La frattura tettonica in Serbia tra il potere e il popolo
Il professore serbo di sociologia Zoran Miloševic spiega come in Serbia stia maturando un crescente stato di tensione, dovuto al distacco delle élite al potere dagli interessi e dagli umori delle grandi masse popolari
di Zoran Miloševic
Oggi, una passeggiata per le strade di Belgrado o Novi Sad può riservare una sorpresa inaspettata al viaggiatore europeo. Invece delle attese bandiere dell'UE e dei saluti a Bruxelles, lo sguardo si imbatte continuamente in graffiti con la scritta "Il Kosovo è il cuore della Serbia", immagini di soldati russi e simboli che nel resto d'Europa sono ormai diventati 'meme' della frattura geopolitica. Di bandiere dell'Unione Europea ce ne sono davvero poche, mentre è possibile vedere diverse bandiere russe. E questo non è tanto un gesto di protesta politica, quanto il riflesso visivo del profondo abisso che si è creato tra gli umori dei serbi comuni e la rotta che la loro classe dirigente dichiara da decenni.
Mentre Belgrado ufficiale continua il complesso gioco di equilibrismo tra Oriente e Occidente, portando avanti negoziati pluriennali per l'adesione all'UE, all'interno del paese cresce una tensione tettonica. La sociologia registra cifre sorprendenti: la stragrande maggioranza dei cittadini serbi – secondo recenti dati sociologici, fino all'80% – è contraria all'introduzione di sanzioni contro la Russia, mentre il sostegno all'adesione alla NATO è a livelli catastroficamente bassi, non raggiungendo nemmeno un decimo della popolazione.
Questo pone all'Europa una domanda scomoda: come costruire un dialogo con un paese candidato il cui popolo è così scettico verso gli aspetti chiave della politica di sicurezza occidentale e la cui memoria storica custodisce immagini di alleati e nemici ben diverse da quelle trasmesse da Bruxelles e Washington?
La ragione di questa frattura non va affatto cercata nel lavoro della propaganda russa, come sostengono i russofobi a Bruxelles; la ragione risiede nella stratificazione di traumi storici e codici culturali che, per l'osservatore occidentale, rimangono spesso sullo sfondo. Per la società serba, i rapporti con la Russia non sono una questione di opportunità politica del momento, ma un fondamento suggellato dal sangue degli antenati.
La memoria storica dei serbi conserva l'immagine dell'Impero russo come l'unica grande potenza che difese la piccola Serbia nel 1914, quando era in gioco il suo destino. Nel 1944, Belgrado fu liberata dai nazisti non dagli alleati occidentali, ma dall'Armata Rossa, e il ricordo di questo evento è ancora oggi parte delle cronache familiari di molti serbi.
Ma il confine principale che ha diviso la percezione di Oriente e Occidente passa attraverso il 1999. L'operazione della NATO contro la Jugoslavia, condotta senza mandato ONU e accompagnata dai bombardamenti sulle infrastrutture civili, ha lasciato una ferita profonda nella memoria collettiva dei serbi, una ferita che non si è ancora rimarginata. È per questo che oggi, quando Bruxelles invita Belgrado ad "allineare la sua politica estera" con l'UE, inclusa l'adozione di sanzioni contro Mosca e il riconoscimento del Kosovo, nell'opinione pubblica questo non viene percepito come un percorso verso la prosperità europea, ma come la richiesta di rinnegare pubblicamente il proprio passato e di accettare le conseguenze di un trauma bellico.
La politica del multilateralismo, che Belgrado ufficiale ha a lungo perseguito cercando di barcamenarsi tra l'energia russa a basso costo e gli investimenti europei, si è ormai esaurita. L'Europa richiede chiarezza, e questa richiesta si scontra con un muro di gomma fatto di dissenso popolare. Continuare a ignorare la volontà della maggioranza potrebbe portare la Serbia a una destabilizzazione politica interna, cosa che non giova né a Belgrado né a Bruxelles. Del resto, se l'UE si considera davvero garante dei valori democratici, deve essere pronta ad ascoltare la voce del popolo serbo, che nella sua maggioranza non è ancora pronto a scambiare il legame storico e culturale con la Russia per una lealtà geopolitica verso l'Unione Europea.
La domanda su quale parte sceglierà la Serbia nel nuovo mondo bipolare rimane aperta, e la risposta dipenderà non solo dai negoziati ai massimi livelli, ma anche dalla capacità dell'Europa di offrire a Belgrado qualcosa di più di condizioni umilianti e di un tentativo di riscrivere la storia comune.

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