IL PROBLEMA NON È MAI STATO IL PATTO DI STABILITÀ

IL PROBLEMA NON È MAI STATO IL PATTO DI STABILITÀ

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di Thomas Fazi


Oggi è tutto un coro di giubilo perché "è stato sospeso il Patto di stabilità, adesso l'Italia è finalmente libera di fare millemila miliardi di deficit!". Ahimè, mi dispiace fare sempre il guastafeste, ma non è così. La verità è che il Patto di stabilità non ha mai contato nulla.


 

Mi spiego meglio: la Commissione ha sempre applicato le regole del Patto con grande arbitrarietà. È noto, infatti, come Francia e Germania non incorsero in alcuna sanzione quando, nei primi anni Duemila, superarono nettamente il limite del 3 per cento quanto a deficit del bilancio statale. Volgendo lo sguardo al periodo post-crisi, invece, le regole del fiscal compact, prevedrebbero in teoria sanzioni automatiche in presenza di un deficit eccessivo; nei fatti, però, come si può vedere nell'immagine, la Commissione negli ultimi anni ha ripetutamente chiuso un occhio nei confronti di paesi come Francia e Spagna, nonostante le loro continue violazioni delle regole del trattato, probabilmente per evitare di creare grane a governi ritenuti “amici” (a differenza di quanto fatto col governo greco nel periodo ante-memorandum, per esempio, ma anche con la stessa Italia, che a ben vedere è stato, tra i paesi più colpiti dalla crisi, l'unico ad aver quasi sempre rispettato la regola del 3 per cento).




Lo stesso dicasi del fatto che paesi come la Germania e l’Olanda superano da anni la soglia del 6 per cento di surplus commerciale rispetto al PIL, che in teoria dovrebbe far scattare la procedura per gli squilibri macroeconomici, senza che la Commissione europea abbia mai preso alcun provvedimento concreto nei loro confronti. Di esempi così se ne potrebbero fare a iosa. In ultima analisi, come scrive Andy Storey dello University College di Dublino, l’insistenza dei funzionari europei e dei leader politici di certi paesi per il rispetto delle regole «tende ad occultare il fatto che i centri di potere europei non hanno alcuna remora a piegare le regole e a violare i trattati quando ciò risulta essere nell’interesse di taluni attori (compresi loro stessi)».


Il fatto che oggi queste regole - da sempre applicate con grande licenza poetica - vengano sospese, dunque, cambia di poco la situazione. I vincoli di bilancio a cui sono sottoposti gli Stati dell'eurozona, infatti, non derivano essenzialmente da un vincolo de jure - cioè da un vincolo legale - quanto da un vincolo de facto, cioè dall'assenza di una banca centrale che agisca da prestatrice di ultima istanza (la UE, infatti, potrebbe fare ben poco contro un paese extra-euro che decidesse di violare esplicitamente le regole del Patto). Anzi, come sappiamo bene la BCE non ha mai avuto scrupoli ad usare lo strumento del ricatto monetario (manipolazione dei tassi di interesse ecc.) per piegare i governi - caso unico al mondo.


Purtroppo l'annuncio di ieri non cambia questa realtà. Perché un paese come l'Italia possa veramente «procurarsi senza problemi sui mercati tutta la provvista che le serve», come sostengono adesso i 5 Stelle, vi sarebbe bisogno dell'impegno della BCE ad agire veramente da prestatrice di ultima istanza, cioè ad intervenire in maniera illimitata e incondizionata sui mercati dei titoli sovrani per garantire che gli Stati siano sempre in grado di finanziarsi a tassi accettabili indipendentemente dal loro livello di deficit/debito pubblico, eventualmente comprando i titoli essa stessa. Ma, ahimè, il recente bazooka della BCE non prevede questo - in primis perché la Germania continua ad opporvisi -, ma solamente un uso un po' più flessibile del QE.


Insomma, sospeso il vincolo de jure rimane ancora in vigore il vincolo de facto. Ciò detto, ben venga che i 5 Stelle incalzino il governo a fare tutto il deficit di cui c'è bisogno per affrontare la crisi. Ma non illudiamoci che l'Europa sarà lì a tenderci la mano quando si scatenerà nuovamente la furia dei mercati.

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