Joe Biden e gli interessi USA nel Medio Oriente

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Joe Biden è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Si insedierà alla Casa Bianca il prossimo gennaio. La sua vittoria – contestata da Donald Trump per presunte frodi elettorali – è stata salutata con entusiasmo da tantissimi Paesi (governi e popolazioni) vista la facinorosa e fallimentare politica internazionale del presidente uscente. I governi arabi si sono subito precipitati a congratularsi con il presidente Biden, ad eccezione di quello saudita che lo ha fatto solo 24 ore dopo l’annuncio ufficiale dei risultati elettorali. E ciò deriva dal fatto che i sauditi, in particolare il principe ereditario Mohammed bin Salman, erano molto legati a Trump.


Quale sarà quindi la strategia geopolitica di Biden nel Medio Oriente? 


Intanto occorre ribadire che nella politica americana, quella internazionale in particolare, può cambiare la forma ma non la sostanza, ovvero il mantenimento e l’ampliamento dell’egemonia statunitense nel mondo. Barack Obama usava un linguaggio politico in apparenza diplomatico e dialogante. Trump utilizzava un linguaggio minaccioso e ricattatorio. Ma entrambi hanno contribuito alla distruzione del Medio Oriente per difendere gli interessi neocoloniali dell’America – e anche dei suoi fedeli alleati – nella regione. 

 

Joe Biden non sarà un’eccezione. Ha già ribadito in un articolo pubblicato sul “Foreign Affaires” la primavera scorsa che, se fosse stato eletto, avrebbe fatto suo l’assioma “l’America è la Nazione a cui spetta il controllo politico, militare ed economico del mondo intero” (Why America Must Lead Again Rescuing U.S. Foreign Policy After Trump, March/April 2020).

Per difendere l’egemonia mondiale degli Usa, i repubblicani e i democratici sono bipartisan. Quando George Bush jr decise di scatenare la guerra contro l’Iraq nel 2003, Biden, allora presidente della commissione degli Affari esteri del senato, fu d’accordo. 
Biden è stato per otto anni (da gennaio 2009 a gennaio 2017) vicepresidente di Barack Obama. Fu complice nelle guerre che hanno distrutto la

Libia, la Siria, lo Yemen. Fu complice di Obama nel sostegno politico e militare delle petro-monarchie dispotiche arabe. Lo stesso valse nella guerra economica contro l’Iran attraverso le soffocanti sanzioni. L’intento è sempre stato quello di destabilizzare il Paese per far cadere il regime degli ayatollah, considerato un nemico degli Usa e suoi alleati, Israele in particolare. Il motivo principale della guerra all’Iran non è mai stato il problema del nucleare, ma il fatto che lo Stato persiano sostiene da più di 40 anni con determinazione la causa palestinese. E inoltre l’Iran sta diventando una grande potenza regionale e ciò preoccupa sia gli Usa che Israele.

Nel suo programma elettorale Biden ha affermato che Israele è l’alleato principale degli Usa nel Medio Oriente. Ha ribadito che l’ambasciata americana resterà a Gerusalemme, confermando così il fatto che anche per lui le risoluzioni Onu riguardo al conflitto israelo-palestinese, quando non collimano con gli interessi americani, sono carta straccia. 

La presenza strutturale della Russia in Medio Oriente, in Siria in particolare, renderà la vita non facile al nuovo inquilino della Casa Bianca, il quale intende rafforzare la Nato e i suoi rapporti con gli alleati storici per contrastare i russi. Lo stesso vale anche per la Cina, che si sta avvicinando alla regione attraverso il progetto della nuova “via della seta”. 

La scelta di Biden come presidente è un segnale evidente che il sistema America sta invecchiando e perdendo colpi a favore di altre potenze emergenti. E, se così fosse, non sarebbe una brutta prospettiva. Perché potremmo finalmente assistere ad un sistema multipolare un po’ più equilibrato, anche per gli interessi degli americani stessi.

 

Fonte: Nigrizia, 2 dicembre 2020

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