemente la Federcontribuenti, la quale ha calcolato che le basi militari Usa in Italia, integrate con la NATO, costano al contribuente italiano, esattamente al 40% degli italiani che pagano effettivamente le tasse, tra i 100 e i 200 milioni di euro all’anno. Questi costi riguardano la manutenzione, le infrastrutture, i servizi e ovviamente l’acuirsi dei conflitti internazionali produrrebbe un aumento degli stessi stimato tra il 20% e il 30%, che ricadrebbero sul bilancio dello Stato italiano e sui soliti tartassati. Si tenga anche presente che calcolare la cifra esatta di questi gravami è assai complicato, perché negli anni si sono susseguiti accordi secondari, ulteriori stanziamenti, esenzioni. Si aggiunga che i reati commessi dai militari Usa nel corso delle loro attività ufficiali non ricadono sotto la giurisdizione dello Stato italiano; più complesso è il trattamento dei reati comuni.

Naturalmente la questione non può esser valutata solo da lato finanziario, ma si deve tenere conto anche degli aspetti geopolitici: l’occupazione dell’Europa ha garantito da un lato l’egemonia degli Usa nel mondo diviso in due blocchi e avvelenato dalla cosiddetta guerra fredda, che fuori dell’Europa è sempre stata assai calda, dall’altro ha impedito possibili cambiamenti di scenari politici nel vecchio continente (basti pensare a Gladio, la cui esistenza fu disvelata dal noto picconatore, tal Francesco Cossiga).

Come se tutto questo non bastasse, ora sappiamo che gli scalcinati 27 leader europei hanno trovato il modo di continuare a finanziare la guerra, senza utilizzare gli attivi russi, lanciando un prestito di 90 miliardi senza interessi per l’Ucraina, garantito dal bilancio pluriennale comunitario per il periodo 2026-2027. Già avevano rifornito il paese di Zelensky di 400 miliardi di euro. Si è raggiunto questo risultato grazie al fatto che gli oppositori, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, saranno esentati dalla partecipazione alla fornitura dei nuovi crediti di guerra. Tutti contenti, in particolare la Meloni, la quale ha detto che ha prevalso il buon senso o se vogliamo il cosiddetto senso comune, che certo non ha nulla a che fare con questa geniale decisione. Purtroppo anche in questo caso dobbiamo dare ragione al grande Voltaire, il quale sarcasticamente notava che il senso comune ha il difetto di non essere tanto comune e, di fatto, i suddetti leader sembrano esserne del tutto privi.

Come si può leggere in Adnkronos questa scelta è del tutto in linea con la prospettiva proposta da Mario Draghi con il suo rapporto: “introdurre obbligazioni sovrane comuni europee (gli Eurobond) per finanziare investimenti strategici e aumentare la competitività, strumenti per stimolare il mercato unico, ridurre i costi di finanziamento per gli Stati più indebitati e affrontare le sfide economiche europee”. E presenta anche il vantaggio, per questo certamente sarà utilizzato in futuro, di aver superato il meccanismo dell’unanimità previsto nel caso in cui si decide di attivare l’indebitamento collettivo dell’Ue, che l’Ucraina dovrebbe restituire senza interessi se e quando la Federazione russa pagherà le futurissime riparazioni di guerra. Aspettativa alquanto irrealistica. Qualcosa di molto simile ai tragici crediti di guerra, approvati dai vari partiti socialisti europei, che consistevano nell’emissione di titoli di debito pubblico per finanziare la Prima guerra mondiale e che sarebbero stati risarciti dai paesi sconfitti nel conflitto. Il PSI evitò di approvarli adottando la debole formula del né aderire né sabotare la partecipazione del nostro paese all’immane scontro bellico. Sarebbe opportuno chiederci se questa tragica decisione non sia stata il risultato della profonda trasformazione dei partiti socialdemocratici, che sostennero l’idea di un passaggio graduale e non violento tramite la rivoluzione al socialismo ottenuto grazie alla conquistata forza elettorale, e che, pertanto, costituisca uno dei fattori decisi che hanno provocato lo scoppio della guerra.

D’altra parte, bisogna assolutamente ricordare che sia la Prima Guerra mondiale (Piano Dawes 1924 elaborato per far pagare alla Germania le riparazioni) sia la Seconda (Prestito anglo-americano 1946, ideato per far pagare al Regno Unito il sostegno ricevuto dagli Usa durante la guerra) determinarono uno straordinario travaso di ricchezza (compreso l’oro britannico) dall’Europa agli Usa. Travaso, alimentato anche dal famoso Piano Marshall, che ha consentito agli Usa di trasformare gradualmente l’Europa, ma soprattutto la Germania, in una sorta di protettorato costellato di basi militari, e di diventare la prima potenza mondiale. Cambiato il contesto, qualcosa di simile sta avvenendo oggi: l’Ue comprerà con il nuovo prestito le armi prodotte nella potenza in declino, la quale spera di riemergere attraverso questa ed altre forme di vampirizzazione. Purtroppo la quantità di denaro prevista è del tutto insufficiente, come ha fatto capire lo stesso Zelensky, dato che la guerra costa all’Ucraina circa 330 milioni di dollari al giorno e 10 miliardi di dollari al mese, totalmente a carico dei suoi spericolati alleati europei, mentre sembra che gli Usa continueranno a fornire all’Ucraina il supporto di intelligence, assai utile anche per realizzare attentati terroristici, come si sta puntualmente verificando. Se le cifre riportate sono esatte i 90 miliardi euro coprirebbero solo le spese belliche di 9 mesi. E poi cosa si inventeranno per continuare a indispettire e provocare la Russia, che non sembra disposta ad accettare le finte proposte di pace?

La maggior parte degli analisti, diciamo alternativi, si interroga sul comportamento a prima vista insensato, se non folle, dei leader europei, che ci stanno conducendo dritti dritti verso l’abisso della guerra, la quale non potrà essere che nucleare con la conseguente estinsione dell’umanità.

Su questo tema si interroga anche RT, il mezzo di comunicazione russo proibito nei paesi occidentali, ma che non mi pare faccia pura propaganda. L’articolo, cui mi riferisco, ricorda le parola pronunciate da alcuni uomini politici europei a proposito di un probabile attacco russo contro la indifesa e impreparata Europa. Per esempio, Boris Pistorius, ministro della difesa tedesco, ha recentemente dichiarato che già nel 2028 i russi potrebbero aggredire un paese della NATO. Sulla stessa linea si è espreso il presidente della Finlandia, Alexander Stubb, il quale ha osservato che le garanzie alla sicurezza dell’Ucraina implicano l’eventuale partecipazione dell’Europa ad una guerra contro il paese euro-asiatico.

L’immancabile presidente francese, Emmanuel Macron, detto anche le Petit Roi, ha affermato che l’Europa deve difendersi dalla guerra ibrida scatenata dalla Russia, facendo intendere che “noi europei non siamo deboli”. Bisogna citare anche il megalomane Mark Rutte, segretario generale della NATO, il quale ha dichiarato che l’Europa deve rafforzarsi e  sviluppare “una mentalità militare”. A suo parere, altrimenti, ci toccherà imparare il russo (lingua sempre utile) o emigrare in Nuova Zelanda, dimenticando che i russi potrebbero arrivare anche laggiù. Con tono drammatico ha aggiunto successivamente: “Finita la guerra, saremo i prossimi obiettivi della Russia, i cui missili in pochi minuti potranno raggiungere le capitali europee” (ed è vero). “La guerra che ci aspetta sarà simile a quella che hanno affrontato i nostri nonni e bisnonni”. Ed è proprio per questo che i comuni cittadini non la vogliono.

Risparmio agli eventuali lettori l’elenco dei vari propositi europei di sviluppare un’efficace difesa antirussa, come per esempio il progetto di costruire un missile da crocera a raggio di 1.000-2.000 km, la reintroduzione del servizio militare obbligatorio e/o volontario, la costruzione di un muro di droni e il piano di riarmo e il già menzionato prestito per continuare ad armare l’Ucraina, la cui élite ha speso gran parte del denaro ricevuto in tutt’altre faccende. Sarebbero da ricordare anche le varie esercitazioni NATO fatte a ridosso della Russia e l’ipotesi che in Germania confluiranno 800.000 soldati da dispiegarsi sul fianco orientale dell’Ue, oltre alla nuova base Usa in Romania.

In questo contesto bellicistico sembra che l’impiego delle armi nucleari non costituisca più un problema: la Germania potrebbe porsi sotto la protezione nucleare della Francia e del Regno Unito, la Polonia pianifica l’acquisizione di questi terribili dispositivi bellici.

Ma, se come abbiamo detto, di fatto la Russia non ha nessuna intenzione di espandersi nell’appendice dell’Eurasia, sostanzialmente priva di qualsiasi risorsa importante, come del resto ha più volte ha ribadito il presidente Putin, perché i leader europei sono presi da questo delirio bellicista? Evidententemente contro ogni evidenzia fattuale danno per scontato che loro vinceranno la guerra e che voraci si potranno ingoiare le ricchezze russe, continuando il processo di espansione infinito di un imperialismo sempre più insaziabile. Nel caso contrario, ci chiediamo cosa ci farebbe la Russia con un territorio distrutto dalla guerra e come lo potrebbe controllare?

Siamo del tutto d’accordo con chi considera delirante il comportamento dei boss europei, ma molti si dimenticano che la follia ha una sua logica, una sua razionalità. Alcuni politologi russi come il direttore del programma del Club di Dibattito Internazionale Valdái, Timoféi Bordachiov, ritiene che l’enfasi sulla minaccia russa opera come mezzo di distrazione della popolazione europea dai veri problemi economici, insolubili in questo contesto, che ridurrano quest’ultima in condizioni di povertà dovute alle scelte politiche delle sue stesse non amate élite. Deresponsabilizzandosi e scaricando la gravità dei problemi incombenti sulla millantata aggressività russa, sperano di spaventare l’elettorato, con l’obiettivo di mantenerne il controllo. Fenomeno già segnalato dallo storico olandese Kees van der Pijil con il suo libro States of Emergency: Keeping the Global Population in Check (2022), nel quale sostiene che lo Stato di emergenza con le sue misure antidemocratiche e di controllo, imposte con la passata pandemia, è molto utile per mantenere sottomessi coloro che potrebbero ribellarsi alla iniqua condizione loro imposta.

Citando il Financial Times, un altro esperto russo Iván Kuzmín, studioso del complesso militare industriale europeo, fa notare che in Europa le fabbriche di armi hanno incrementato tre volte la produzione di armi, e che si è fatta questa scelta non a corto termine per aumentare i posti di lavoro e rilanciare la crescita economica.

Considero valide queste spiegazioni, ma insufficienti. Infatti, bisogna tenere presente che la Germania ha sempre guardato sin dal Medioevo ad oriente e che, grazie all’espansione in questa direzione della Ue e della NATO, le sue imprese hanno avuto a disposizione manodopera a basso costo. Se potesse anche inglobare l’Ucraina, formalmente nella Ue, avrebbe a disposizione le sue materie prime e i suoi ricchi terreni, ponendosi, tuttavia, sempre più in contrapposizione con l’imperialismo Usa, che ha i suoi piani di sfruttamento e di accordi economici con la Russia, il cui ruolo antagonistico è stato ridimensionato nel recente documento sulla Sicurezza nazionale.

Un altro aspetto da tenere presente è il fatto che questi leader non hanno nessun legame con i loro paesi, fanno parte di una classe transnazionale, notevolmente rafforzatasi negli ultimi decenni, e che sono strettamente legati ad una frazione dell’imperialismo americano, il quale per esempio, attraverso la stranota società Black Rock, proprietaria di gran parte delle azioni quotate nella borsa di Milano, oltre a gestire una parte significativa del risparmio italiano, ha un ruolo derminante in tutti i settori industriali, finanziari, commerciali del nostro paese. Pertanto, da una posizione di forza può imporre alle Istituzioni politiche leggi per lei vantaggiose.

Condivido pienamente l’opinione espressa da Paolo Ferrero in un suo recente video, nel quale analizza nel dettaglio il conflitto tra le due destre attualmente dominanti, distinguendo tra il capitalismo finanziario deterretorializzato ed iperliberista, costituito dalla citata classe euroatlantica stanziata a Wall Street, e un capitalismo fascistoide ben incarnato da Trump, per varie ragioni tra cui anche quelle elettorali, legato al territorio e al progetto del Make America Great Again, fondato sul sogno irrealizzabile della reindustralizzazione del grande paese in declino e su una politica contraddittoria verso Russia e Cina. Se da un lato il primo paventa la continuazione della guerra in Ucraina e lo smembramento della Federazione russa (Callas), il secondo vorrebbe stabilire proficui rapporti commerciali con quest’ultima per fare incetta di quanto è necessario al suo rilancio.  Secondo Politico, tuttavia, Trump insiste nella politica di “ambiguità strategica” verso la Cina, nonostante le tante accuse e minacce, la cui forza è insignificante date le carte a disposizione del grande paese asiatico: il controllo dei materiali critici, la sospensione dell’aquisto dei prodotti agricoli (la soia) e il blocco dell’esportazione dei prodotti farmaceutici.

Entrambi gli schieramenti non mostrano ovviamente la minima preoccupazione per il genocidio dei palestinesi e -come giustamente sottolinea Ferrero- non sono nettamente divisi tra loro, come evidenzia la partecipazione degli uomini più ricchi del mondo alla pacchiana cerimonia di insediamento di Trump. In particolare, sono accomunati dalla volontà di ricolonizzare il mondo, non sono alieni dall’interventismo militare (in Ucraina Trump vuole una tregua non la pace), nella sostanza hanno privatizzato le funzioni più importanti degli Stati, privando i suoi esponenti di fondamentali diritti di decisione e della loro ormai sbiadita funzione rappresentativa. Tuttavia, questi ultimi tentano di mantenere le loro prerogative, propagandando politiche nazionalistiche e populistiche a difesa di una supposta identità etnica e culturale, ma sono costretti a continui compromessi per difendere quel che resta del capitale e delle industrie nazionali, le quali sono del resto la base dell’”economia reale”. In realtà, non assistiamo a un conflitto tra dimensione transnazionale e dimensione nazionale, perché i membri di entrambe si trovano incastrati in un medesimo sistema costituito da un groviglio di contrasti, di patteggiamenti e di concessioni reciproche.

 

contromaelstrom.com/2012/10/27/il-tradimento-della-socialdemocrazia/

https://www.e-storia.it/Public/e-Storia-Anno-III-Numero-3-novembre-2013-Articolo-4.pdf https://altreconomia.it/prima-regola-arricchire-i-ricchi-cresce-il-peso-delle-partecipazioni-di-blackrock-in-italia/#:~:text=BlackRock%20ha%20il%205%2C12,%2C%20il%203%2C7%25%20inhttps://miniszterelnok.hu/en/european-leaders-want-to-go-to-war/

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Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.

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