Le Nazioni Unite a un bivio
di Rania Hammad e Tawfiq Al-Ghussein
Le Nazioni Unite nacquero dalle macerie della Seconda guerra mondiale con una promessa ambiziosa e necessaria: sostituire la legge della forza con la forza del diritto. La Carta delle Nazioni Unite sancì l’uguaglianza sovrana degli Stati, il divieto dell’uso della forza e l’aspirazione a un sistema di sicurezza collettiva fondato su norme universali. Tuttavia, fin dalla loro architettura originaria, esse incorporarono una tensione irrisolta. Il potere di veto attribuito ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza introdusse una gerarchia politica all’interno di un sistema che proclamava l’eguaglianza giuridica.
Quella che doveva rappresentare una concessione pragmatica alle grandi potenze si è trasformata nel tempo in un meccanismo di applicazione selettiva del diritto. Ne è derivato un ordine duale, nel quale le norme restano formalmente universali, ma la loro applicazione è condizionata dall’allineamento geopolitico. Le Nazioni Unite non furono concepite come un’autorità sovranazionale, bensì come un’organizzazione internazionale fondata sul rispetto della sovranità degli Stati membri, chiamati a cooperare su base giuridica universale per il mantenimento della pace e il rafforzamento dell’ordine normativo internazionale. Il sistema di veto nel Consiglio di Sicurezza rappresenta però l’espressione più evidente dell’accettazione della forza politica quale fondamento ultimo dell’ordine internazionale. Si è così istituzionalizzata una gerarchia geopolitica nel cuore di un organismo retoricamente impegnato nell’uguaglianza sovrana e nel multilateralismo fondato sulla diplomazia e sul dialogo.
L’ONU ha costantemente oscillato tra aspirazione normativa e interessi politici. Questa contraddizione strutturale è divenuta progressivamente più visibile, soprattutto laddove il doppio standard si è manifestato in modo sistemico. La frattura tra norma e prassi non ha soltanto evidenziato i limiti dell’organizzazione, ma ha contribuito alla progressiva erosione dell’autorevolezza del diritto internazionale stesso. Si tratta di una dinamica che incide sulla stabilità dell’ordine mondiale.
Tale tensione è particolarmente evidente nel caso di Israele e della Palestina, ossia del territorio palestinese occupato.
Per decenni Israele è stato oggetto di un corpus significativo di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale relative all’occupazione, all’annessione, agli insediamenti, allo status di Gerusalemme e ai diritti dei rifugiati palestinesi. Il quadro normativo è coerente e reiterato nel tempo. Non vi è ambiguità giuridica. Ciò che manca è l’applicazione.
Nel 1947 l’ONU fu chiamata a decidere se e come dividere la Palestina, allora amministrata dal Regno Unito sotto il Mandato britannico. La proposta di partizione prevedeva la divisione del territorio tra la comunità ebraica, cresciuta anche a seguito dell’antisemitismo europeo e delle politiche legate alla Dichiarazione Balfour del 1917, e la popolazione arabo-palestinese autoctona, che vide la propria patria suddivisa mediante una risoluzione dell’Assemblea Generale.
La Risoluzione 181 assegnava alla comunità ebraica, allora circa 600.000 persone, il 55 per cento del territorio, mentre alla popolazione palestinese, superiore a 1,3 milioni di abitanti, veniva attribuito il 43 per cento. Betlemme e Gerusalemme sarebbero state poste sotto regime internazionale. La proposta fu percepita da larga parte della popolazione palestinese come ingiusta e priva di legittimità politica, e venne respinta. È significativo che tale trasformazione sia stata avviata da una risoluzione dell’Assemblea Generale, priva della medesima forza vincolante delle decisioni del Consiglio di Sicurezza.
Nel tempo si sono susseguite numerose risoluzioni. La Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza richiedeva il ritiro dai territori occupati nel 1967. La Risoluzione 338 riaffermava tale quadro e sollecitava negoziati finalizzati a una pace giusta e duratura. La Risoluzione 465 stabiliva che gli insediamenti israeliani non hanno validità giuridica e costituiscono un grave ostacolo alla pace. La Risoluzione 478 su Gerusalemme invitava gli Stati membri a ritirare le proprie missioni diplomatiche dalla città. La Risoluzione 2334 riaffermava che l’attività di insediamento nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, non ha validità giuridica e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale.
Parallelamente, la Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale affermava il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. I pareri consultivi della Corte Internazionale di Giustizia hanno affrontato l’illegalità del muro di separazione e chiarito gli obblighi degli Stati terzi di non riconoscere né assistere situazioni illecite. Il 19 luglio 2024 la Corte ha emesso un ulteriore parere consultivo affermando che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è contraria al diritto internazionale. Pur non essendo formalmente vincolante, tale parere possiede un’elevata autorità giuridica e morale, delineando una base normativa per azioni volte a porre fine alle violazioni e all’occupazione militare, riconoscendo i diritti inalienabili del popolo palestinese. Il 18 settembre 2024 l’Assemblea Generale ha approvato una risoluzione, con 124 voti favorevoli e 14 contrari, dichiarando illegale l’occupazione e richiedendo il ritiro e lo smantellamento degli insediamenti.
Il genocidio a Gaza, insieme alla violenza e all’estensione delle confische e delle annessioni in Cisgiordania, ha ulteriormente esposto la crisi di credibilità dell’ONU. Diversi esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani hanno indicato che la soglia del genocidio potrebbe risultare raggiunta sulla base di modelli di condotta, dichiarazioni ufficiali e ampiezza della distruzione inflitta alla popolazione civile. Le reazioni istituzionali si sono spesso concentrate non sulla valutazione giuridica delle conclusioni, bensì sulla delegittimazione dei relatori attraverso accuse, incluse imputazioni di antisemitismo.
L’antisemitismo è una forma reale e grave di razzismo e deve essere contrastato senza ambiguità. Tuttavia, quando tale accusa viene impiegata per neutralizzare analisi giuridiche relative a occupazione, apartheid o genocidio, si rischia di trasformare uno strumento di tutela contro l’odio in un dispositivo politico di silenziamento.
Contestualmente, pressioni sono state esercitate nei confronti della Corte Penale Internazionale e di altri meccanismi giudiziari internazionali che hanno avviato indagini relative alla situazione palestinese. La prospettiva che l’azione giudiziaria possa generare ritorsioni economiche o politiche da parte di membri permanenti del Consiglio di Sicurezza incide profondamente sulla percezione dell’indipendenza del diritto internazionale.
La questione non riguarda soltanto il conflitto israelo-palestinese, ma la tenuta complessiva dell’ordine multilaterale. Le istituzioni traggono legittimità non solo dai loro testi fondativi, ma dalla loro efficacia percepita. Quando le risoluzioni vengono ignorate senza conseguenze e quando le decisioni giudiziarie provocano ritorsioni anziché conformità, l’autorità dell’organizzazione si erode progressivamente.
Se le violazioni persistono senza conseguenze, altri attori osserveranno e trarranno conclusioni. La deterrenza si indebolisce, le alleanze sostituiscono la legalità e i blocchi regionali prendono il posto dei meccanismi universali. La formazione di coalizioni alternative rischia di ridurre l’ONU a un foro simbolico piuttosto che a un garante operativo dell’ordine internazionale.
Senza una ricalibrazione che riaffermi il principio secondo cui nessuno Stato è al di sopra della legge, la promessa di norme universali rischia di svuotarsi di contenuto. La questione israelo-palestinese è divenuta una prova decisiva della capacità dell’ordine giuridico internazionale di mantenere effettività o di regredire. Le Nazioni Unite si trovano dunque a un bivio: o riaffermano la coerenza tra norma e applicazione, oppure rischiano una progressiva marginalizzazione. La loro sopravvivenza come istituzione centrale dell’ordine internazionale dipenderà dalla capacità di colmare la distanza tra principio e prassi.
Per questo il rispetto dei diritti del popolo palestinese non è soltanto una questione regionale, ma un test strutturale per la credibilità dell’intero sistema multilaterale. Se la distanza tra diritto proclamato e diritto applicato continuerà ad ampliarsi, l’istituzione nata per impedire il ritorno del dominio della forza rischierà di assistere, quasi in silenzio, alla sua riaffermazione.
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Tawfiq Al-Ghussein ha conseguito un BSFS (Bachelor of Science in Foreign Service) presso la School of Foreign Service della Georgetown University, con specializzazione in economia internazionale, e un Master presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. È scrittore e ricercatore specializzato in geopolitica, diritto internazionale ed economia politica.
Rania Hammad ha studiato Scienze politiche presso l’American University of Rome e ha conseguito un Master in Relazioni internazionali presso l’Università del Kent, Canterbury. È membro del Global Network for the Question of Palestine e autrice di “Palestina nel cuore”, “Vita tua vita mea” e “Ritorno a Gaza”.

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