La morale al contrario della nuova guerra a Persia e Levante
Parole che restano e scritti che volano...
di Michelangelo Severgini
In questi ultimi giorni siamo andati vicini alla fine del mondo. Abbiamo sentito il presidente statunitense minacciare una civiltà di sterminio, di genocidio. Molti a Gaza ci hanno creduto e ci credono. “Se l’hanno fatto a noi, lo possono fare anche con l’Iran”.
Poi si è fermato tutto. L’Apocalisse è stata rinviata. Fare la conta di chi ha perso di più in questa guerra è impossibile al momento, è prematuro. Anche perché la guerra è in corso. I negoziati a Islamabad sono in corso.
Comunque vada non è vero che le parole volano, come dicevano i Latini. Qualche volta le parole restano. Come quelle pronunciate da Trump: “Stasera un'intera civiltà scomparirà per sempre. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà”.
La mattina dello scorso lunedì 6 aprile è avvenuta una strage a Gaza, nella località di Al Maghazi. Una delle tante stragi. Che ha lasciato sul campo 10 morti e 44 feriti, come riportato dal Mistero della Salute di Gaza.
Ma questa non è una strage come le altre, perché arriva al termine di un tentativo di incursione in una zona residenziale da parte di una delle bande palestinesi sostenute da Israele, in questo caso le “Forze popolari contro il terrorismo”.
Come sappiamo, l’intera popolazione di Gaza oggi risiede in un 43% di territorio, controllato da Hamas. La restante parte del territorio di Gaza è sotto il controllo delle forze israeliane e in questa parte vivono, prosperano, si addestrano le bande collaborazioniste.
L’obiettivo disperato di Israele è quello di “snidare” Hamas, separandola dai civili. Obiettivo nonsense, perché Hamas e la Resistenza sono emanazione del popolo di Gaza e pertanto inscindibili.
Se proprio qualcuno avesse bisogno della conferma, questo tragico episodio è venuto in soccorso. Il conflitto a fuoco scaturito dall’incursione fino al ritiro del commando è durato circa un’ora e mezza, durante la quale Israele ha preso parte attivamente bombardando l’area.
Tuttavia, quando il commando ha preso in ostaggio una famiglia di civili per sequestrarne la casa ed usarla come postazione d’attacco, subito è stato lanciato l’allarme e una folla di persone si è radunata per respingere l’attacco e soprattutto per convincere con le parole, da palestinese a palestinese, il commando a ritirarsi. Alla fine, così è stato.
Questo dev’essere un punto segreto dell’accordo di Trump sul cessate il fuoco. In effetti non sta scritto che Israele possa usare milizie proxy per attaccare Hamas. Anzi, Israele doveva ritirarsi.
Questi tempi sono davvero strani, ci sono parole che restano e documenti scritti che pesano meno dell’aria. E volano via.
Milizie proxy e tiro al bersaglio su civili sono i metodi che Israele sta utilizzando per venire a capo della Resistenza palestinese a Gaza. Poi viene la carestia, che punisce il popolo perché dà protezione alla Resistenza.
Negli ultimi giorni, Nikolay Maldenov, direttore generale del Board of Peace per Gaza, ha lanciato un ultimatum ad Hamas, lo ha riportato lunedì il New York Times. Forse l’attacco al campo di Al Maghazi era sincronizzato con questo ultimatum.
Hamas è tenuto a dare risposta entro una settimana. Così, all’improvviso.
Il piano è in 5 punti, ma a Gaza tutti credono si fermerà al primo punto e buona notte: “Hamas cede il controllo amministrativo della Striscia all’NCAG (National Committee for the Administration of Gaza) e comincia la riconsegna delle armi”.
Giusto per la cronaca, il punto finale, il punto 5, prevede il ritiro di Israele dalla Striscia. Cosa che, se stiamo a guardare la carta scritta, appunto, non avverrà mai.
Hamas ha fatto sapere che non accetta queso piano, “sotto nessuna circostanza”. La riflessione di Hamas è chiara: il ritiro israeliano, lo schieramento di forze di stabilizzazione e la costituzione di una forza di polizia devono precedere qualsiasi misura di disarmo, avvertendo che qualsiasi alternativa rischia di creare un grave vuoto di sicurezza. Israele, al contrario, sostiene che non si ritirerà da Gaza a meno che Hamas non venga prima disarmato.
E qui siamo ritornati ancora una volta al punto di partenza, come in un macabro gioco dell’oca.
Hamas ha fatto sapere che consegnerà le proprie armi solo allo Stato di Palestina. Ecco, questo sarebbe un modo concreto per uscire dal circolo vizioso e ripetitivo.
La guerra all’Iran vista da Gaza è una riedizione 40 volte più grande di quanto successo in questi ultimi due anni e mezzo nella Striscia.
Operazioni di terra abortite o ritirate e bombardamento a tappeto, su qualsiasi cosa si muova. Eliminazione dei vertici politici e militari, carestia per la popolazione e pia illusione che il popolo in ginocchio si arrenda.
Ma la Convenzione di Ginevra? Ah, già.
La Forza della Legge che prevale sulla Legge della Forza.
Ah, sì. L’avevamo già sentita da qualche parte, questa frase.
Niente di tutto ciò. Parole che restano e scritti che volano.
Questa è la morale della favola.
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Il testo è tratto dalla puntata 32 di Radio Gaza.
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