La III° Guerra mondiale è già iniziata. Ve ne eravate accorti?

La III° Guerra mondiale è già iniziata. Ve ne eravate accorti?

Riceviamo e pubblichiamo, come anticipazione, questo articolo inviatoci dalla redazione di "Cumpanis"

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di Alessandro Belfiore, No Guerra No Nato e Direttivo Nazionale Associazione Politico-Culturale "Cumpanis" 

Sui fatti avvenuti e in corso in Kazakistan alla luce della situazione internazionale che vedono gli USA, la NATO e la UE protese allo scontro politico, economico e militare contro la Russia, la Cina  e altri Paesi che non intendono allinearsi e sottomettersi ai loro diktat. Che fare noi in Italia, noi in Europa, noi nel Mondo? 
Attraverso la “rivoluzione colorata” scoppiata in Kazakistan, USA e NATO tentano di imporre, anche in questa area strategica del mondo, un nuovo governo fantoccio, che risponda saldamente agli interessi occidentali e costituisca l’ennesimo avamposto volto all’accerchiamento militare, economico, politico di Russia e Cina.

Sin dall’inizio, c’erano molte cose strane nelle proteste kazake. Il motivo – l’aumento dei prezzi del gas e gpl e una contemporanea impennata dei consumi energetici dovuti anche al fatto che il Paese è diventato negli ultimi mesi una “fabbrica” di criptovalute (bitcoin, ecc.) favorita dai costi elettrici vantaggiosi derivati in gran parte dalle centrali a carbone. Questa sarebbe stata la molla che ha creato un reale malcontento nella popolazione, ma altrettanto velocemente i prezzi sono scesi tornando quasi ai valori di partenza, nonostante tutto i disordini si sono intensificati e sono degenerati causando almeno 160 morti. Colpisce anche l’incredibile velocità con cui si sono svolti gli eventi. In termini di ritmo e crudeltà, ciò che stava accadendo non assomigliava affatto a un’attività di protesta, ma a un tentativo di colpo di stato armato con omicidi delle forze di sicurezza, incendio di edifici pubblici, auto e mezzi pubblici in fiamme. Ci sono stati scontri armati ad Almaty, la città più grande del Paese, dove i manifestanti hanno preso il controllo dell’aeroporto. Dove si sono mai visti “manifestanti pacifici” che sparano professionalmente contro i militari e si impossessano del principale aeroporto del Paese?

Per i mandanti esterni del colpo di stato, ovvero i Paesi del blocco Atlantico con a capo gli USA, sembra che i loro interessi siano stati portati avanti dall’oligarca kazako Mukhtar Ablyazov attualmente latitante. In ogni caso, in una intervista a Reuters, questi si è definito il leader delle proteste. I suoi critici sostengono che è strettamente associato ai criminali kazaki e da molti anni le forze dell’ordine di diversi paesi gli stanno dando la caccia. Processi infiniti, arresti, detenzioni, sparizioni misteriose, richieste di estradizione, milioni di scomparsi…  Ablyazov è finito prima di tutto a Londra, capitale della “democrazia”. Nonostante tutte le richieste di estradizione, egli è stato registrato come “rifugiato”. Nel 2017, il Financial Times ha pubblicato un’interessante indagine sulla vita di Ablyazov all’estero, dove c’è di tutto, compresi i suoi stretti legami con i Servizi speciali americani e britannici, allo stesso tempo, non è stato privato del suo status di “rifugiato”. Ablyazov ovviamente per l’Occidente, ma soprattutto per USA e GB, è un prigioniero politico.

Proprio in questo mese di gennaio 2022, questo talento criminale è finito a Kiev e si è dichiarato il leader della protesta e ha iniziato a fare da regista degli eventi in corso in Kazakistan. Parallelamente, centinaia di ONG occidentali, che già da tempo avevano messo radici nel Paese, molte delle quali capitanate dall’immancabile Soros, stavano lavorando sul campo, dalla Croce Rossa al famigerato USAID con i loro budget infiniti e interi eserciti di volontari, pagati naturalmente. 

Così, nel 2020 si è saputo che il Dipartimento di Stato americano avrebbe sviluppato “angoli americani” in Kazakistan. È stato annunciato un piano per stanziare circa tre dozzine di sovvenzioni che vanno da 2,5 mila a 50.000 dollari ciascuna per lo sviluppo di questi luoghi. Gli “angoli americani” sono stati chiamati centri culturali ed educativi nella repubblica, dove dovrebbero essere sviluppati “programmi educativi su imprenditorialità, economia, alfabetizzazione mediatica, patrimonio culturale, innovazione, clima e altre questioni”. Quasi tutte le città chiave del Kazakistan sono state designate come luogo di spiegamento dei programmi. I giornalisti kazaki hanno immediatamente riconosciuto che una delle priorità era coltivare e rafforzare il sentimento anti-russo, qualcosa del tipo “sono stati i russi ad organizzare un genocidio con carestia, e ucciso 3,5 milioni di kazaki”.

Come se tutto questo non bastasse, anche l'ex primo ministro ed ex capo del controspionaggio kazako, Karim Masimov, è stato arrestato con l'accusa di alto tradimento; un fermo che pesa, è la prima volta di un ex alto funzionario di Stato, una mossa tesa a suggerire che ci sia una regia dei servizi kazaki, o di una parte di essi, per conto terzi, dietro le rivolte.

Nonostante quanto sopra detto, i media occidentali sono usciti con titoli in prima pagina come “Sotto il pretesto della rivolta, Putin orchestra l’espansione in Kazakistan” (The New York Times).

“Vladimir Putin invia truppe in Kazakistan per reprimere le proteste scoppiate per l’aumento del prezzo del gas” (British Daily Mail).

Il “Washington Post” scrive apertamente di “l’invasione di Putin del Kazakistan” e prevede un triste futuro per l’Ucraina, con l’inizio di “un nuovo focolaio di brutale nazionalismo, militarismo e povertà apparirà nel ventre della Russia”, e pertanto presto (in Ucraina) vi sarà sicuramente stabilita una base militare americana. Altro aspetto inquietante e contraddittorio (ma non è un segreto) è che, due terzi dell’industria petrolifera locale appartengano a società occidentali. Ma all’Occidente atlantico, tutto questo non basta, esso vuole strappare totalmente dall’influenza di Russia e Cina tutta l’area centro-asiatica, per avere il controllo totale delle sue materie prime (petrolio, gas, terre rare, minerali, uranio) e soprattutto bloccare il progetto cinese della “nuova via della seta”, di cui quell’area è uno snodo fondamentale.

Putin in una sessione straordinaria del Consiglio di sicurezza collettiva della CSTO, ha detto:
“Comprendiamo che la minaccia allo stato kazako non è stata causata da azioni di protesta spontanee sui prezzi del carburante, ma dal fatto che forze distruttive interne ed esterne hanno approfittato della situazione”, ha affermato il leader russo. “Quelle persone che hanno protestato per la situazione sul mercato del gas sono un popolo mosso dagli stessi obiettivi, ma coloro che hanno preso le armi e hanno attaccato lo Stato sono persone completamente diverse e hanno obiettivi diversi”.

Il presidente della Federazione Russa ha dichiarato di essere pienamente d'accordo con la valutazione del presidente del Kazakistan, Kassym-Zhomart Tokaev, secondo cui la repubblica è stata oggetto di un atto di aggressione. 

“Dopo aver svolto le proprie funzioni, ovviamente, l'intero contingente sarà ritirato dal territorio del Kazakistan”, ha aggiunto il leader russo. Allo stesso tempo, Putin ha sottolineato che l'operazione di mantenimento della pace della CSTO in Kazakistan è stata estremamente tempestiva e legittima. “Siamo riusciti a portare a termine il pieno dispiegamento del contingente in un tempo abbastanza breve. 

Consideriamo le nostre azioni congiunte un'azione estremamente tempestiva e, ovviamente, assolutamente legittima", ha sottolineato il leader russo ed ha sottolineato come le unità della CSTO sono dislocate in Kazakistan sulla base di una richiesta ufficiale della dirigenza della repubblica e nel pieno rispetto dell’articolo 4 del Trattato fondamentale sulla sicurezza collettiva del 1992, che prevede che in caso di aggressione contro uno qualsiasi degli stati partecipanti, tutti gli altri paesi forniscano supporto ed assistenza necessari, compresi quelli militari. 

Una delle cause principali per soddisfare la richiesta delle autorità kazake di assistenza è stato l’appello del presidente della Repubblica del Kazakistan Kassym-Jomart Tokaev al fatto che il nucleo delle forze antigovernative sono in realtà terroristi internazionali. Il Ministero degli Esteri russo ha inoltre valutato gli eventi in Kazakistan come ispirati dall’esterno.

“Sono sicuro che con sforzi congiunti in un futuro molto prossimo la situazione nell'intero paese sarà finalmente presa sotto controllo e stabilizzata, e la pace e la tranquillità torneranno finalmente in terra kazaka”, ha detto Putin.

Secondo il leader russo, è importante che “i tragici eventi che il Kazakistan sta vivendo oggi non ci colgano di sorpresa d'ora in poi, così da essere pienamente mobilitati e pronti a respingere qualsiasi provocazione”.

Da punto di vista statunitense invece, il Segretario di Stato USA Blinken, intervistato dalla CNN ha detto che “le autorità del Kazakistan dovrebbero essere in grado di affrontare pacificamente le sfide…”!!! Dichiarazione che ribalta completamente i dati di fatto. Come possa dire “pacificamente le sfide” il segretario di stato Usa rivolto alle autorità kazake, quando invece i kazaki hanno chiarito quali sfide reali e totalmente minacciose, hanno dovuto affrontare, come ha detto il  ministro dell'interno Yerlan Turgumbayev: “I partecipanti alle rivolte in tutto il Kazakistan hanno agito in modo altamente organizzato, dimostrando un livello di abilità e di capacità professionali e disciplina, hanno usato le radio per coordinare le loro azioni”.

Turgumbayev ha osservato che nella città di Almaty, l'ex capitale e uno degli epicentri della violenza, i rivoltosi hanno goduto della superiorità numerica rispetto alle forze dell'ordine, ed erano meglio armati, nelle violenze che hanno avuto luogo il 5 gennaio. “Grandi gruppi di manifestanti in diverse parti della città hanno attaccato le squadre di pattuglia. Hanno preso il controllo di sette negozi di armi e sequestrato armi e munizioni. Hanno sequestrato i trasporti pubblici e i veicoli comunali e li hanno usati per speronare squadre di forze dell'ordine. Hanno lanciato miscele incendiarie fatte in casa e sparato con pistole contro la polizia. Hanno bruciato veicoli di servizio, comprese le autopompe”, ha aggiunto Turgumbayev. 

I rivoltosi hanno anche impedito alle ambulanze di entrare nella zona di conflitto ed evacuare i feriti, secondo il funzionario.

Il 5 gennaio, ha detto Turgumbayev, un gruppo altamente organizzato di circa 20.000 persone si è concentrato nel centro di Almaty nel tentativo di prendere il controllo dell'edificio dell'amministrazione cittadina. “Erano meglio armati e organizzati [rispetto alle forze dell'ordine]. Grazie al loro significativo vantaggio numerico, sono riusciti a sfondare diverse linee di difesa e penetrare nell'edificio. Sotto l'assalto della grande folla, la polizia è stata costretta a ritirarsi per evitare vittime accidentali”. 

Turgumbayev ha detto che durante il corso del caos, la polizia e i cadetti militari di stanza nella zona hanno subìto percosse e umiliazioni e sono stati spogliati delle loro attrezzature e uniformi speciali, e l'edificio dell'amministrazione stessa ha dato fuoco. Si diceva quindi che i rivoltosi usassero queste uniformi per commettere atti illegali.

Il ministro ha anche sottolineato i tentativi falliti da parte dei rivoltosi il 6 e il 7 gennaio nelle città di Taras e Taldykorgan di prendere il controllo delle carceri e gli attacchi alle stazioni di polizia e agli avamposti militari ad Almaty e in altre città nel tentativo di prendere il controllo di depositi di armi e attrezzature militari, abbiamo visto l’intimidazione della popolazione e delle forze dell’ordine col metodo del taglio della testa, metodi che usano i terroristi della jihad in Siria o in Iraq o i talebani in Afghanistan (dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, si è liberata una quantità ingente di combattenti provenienti dall’Asia centrale di uiguri, tagiki, uzbeki, kazaki), islamisti ben istruiti e con esperienza, che ora sono stati impiegati in Kazakistan per destabilizzare il paese.

Tutto questo e molto altro ancora dimostra, ancora una volta, che quello che è andato in scena in Kazakistan in questi giorni non è altro che un nuovo tentativo di colpo di Stato ammantato da “rivoluzione colorata” con regia statunitense e atlantica.

C’è però un’altra versione dei fatti:

La giornalista Marinella Mondaini esperta conoscitrice della Russia e delle questioni internazionali, riporta anche un’altra versione, un altro punto di vista sui fatti e cioè: 

«Secondo alcuni esperti, questa sarebbe una versione dei fatti cospirologica, perché “non si è trattato di una rivoluzione colorata come in Ucraina o Bielorussia, non si conoscono leader kazaki, non si conoscono i loro slogan”.
Sono arrivate sulla stampa russa, RT, le dichiarazioni del consigliere dell’ex presidente Nazarbaev, Ermukhamet Ertysbaev, sulle cause dei disordini nel Kazakhstan. 

Ertysbaev le ha definite “un tentativo di colpo di Stato impressionante per la sua portata”, poi ha parlato di traditori interni: “un’organizzazione talmente potente che senza traditori dentro ai massimi livelli del potere, in particolare le forze dell’ordine, non si sarebbe potuta realizzare. Nelle montagne era stata messa in piedi una moltitudine di campi di addestramento, di cui però hanno taciuto. Inoltre posseggo un’informazione certa, 40 minuti prima che i terroristi prendessero possesso molto facilmente dell’aeroporto, era stato dato l’ordine di togliere il cordone di sicurezza”. Secondo il consigliere dell’ex presidente Nazarbarv, lo scopo dei partecipanti alla congiura era la destituzione dal potere dell’attuale presidente Tokaev.


La versione, secondo cui le proteste sarebbero state organizzate per porre fine al doppio potere, cioè alla lotta fra i due presidenti del paese, Tokaev e l’ex Nazarbaev che ricopriva la carica di presidente del Consiglio di Sicurezza, è circolata infatti da subito. E la dicotomia del potere adesso è davvero finita.  Alcuni esperti ritengono che il tentativo del colpo di Stato sia stato ispirato proprio dai più alti vertici dello Stato che intendono così risolvere i propri problemi personali per conto del malcontento e della protesta maturata da tempo fra il popolo.


Nazarbaev durante i suoi lunghi 29 anni di potere, ha fatto terra bruciata del campo politico, ha distrutto il Partito Comunista kazako, l’ha messo fuori legge e il partito comunista nel parlamento è solo un fantoccio che ha pure cambiato nome. I piccoli partiti di sinistra sono insignificanti. Ora Nazarbaev è caduto dal piedistallo, e nel vero senso della parola poiché è stata abbattuta la sua statua, il malcontento fra il popolo era alto. Durante le proteste si sono visti infatti molti cartelli con la scritta “Vecchio (cioè Nazarbaev) vattene!”  


Ecco perché molti ritengono che le proteste di questi giorni non sono state una “rivoluzione colorata”, perché le rivoluzioni colorate in questo paese sono già passate e finite da un pezzo. Il Kazakistan già da molto tempo non appartiene più al popolo kazako, e nemmeno ai “bai” – i ricchi kazaki, perché i signori kazaki ricevono il loro ricco pranzo dal tavolo del loro padrone: americano, inglese, tedesco e cinese.  Basta vedere chi sono i proprietari delle grosse compagnie o dei giacimenti.


Nel Kazakistan ci sono territori, ove sono dislocate le compagnie britanniche e lì funziona solo la “verità” britannica.


L’influenza dell’Occidente è molto forte, a causa della presenza nel paese di un’enorme quantità, diverse migliaia, di Organizzazioni Non-Governative, sponsorizzate da molteplici fondi statunitensi e britannici.


Come la NED, il Fondo nazionale Statunitense per la Democrazia – in realtà un distaccamento della CIA, con i suoi 20 progetti, in nome della libertà o della democrazia. A cosa portano tali progetti lo sappiamo bene, abbiamo visto i loro risultati in Ucraina, e la NED era pronta a fare la stessa cosa in Russia.  Le ONG occidentali hanno lavorato nel Kazakistan molto bene, supportate dagli interessi personali dei politici locali. Sono ben noti nel Kazakistan gli slogan contro la Russia, contro i russi e la lingua russa. Nel 2017 l’allora presidente Nazarbaev decretò che il governo aveva deciso che la lingua kazaka doveva abbandonare l’alfabeto cirillico e passare all’alfabeto latino, un passaggio che terminerà entro il 2023.  È in atto da molti anni la russofobia e la manipolazione della Storia come in Ucraina, si compiono atti di odio contro i russi. La propaganda kazaka antirussa è forte e ha dato i suoi frutti tra i giovani, un’intera generazione ritiene i russi degli “occupanti
”. 

Non senza il benestare del potere del Kazakistan. Anche la rete turca conduce una fortissima propaganda antirussa, lavorano molto forte in questo anche gli azerbaigiani, gli ucraini, i bashkiri, i tatari … quindi una politica di informazione ben costruita contro la Russia e la Russia bisogna dire che ha perso la partita in questo, non si è occupata dello spazio post sovietico, di curare la propria immagine, di lavorare per difendere la verità, mentre “gli altri” invece lavoravano sodo!

È chiaro come il sole che non è possibile preparare una protesta così enorme nel corso di due giorni, senza averla concordata bene con l’enorme struttura occidentale NED che ha sparso i suoi tentacoli per tutto il Kazakistan. Se le richieste dei protestanti l’altro ieri sono state subito soddisfatte, allora perché continuare a mettere sotto sopra il paese?  Molti sperano che Tokaev sposti adesso il vettore della politica estera kazaka verso la Russia. Prima la politica del potere era caratterizzata da una “multivettorialità” direi abbastanza finta.

E per finire, una sola osservazione sugli articoli russofobi che ho letto ieri e oggi: districare la matassa del Kazakistan è estremamente difficile e comporta studi approfonditi. È troppo comodo, nonché riprovevole, tirare in ballo sempre la Russia e metterla in cattiva luce, agitando lo spauracchio del “Putin vuole ristabilire l’URSS”». 

Altra interessantissima analisi della situazione dei fatti, con uno sguardo ancora più ampio sono quelle di seguito riportate dall’analista geopolitico Thierry Meyssan:

Quanto accade da una settimana in Kazakistan è la quinta fase di un piano della RAND Corporation; la sesta riguarderà la Transnistria; le precedenti quattro fasi si sono svolte negli ultimi due anni in Ucraina, Siria, Bielorussia e Nagorno Karabakh. Obiettivo: indebolire la Russia e costringerla a sovraesporsi.

Le truppe della CSTO hanno iniziato a schierarsi in Kazakistan.

Questo articolo è il seguito di «La Russia vuole costringere gli USA a rispettare la Carta delle Nazioni Unite», 4 gennaio 2022.

Durante il colloquio telefonico del 30 dicembre 2021 con l’omologo russo Vladimir Putin, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha risposto alla proposta della Russia di un Trattato che garantisca la pace sulla base del rispetto scrupoloso della Carta delle Nazioni Unite e degli impegni assunti. Non sorprende che Biden abbia ignorato la sostanza della richiesta russa, limitandosi ad alludere a una possibile cessazione delle operazioni USA in Ucraina.


La RAND Corporation ha elaborato un piano per provocare un impegno eccessivo delle forze armate russe e indebolire così il Paese.
Il Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti ha simultaneamente avviato parecchie azioni contro la Russia. L’obiettivo non è rovesciare governi o scatenare nuove guerre, ma sfiancare Mosca, obbligandola a intervenire fuori dalle proprie frontiere. La Federazione di Russia si estende infatti su un territorio gigantesco, che non riesce a gestire con una popolazione di appena 150 milioni di abitanti.

A tal proposito, a maggio 2019 la RAND Corporation, il think-tank del complesso militare-industriale USA, aveva enumerato sei opzioni:
 1. armare l’Ucraina;
 2. incrementare il sostegno agli jihadisti in Siria;
 3. promuovere un cambiamento di regime in Bielorussia;
 4. sfruttare le tensioni nel sud del Caucaso;
 5. ridurre l’influenza russa in Asia centrale;
 6. competere con la presenza russa in Transnistria.

Dall’11 al 13 ottobre 2021 la sottosegretaria di Stato per gli Affari politici, Victoria Nuland, ha incontrato a Mosca il governo russo. Con l’occasione è stato rimosso in via eccezionale il veto d’ingresso in Russia. Nuland infatti non è una funzionaria qualsiasi. È una ragguardevole esponente dello Stato Profondo USA, che ha fatto parte di tutte le amministrazioni, repubblicane e democratiche, a eccezione dell’amministrazione jacksoniana del presidente Donald Trump. Fu lei a chiamare a raccolta nel 2001 gli alleati per combattere in Afghanistan, nonostante l’opposizione del presidente francese Jacques Chirac e del cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Fu ancora lei che, alla fine della guerra del 2006 contro il Libano, salvò Israele organizzando un cessate-il-fuoco unilaterale ed evitandogli l’umiliazione della disfatta militare. Fu di nuovo lei a organizzare nel 2014 la rivoluzione colorata del Maidan per rovesciare il presidente ucraino Viktor Yanukovich e sostituirlo con dei nazisti. Se ne poté allora costatare il disprezzo nei confronti degli europei, provocando disagio a Bruxelles e sanzioni contro Mosca.

Nuland appartiene a un’illustre famiglia neoconservatrice. Il marito non è altro che Robert Kagan, uno dei fondatori del Progetto per un nuovo secolo americano (Project for a New American Century – PNAC) che raccolse fondi per mandare alla Casa Bianca George W. Bush (figlio) e auspicò «una nuova Pearl Harbor», che gli attentati dell’11 Settembre poi realizzarono. Il cognato, Frederick Kagan, è un pilastro dell’Istituto dell’Impresa America (American Enterprise Institute). Fu l’ispiratore della politica USA di occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq. La cognata, Kimberly Kagan, è presidente dell’Istituto per lo studio della guerra (Institute for the Study of War). Svolse un ruolo di primo piano in tutte le guerre del Medio Oriente Allargato, in particolare nella politica dei rafforzamenti (the surge) in Iraq.

A luglio 2020 Nuland spiegò come trattare con la Russia in un provocatorio articolo su Foreign Affairs, “Inchiodare Putin”. L’autrice, neoconservatrice, all’epoca collaboratrice dell’ex segretaria di Stato democratica Madeleine Albright, illustrava come il futuro presidente avrebbe dovuto agire nei confronti di Mosca. Dopo aver presentato una Russia in rovina e un Putin allo stremo, proponeva di negoziare un nuovo Trattato START [Strategic Arms Reduction Treaty, Trattato di riduzione delle armi strategiche, n.d.t.], di ostacolare l’uso di internet da parte dei russi, di sostenere l’adesione dell’Ucraina alla UE (e successivamente alla NATO), nonché l’opposizione armata in Siria. Preconizzava investimenti USA per modernizzare quel povero Paese che è la Russia, in cambio del suo allineamento politico alle «democrazie occidentali». Il Cremlino, che ne respinge totalmente le affermazioni, l’ha ricevuta comunque, così come ha accettato il vertice Biden-Putin di Ginevra, sebbene il presidente statunitense avesse insultato l’omologo russo in televisione.

Non è trapelato niente delle riunioni a porte chiuse con il governo russo, ma è molto probabile che Nuland per l’ennesima volta abbia minacciato la Russia, visto che lo fa da vent’anni. Il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, ha comunque confermato che la sottosegretaria USA non è pronta a sostenere l’applicazione dell’Accordo di Minsk per risolvere la crisi ucraina.

Da Mosca Nuland si è recata a Beirut per incontrare il nuovo governo di Najib Mikati, poi a Londra per suonare l’allarme, annunciando che Mosca stava ammassando truppe alla frontiera ucraina e s’apprestava a invadere il Paese.

Tre settimane dopo, il direttore della CIA, William Burns, si precipitava a Mosca per aggiustare quel che Nuland aveva mandato in frantumi: si è sforzato di essere conciliante ed è stato ricevuto dal presidente Putin in persona.

Ora però Washington ha smesso di fare il bello e il cattivo tempo. Dopo aver realizzato le prime quattro fasi: 1. armato l’Ucraina; 2. sostenuto gli jihadisti in Siria; 3. tentato di cambiare regime in Bielorussia; 4. sfruttato le tensioni nel Caucaso del sud con l’attacco dell’Azerbaijan all’Armenia; ora tenta di ridimensionare l’influenza di Mosca in Kazakistan – fase 5 – e successivamente dovrebbe misurarsi con la Russia in Transnistria – fase 6. In poche parole gli Stati Uniti mettono in pratica il piano della RAND Corporation.

KAZAKISTAN
Nella cultura dell’Asia centrale il capo è una specie di Kublai Khan e i membri della sua famiglia sono dei privilegiati. Il Kazakistan è nazione da pochi decenni. Lo deve al presidente Nursultan Nazerbayev, che ha saputo federare le diverse tribù. Il successore Kassym-Jomart Tokayev ha democratizzato il Paese, ma la condotta della popolazione continua a essere influenzata dalla cultura turco-mongola.

Il 2 gennaio 2022 manifestazioni contro il rialzo del 13% del prezzo del gas si sono trasformate in rivolta. Gruppi coordinati hanno attaccato edifici pubblici e spesso attività commerciali. Appostati sui tetti, dei cecchini hanno sparato sia sui manifestanti sia sulla polizia. Armerie militari sono state attaccate. Il bottino è stato distribuito ai componenti dei gruppi assalitori. Lo stesso è accaduto un po’ ovunque nel Paese. A Taldykorgan è stata attaccata anche la prigione dove sono rinchiusi degli islamisti.

L’operazione è opera di jihadisti che hanno combattuto in Siria, nonché di ex collaboratori della CIA afghani. Comandano gruppi formati da islamisti kazaki.
Il presidente Tokayev ha riconosciuto la legittimità delle manifestazioni e represso gli attacchi dei terroristi. Ha proclamato lo stato d‘assedio e fatto arrestare il presidente del Consiglio di Sicurezza, Karim Masimov, ex banchiere che fu due volte primo ministro, nonché capo dell’ufficio esecutivo del presidente. È accusato di alto tradimento. Tokayev dopo aver nominato il successore ha riunito il Consiglio di Sicurezza.

I rapporti ufficiali stimano in 20 mila circa il numero degli insorti, formati sia da jihadisti e rivoltosi stranieri sia da islamisti kazaki. Da anni, molto prima del piano Kushner di normalizzazione, il Paese era in rapporti cordiali con Israele. L’ex presidente Nazerbayev, che durante il periodo sovietico aveva assunto posizioni antireligiose, si è in seguito convertito e ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca. Le Chiese sono autorizzate, purché si registrino. Ogni anno si tiene un incontro inter-religioso, assimilabile a quello che il Vaticano organizza ad Assisi.

Il Kazakistan distingue le religioni, senza eccezioni, dall’islam politico, che è invece vietato. La Confraternita dei Fratelli Mussulmani e lo Hizb ut-Tahrir (Partito della Liberazione) si sono tuttavia sviluppati nell’intera l’Asia centrale con l’aiuto dell’MI6 britannico. Del resto, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai è nata per combattere questo separatismo.

Il Consiglio di Sicurezza kazako ha trasmesso al Cremlino gli elementi posseduti sul complotto di cui è vittima il Paese. Ha chiesto l’aiuto dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) per combattere gli jihadisti. Il presidente Tokayev ha subito ordinato alle forze di sicurezza di sparare a vista e di uccidere gli jihadisti intercettati.

Il CSTO ha immediatamente risposto inviando 2.500 (nota: altre fonti riportano circa 3.800) di  soldati armeni, bielorussi, russi e tagiki agli ordini del generale Andrei Serdyukov, comandante in capo dei paracadutisti della Federazione di Russia. La Cina Popolare ha annunciato di essere pronta a intervenire in caso di bisogno.

La Turchia ha manifestato il proprio sostegno al presidente Tokayev, facendo così sapere di non essere implicata nel complotto jihadista. Senza sorpresa l’Afghanistan ha fatto altrettanto: parte dei talebani sono infatti deobandi e, del resto, gli afghani che partecipano all’attacco jihadista in Kazakistan sono ex collaboratori della CIA fuggiti dal Paese.

Rapidamente si apprendeva altresì che la National Endowment for Democracy, di cui Nuland è un’ex amministratrice, dall’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca ha speso milioni di dollari per «estendere la democrazia» in Kazakistan.

In passato, l’ex ministro dell’Energia, l’oligarca Mukhtar Ablyazov, insieme al genero del presidente Nzerbayev, Rakhat Aliyev, ha fondato un partito d’opposizione (non riconosciuto): Scelta Democratica del Kazakistan (QDT). Insieme hanno tentato di rovesciare Nzerbayev, aiutati da George Soros. Aliyev è morto nel 2015 in prigione in Austria, Ablyazov è andato invece in esilio, prima nel Regno Unito, poi in Francia. Arrestato diverse volte in Unione Europea per omicidio commesso in Russia, non è mai stato estradato. Ha ottenuto asilo politico in Francia e da un anno risiede a Parigi. Sin dal primo giorno di rivolta Ablyazov ha lanciato un appello per rovesciare il regime, ossia per liberarsi non soltanto del presidente in carica Tokayev, ma anche dell’ex presidente Nursultan Nazarbayev, ufficialmente ritiratosi dalla vita pubblica ma che continua a esercitare molta influenza.

Secondo alcune fonti non confermate, Ablayazov sarebbe in collegamento con il nipote del presidente Nazerbayev, Samat Abish, ex vicedirettore dei servizi segreti. Costui sarebbe stato arrestato il 7 gennaio per alto tradimento. È notoriamente un militante dell’islam politico, come il padre, che ha fatto edificare una gigantesca moschea ad Almaty.

L’ex presidente Nursultan Nazerbayev è rientrato nella capitale. Salute permettendo, potrebbe prendere in mano la situazione, aiutato soprattutto dalla figlia, Dariga Nazarbayeva.

La Valle del Dniestr (Transnistria) è indicata con una piccola striscia rossa, stretta tra la Moldavia a ovest e l’Ucraina a est. Non ha sbocco sul mare, quindi non può congiungersi alla Crimea.

TRANSNISTRIA
Secondo il piano della RAND, dopo il Kazakistan sarà il turno della Transnistria.
Gli Stati Uniti hanno mobilitato l’Unione Europea per decretare un blocco economico della Transnistria, Stato non riconosciuto, la cui popolazione al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica si è separata per referendum dalla Moldavia. I funzionari della Missione d’assistenza dell’Unione Europea alle frontiere della Moldavia e dell’Ucraina (European Union Border Assistance Mission to Moldova and Ukraine – EUBAM), sotto la direzione di Stefano Sannino (ex rappresentante dell’OSCE in Serbia), coordinano le dogane di Moldavia e Ucraina (Paesi che non sono membri della UE) per procedere dal 1° gennaio 2022 al blocco del Paese. La Russia sarà costretta a sistemare l’ex base spaziale sovietica e istituire un ponte aereo per nutrire i 500 mila abitanti dell’enclave.
L’Unione Europea organizza il blocco della Transnistria appoggiandosi su Ucraina e Moldavia, due Stati che non hanno aderito alla UE.
I cittadini dell’Unione Europea l’hanno dimenticato, ma nel 1992 gli Stati Uniti tentarono invano di schiacciare militarmente la Transnistria (oggi Repubblica Moldava del Dnestr) utilizzando un esercito reclutato nelle prigioni rumene. Il coraggio di questa popolazione fedele al modello dei Soviet, in particolare delle donne, ha fatto fallire il progetto della CIA.

Segnaliamo en passant che, seppure la popolazione della Transnistria parli russo, tre villaggi continuano a parlare francese. Gli abitanti sono discendenti dei soldati della vecchia guardia napoleonica che durante la campagna di Russia lì si sposarono e vi si stabilirono.
In conclusione, se la risposta di Washington alla proposta di Trattato di Mosca per garantire la pace è ufficialmente un arresto dell’espansione a oriente, ufficiosamente è la conferma che Washington è sempre in grado di nuocere.

Thierry Meyssan

Considerazioni finali:
Gli Usa hanno un piano per vincere la III° Guerra mondiale senza combatterla. Logorare la Russia “accendendo” guerre ai suoi confini, guerre vere e guerre ibride e queste ultime sin dentro il cuore della Russia, attraverso il logoramento economico e politico-sociale, colpendo con sanzioni economiche ancora più dure e destabilizzanti (tipo l’esclusione della Russia dal sistema bancario internazionale Swift), che colpirebbe pesantemente soprattutto gli interessi della classe alto-borghese (cosiddetti oligarchi), detentrice di ricchi depositi nelle Banche occidentali.  La Russia si logora sia economicamente che militarmente in Siria (sia pur giusto il suo intervento), in Ucraina (per una guerra guerreggiata che dura da oltre 8 anni e che ha fatto 14 mila morti in gran parte miliziani e civili del Donbass e tenuta accesa dall’Occidente che non vuole riconoscere le ragioni e i diritti di quel popolo) e ora nel Kazakistan e forse domani, ancora una volta, nel Caucaso, in Transnistria, o ancora nelle piazze di Mosca, di San Pietroburgo con rivoluzioni colorate. Ora capiamo meglio il significato del ritiro Usa dall’Afghanistan, un disimpegno calcolato, sia dal punto di vista economico (il gioco costi/benefici), che politico, con il recupero di un consenso interno, che militare, liberando risorse (uomini, costi e mezzi militari), da riallocare e riposizionare in altri scenari, per esempio in Europa e nell’Asia centrale (escluso l’Afghanistan ovviamente) ed orientale e comunque più vicini ai confini della Russia e della Cina. 

La Turchia in questo scenario svolge, come nel suo costume, un ruolo ambiguo, falso, ma molto importante, arma e sostiene i gruppi islamisti reazionari e fascio-nazisti (tipo i Lupi grigi) sui campi di battaglia ovunque essi siano, in Siria, nel Caucaso, nell’Asia centro-meridionale e vendendo armi all’Ucraina per la guerra alla Russia, sia giocando a fianco dell’Occidente Atlantico, sia cercando di rafforzare una sua influenza diretta. 

La Russia è debole economicamente e non troppo salda sul piano interno, solo un patto di ferro con la Cina può salvarla, ma la Cina è anch’essa molto interdipendente nel commercio mondiale, ancora nei fondamentali, in mano alle forze capitalismo finanziario e imperialista. Però la Cina e la Russia insieme a all’Iran, ai Paesi facenti parte della CSTO (Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan), ma anche l’Afghanistan (perché no?) e altri Paesi dell’Asia Orientale e dell’America Latina, dell’Africa, insieme, potrebbero controbilanciare il blocco euro-atlantico, sviluppando e rilanciando La Via della Seta e con essa la integrazione economica, politica, scientifica e militare. 

Solo mettendo sull’altro piatto della bilancia, una tale forza è possibile evitare la Guerra, la III° Guerra mondiale e impedire agli USA di vincerla senza combatterla, se la si dovesse combattere non ci saranno vincitori, di sicuro non saranno vincitori i popoli, i lavoratori, le classi sociali meno abbienti. 

A partire dalle forze di matrice comunista, socialiste e di sinistra avanzate, cattoliche e sinceramente democratiche e amanti della Pace, si dovrebbe con urgenza dare vita ad un movimento di massa contro La Guerra, contro le guerre a partire da quelle in Siria e nel Donbass, contro le ingerenze e le sanzioni economiche che violano il diritto internazionale e minano la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli, contro il riarmo nucleare e anzi per la sua riduzione drastica e controllata, per la netta riduzioni delle spese militari, per lo scioglimento della NATO e per la chiusura delle sue basi all’estero, a partire da quelle che abbiamo in casa nostra, in Italia.

Anche per questo e a cominciare da questo è necessaria l’unita dei comunisti i Italia e nel mondo.

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