Junger, la Nato e la minaccia (esistenziale) per l'Europa

Junger, la Nato e la minaccia (esistenziale) per l'Europa

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di Marcello Faletra

Nel 1922 lo scrittore tedesco Ernst Junger scriveva: “La nostra epoca mostra forti tendenze pacifiste. Questa corrente sprizza da due sorgenti: l’idealismo e il disgusto per la guerra”.

Junger era preoccupato dell’emergenza di pacifisti in Europa. Tra questi a farne le spese qualche anno prima (1919) – poiché assassinati – furono Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

Se Junger, oggi, fosse tra noi sarebbe felice di guardare i suoi nipotini pronti alla guerra e a schifare la pace. Per Junger il “disgusto della guerra” equivaleva al rifiuto della virilità, infatti affermava: “Il coraggio virile è quanto di più prelibato. In faville divine il sangue schizza nelle vene quando si marcia sui campi diretti alla battaglia”.  Consapevoli o no, i nostri amministratori politici hanno appreso da Junger espressioni come questa: “Il combattente s’impegna al massimo per la propria causa; lo abbiamo dimostrato, noi soldati al fronte dell’orbe terracqueo...”. Quest’ultima espressione con una leggera variazione – globo terracqueo - è stata riesumata dalla nostra presidente del consiglio. Una filiazione linguistica che richiama la vitalità degli istinti che non hanno bisogno di pensiero – il coraggio, l’azione decisa, l’estasi della guerra. Poiché la guerra, secondo lo scrittore tanto amato da Heidegger e da una folta schiera di fan, è l’unico “incontro tra i popoli” (Junger). E le recenti affermazioni rimbalzate da più parti nella diplomazia euro-atlantica, che per fare la pace occorre mostrare i muscoli, è un leitmotiv che dopo Junger è stato ripreso dal presidente degli Stati Uniti Johnson, il quale affermava già nel 1964 che “per garantire la pace serve fermezza”. Quindi ci troviamo di fronte a un gergo di lunga data. “Si va nella trincea come in un sogno”, affermava ancora Junger, ma occorre ribadirlo, col corpo degli altri. Questa grezza filosofia spontaneista e populista, fa leva sugli istinti degradati al livello della fame. Un modo di vivere e pensare come porci. La Nato per decenni ha applicato sotto le vestigia di astratti significanti – libertà, democrazia, sviluppo, ecc. – questa regola bestiale.

La sua diplomazia è stata – almeno dopo la caduta del muro di Berlino - quella di mostrare i denti e azzannare, come procedura intimidatoria, qualsiasi stato ritenuto nemico per i propri interessi economici. Ma per questi goliardi, il cui sangue chiede di alimentarsi con altro sangue, lo scenario non è più quello di paesi come l’iraq, l’Afghanistan, la ex Jugoslavia, la Libia o altri stati aggrediti illegalmente dall’organizzazione militare della Nato, che nel tempo si è trasformata in una specie di banditismo militare-economico, cui sono stati sottoposti interi popoli. Oggi la Nato sfida la Federazione Russa per procura. Il corpo degli altri appunto, quello degli ucraini, per difendere l’egemonia planetaria che si frantuma sempre più in uno spettacolo globale. Della globalizzazione imposta dopo la caduta del muro di Berlino, ci arriva l’effetto della sua disintegrazione.

Il soldatino Macron, caricatura storica di un Napoleone da circo equestre, non più su un cavallo regale, ma sul cavalluccio di plastica come quello che si regalano ai bambini, rimbalza l’espressione sulla necessità di osare contro il nemico con l’affermazione che “per la Francia non ci sono più linee rosse”. Espressione grottesca, che ci fa assistere alla storia in diretta come farsa come diceva Marx a proposito di Luigi Bonaparte.

E’ dal secondo dopoguerra, dopo la nascita della Nato (1949), che questa costituisce un pericolo per gli equilibri internazionali. L’alibi lungo tutta la “guerra fredda” era contro “l’espansione dell’ex Unione Sovietica, disgregatasi nel 1989. Ma dopo la caduta del muro di Berlino l’imperialismo yankee non ha avuto più freni. Dopo quella data questa alleanza quasi criminale, che ha terrorizzato gran parte del pianeta a colpi di sogni e “libero mercato” e appoggiato dittature d’ogni specie, si è sentita libera di scorrazzare ovunque, imponendo il suo dettato imperialista ed economico.

Da organizzazione “difensiva” si è trasformata in offensiva, cioè nel braccio armato dell’imperialismo americano.

Oggi, dopo diversi decenni possiamo dire che il mito del sogno yankee non era altro che affari. La colonizzazione dell’immaginario collettivo a suon di miti cinematografici e fumettistici diventerà un sostituto della guerra diretta. L’assoggettamento di altri popoli attraverso la seduzione, il fascino della merce e dello spettacolo, costituirà una delle armi più penetranti nell’assoggettamento dei popoli.

Il nemico, il cui prototipo cinematografico planetario è stato King Kong, che spuntasse dalla natura o dall’uomo, era da abbattere. L’umanesimo, trapiantato negli States, era sottoposto all’umiliazione della redditività. Questa ideologia della contrapposizione tra uomo e animale  è riemersa negli ultimi anni con il campione russo di “libertà” Navalny, foraggiato da organizzazioni legate alla CIA, il quale considerava i popoli arabi, come scarafaggi. Le bestie per questa genia di “liberatori” e di paladini dei “valori” del defunto Occidente, non sono altro che nemici.

Chi un tempo sacrificava gli animali li considerava prossimi al divino. Non li consideravano “bestie”, come oggi possiamo vedere nella propaganda televisiva riguardo ai paesi “non allineati” al dettato yankee.

Così Putin – che non va dimenticato: è stato un grande amico del delinquente Berlusconi celebrato come un salvatore della patria, il quale ebbe il coraggio di proclamare il suo stalliere Mangano (mafioso) un eroe.

Ironia della storia: gli amici che ieri con Putin hanno fatto affari, oggi su dettato yankee lo dichiarano nemico! Anzi Mostro, come un King Kong. Ma con una differenza: se il king Kong del film saccheggia le metropoli americane, cercando di liberare la natura soggiogata alla cultura, Putin però – nuovo King Kong - ha alle spalle una potente cultura che dalla musica, alla pittura e alla letteratura ha forgiato gran parte dell’Europa. Ma oltre alla cultura del suo paese, che Zelensky ci intima di aborrire, ha anche 6000 testate nucleari. E’ qui che s’infrange realisticamente il sogno yenkee di assoggettare tutti i popoli col mito del benessere, del consumo e dello spettacolo, vale a dire di tutto ciò che ha reso l’Europa una serva e una macchina propulsiva a favore dello sfruttamento capitalistico.

La guerra dalle immagini educa alla guerra reale. Un nemico si può trovare in ogni angolo. Ma la cosa che più è anomala in questa storia di guerre, che dall’Ucraina arriva a Gaza, è: chi fabbrica il nemico?  La paranoia del nemico è entrata a far parte del nostro sistema di informazioni. Il quale come un virus non è più libero da questa ossessione.

Interrogarsi sulla paranoica mania di persecuzione e di cospirazione degli Yankee implica il fatto che anche la storia per loro é una cospirazione. Nel 1916 Henry Ford a un giornalista dell’Herald Tribune rispose: “la storia? Una sciocchezza!”. Ecco, nella sponda atlantica non è cambiato nulla dopo oltre un secolo.

Il pensiero di destra degli yankee, a cui si accodano gli stati europei, si basa su tre principi base: 1) il principio di cospirazione, che ha il suo inizio con il New Deal di Roosvelt, che tentò di portare l’economia sotto il controllo del governo federale, era il keinesismo. Un principio oggi disintegrato dalle politiche cosiddette “neoliberiste”.

2) il secondo principio paranoico si basa sulla convinzione che i comunisti si siano infiltrati a tal punto tra i funzionari governativi (si tratta della sinistra americana) da generare come risposta un odio incondizionato verso ogni forma o idea di redistribuzione della ricchezza.

3) il terzo punto, a cui stiamo assistendo in diretta, ma che ci arriva dalle politiche paranoiche riabilitate, oggi, dopo McCarthy, è la caccia ad ogni pensiero e pratica di socialismo, a qualsiasi livello della società, dove esso trova spazi di consenso.

Riassumendo questi tre punti chiave, si può dire che le guerre in questione sono il colpo di coda del capitalismo onnivoro e adesso non più “globale”, di stampo yankee, per via della scissione messa in atto dai paesi del BRICS, i quali hanno deciso di de-dollarizzare gli scambi commerciali. Una scelta che mette gli Stati Uniti e i suoi servi europei di fronte a un bivio: la guerra, cioè la prova di forza, l’urto bellico, o il ritiro dalla sua decennale arroganza. Cioè l’umiltà e il dialogo, vale a dire: accettare pariteticamente ogni forma di scambio. Parole che culturalmente, in quanto eredi di una lunga tradizione colonialista, non fanno parte del loro DNA. Cosi come in due secoli hanno massacrato più di quindici milioni di americani nativi, ed in seguito non hanno mai esitato ad imporre la loro spietata egemonia economica e militare su ogni angolo del pianeta. Tutte le guerre della Nato – a guida yankee -  non sono state altro che guerre illegali come ci ricorda Daniele Ganser nel suo documentato libro Le guerre illegali della Nato.

 

L’eccezionalismo degli yankee, della loro presunta superiorità è alla base della loro cultura malata di nemico, rispetto alla quale non si vede un terapeuta all’altezza di questo fondamentalismo, che fa del nemico la chiave di lettura del mondo. D’altra parte non è un caso che proprio lo stato che viene contrabbandato come il più “democratico” del mondo abbia sostenuto le dittature più feroci del dopoguerra: Pinochet in Cile, I colonnelli in Grecia, Poi Cipro ecc. Come spiegare questa simpatia per le dittature da parte degli yankee?

L’ultima miserabile caricatura di questo sogno yankee che manipola la storia per sopravvivere a se stessa, è stata la sceneggiata della ricorrenza dello sbarco in Normandia. In questa caricatura della storia i monopoli mediatici hanno avuto un ruolo speciale. Fino a rovesciare i fatti storici in un avanspettacolo.

Ma la Nato chi sta difendendo?  Chi è l’attore attraverso il quale gli Stati Uniti alla deriva economica planetaria, cercano di dare gli ultimi sussulti di imperialismo giocando mediaticamente sul fattore “nemico”? 

Questo attore – Zelensky - educato ad eseguire gli ordini di Washington e di Londra, a cui si sono accodati miseramente i leader europei, parla in nome della “libertà”; parla in nome della “democrazia”; parla in nome dei “valori dell’Occidente”, e in quanto attore è ben visto dalle diplomazie euro-atlantiche: sta al loro gioco...ma sulla pelle degli ucraini, svenduti anima e corpo per fare dell’Ucraina un avamposto della Nato a stretto confine con la Federazione Russa. Tradendo così gli accordi di Minsk il cui punto fondamentale era che l’Ucraina sarebbe dovuta restare neutrale.

Questi retroscena sono ormai ben noti a un vasto pubblico internazionale, che non guarda più come verità il giornalismo di riporto guerrafondaio, che esegue come un soldatino in trincea letture basate sul principio manicheista del buono e del cattivo, retaggio di antiche politiche colonialiste barbare, come quella delle crociate.

La crociata euro-atlantica contro la Federazione Russa – dipinta come nemico assoluto  dell’Occidente – somiglia sempre più alla favola del Re nudo di Andersen. Un Re la cui vanità era senza confini. Al punto da farsi fare un vestito mai visto prima, che aveva un potere magico: il potere di vedere coloro che lavorano fedelmente per lui e chi lo ingannava. Ma il vestito magico era trasparente, era “Magnifique”. E tutti poterono vedere il Re nudo. Il quale meravigliato degli sguardi dei sudditi chiese cosa ci fosse di strano: “magnifique”, risposero il ministro e i sudditi.

Noi ci troviamo davanti al re nudo della politica euro-atlantica. Vittima della sua arroganza colonialista e cecità nella politica internazionale.

E che ha delegato il dittatore Zelensky al ruolo di buffone di corte dell’impero yankee.

Il dittatore Zelenschy, che ha abolito 11 partiti d’opposizione;

Che ha azzerato le tasse per i ricchi ucraini portandoli al 18% come tutti i lavoratori;

Che ha privatizzato tutte le infrastrutture del paese seguendo il dettato yankee;

Che ha proibito per decreto ogni negoziato con la Russia;

Che ha avuto ed ha al suo fianco milizie naziste esaltate dalla stampa europea come “liberatori” o “partigiani”.

Che ha espulso tutti i giornalisti che non erano di suo gradimento;

Che ha preteso di imporre fuori dal suo paese il blocco della grande cultura russa, dalla musica alla letteratura....

Questa Europa, smemore della sua storia culturale e asservita a un manipolo di idioti senza scrupoli, brancola, è alla fine.

Recentemente è stato detto che il sacrificio per una eventuale guerra è necessario.

Ma il sacrificio di chi?  Chi dovrebbe sacrificare sull’altere del dittatore Zelensky questa Europa nelle mani di un branco di idioti irresponsabili?

Si tratta di fare del concetto di guerra un fatto normale, condiviso, per il quale è necessario un nemico ben costruito

La sceneggiata della ricorrenza dello sbarco in Normandia, che ha deliberatamente ignorato i 29 milioni di russi morti sul fronte orientale contro i nazisti – fatto decisivo – ha qualcosa del ridicolo. Oggi l’Europa va a destra, molto a destra, e con grande approvazione del capitalismo finanziario, al quale non importa se uno è fascista o meno, purché non si tocchi il suo interesse privato, basato sullo sfruttamento.

E’ questa la ragione per cui le destre possono prendersi l’Europa, perché in Europa non governano i rappresentanti dei popoli, ma una élite rappresentativa di interessi privati riconducibili al finanz-capitalismo, il quale pur di fare profitto, gli va bene pure la guerra, avendo perso parte dell’egemonia economica su gran parte del pianeta. Ma questa volta ci troviamo a un bivio fatale. La federazione russa non è la Libia, né l’Iraq, ecc..

 

D’altra parte questa destra ha una lunga storia di assassini e deportazioni. Gli inglesi pensano di deportare gli immigrati in Ruanda, senza chiedere se sono d’accordo. La meloni li deporta in Albania con la complicità di Rama...ecc.

Di fronte a questo stato di cose aberranti, cosa c’è di più umano del violare il pensiero e queste leggi fasciste?

Il grande scrittore e giornalista Vasilij Grossman, in un bruciante resoconto della convivenza tra gran parte della popolazione ucraina e il nazismo (Ucraina senza ebrei, del 1943), scrisse a proposito dello sterminio degli ebrei in Ucraina (oltre un milione e mezzo) per mano dei nazisti e degli ucraini filo-nazisti: “...bambini presi e portati in Germania, case incendiate, granai saccheggiati, forche nelle piazze e per le strade, fosse in cui fucilare chi era sospettato di nutrire simpatie per i partigiani e di aiutarli...un popolo ucciso. Uccisi i vecchi artigiani, i mastri d’eccezione: sarti, cappellai, ciabattini, stagnai, orafi, imbianchini, pellicciai, meccanici, elettricisti, muratori, fumisti, fabbri...qui hanno ucciso un popolo”. Ecco, Zelensky e i suoi amici europei (cripto-nazisti) appena ieri hanno celebrato lo sbarco in Normandia, ma hanno deliberatamente dimenticato gli artefici e i complici dello sterminio di un popolo, che sono appunto la Germania e i paesi europei, che nel loro silenzio opportunistico hanno assistito alla liquidazione di un popolo. Paradosso della storia che vede un rovesciamento delle parti: ciò che ieri era diretto contro gli ebrei, oggi è diretto contro i palestinesi, per mano dell’integralismo sionista, che sta all’ebraismo come un idolatra sta alla merce.

Nel popolo palestinese, oggi, si riconoscono tutte le minorante oppresse del pianeta e tutte le forme di lotta contro l’arroganza della Nato e dei suoi accoliti europei.

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