Il mandato d'arresto a Putin, forse quello a Trump e la visita di XI a Mosca

Il mandato d'arresto a Putin, forse quello a Trump e la visita di XI a Mosca

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Il mandato di arresto spiccato dalla Corte penale internazionale contro Putin distrugge l’ultima parvenza di credibilità del Tribunale stesso e pone nuove criticità alle possibilità di pace per l’Ucraina, dal momento che rende più difficile ai politici d’Occidente avere contatti con il Cremlino. E, senza contatti, è difficile negoziare (anche se ovviamente, del caso si aprissero strade, si troveranno altri modi).

A Putin è addossata la colpa di aver deportato in Russia migliaia di bambini ucraini dopo l’inizio del conflitto. La decisione è stata presa senza che ci sia stato alcun dibattimento e senza aver ascoltato la difesa, che avrebbe addotto come motivazione dell’azione la necessità di evitare ai bambini del Donbass, regioni abitate da filo-russi (molti dei quali sono scappati in Russia),  gli orrori della guerra.

Fin dall’inizio della guerra ucraina uno dei punti fermi della strategia degli Stati Uniti è stata quella di isolare Putin. Il mandato d’arresto dell’Aja va in questa direzione, dal momento che lede ancor più l’immagine dello zar a ne limita le possibilità di interlocuzione e di movimento, dal momento che il mandato può essere eseguito da qualsiasi forza di polizia.

Certo, è difficile che possa essere eseguito, ma le visite di Stato e la sua partecipazione ai summit internazionali – ad esempio il prossimo G-20 in India – dovranno essere studiate con la cautela del caso.

Atti giudiziari e contraddizioni

Si può annotare, per mera curiosità, come proprio in questi giorni Kiev stia chiedendo con insistenza a Washington le bombe a grappolo, vietate dalle convenzioni internazionali e micidiali per i bambini, come dichiarato di recente da  Josh Rogin, un attivista per i diritti umani, al Washington Post.

Come si può annotare che la sentenza giunge in costanza dei venti anni dall’invasione dell’Iraq, ricordata in questi giorni anche dai media Usa con l’usuale banalizzazione delle acclarate, quanto tragiche, responsabilità americane.

Bizzarro che Biden, che ha contribuito con il suo voto all’invasione, abbia dichiarato “giustificata” la sentenza del tribunale dell’Aja, classico esempio di come la pagliuzza nell’occhio altrui sia percepita come più grave della trave conficcata nel proprio (peraltro, gli Usa hanno sempre rifiutato con sdegno la giurisdizione del tribunale in oggetto, per cui il commento appare del tutto fuori luogo).

La tempistica della sentenza non appare affatto casuale. Infatti, giunge proprio a ridosso della visita di Xi Jinping a Mosca, come rileva con l’enfasi del caso il New York Times, che titola: “Il leader cinese incontrerà Putin all’ombra del mandato di arresto per crimini di guerra”. Insomma, la mossa della Corte ha anche l’effetto di depotenziare l’incontro tra i leader delle due potenze rivali degli Stati Uniti.

La visita di Xi a Mosca ha un’importanza notevole, forse storica, anche perché il leader cinese vi arriva dopo aver incassato il suo terzo mandato presidenziale, ponendo fine alle speranze di quanti per anni hanno lavorato nel segreto per detronizzarlo (vedi ad esempio l’intervista di George Soros che, a gennaio del 2021, annunciò che il leader cinese era “finito”).

La visita di Xi e il possibile arresto di Trump

La rilevanza della visita è indicata anche dalla sua durata, cioè due giorni: non un incontro simbolico, ma di lavoro. Ma a dare rilievo storico al viaggio è soprattutto la data, dal momento che la visita inizierà il 20 marzo, giorno nel quale ricorre il ventennale dell’invasione dell’Iraq. Coincidenza non certo casuale.

Va ricordato che, nella mente dei suoi ideatori, l’intervento in Iraq non serviva solo per depredare Baghdad del suo petrolio e prendere il pieno controllo del Medio oriente (prospettiva, quest’ultima, fallita), ma aveva soprattutto una portata simbolica. Serviva, cioè, a suggellare il dominio incontrastato degli Stati Uniti sul mondo, a dare forma definitiva e irrevocabile al nuovo ordine mondiale unipolare.

Putin e Xi, che stanno lavorando alla costruzione di un nuovo ordine multipolare, hanno deciso di annunciare in via ufficiale la loro prospettiva globale proprio in quel fatidico anniversario.

La guerra vera, quella dalla quale dipendono le sorti del mondo, si gioca a questo livello e si dipana in vari modi. La Corte dell’Aja, con la sua decisione, è diventata, volente o nolente, parte attiva di questa guerra.

Interessante, a margine, annotare che in questi giorni si stanno rincorrendo le indiscrezioni su un possibile mandato di arresto anche per Donald Trump, che sta chiedendo con insistenza la pace per l’Ucraina ed è percepito come un nemico esistenziale dell’establishment votato al dogma unipolare.

L’arresto dell’ex presidente Usa, secondo tali indiscrezioni, potrebbe avvenire addirittura nella prossima settimana, cioè in concomitanza o poco dopo la visita di Xi in Russia. Se accadesse, si avrebbe un duplice effetto: verrebbe eliminato (o, almeno, si tenterebbe di eliminare) un pericoloso antagonista del sistema e il summit moscovita sarebbe derubricato a evento secondario.

Ad oggi l’indiscrezione su Trump sembra poco credibile, anche per le possibili conseguenze sul piano sociale, ma la follia del momento è tale che non possiamo escludere la possibilità.

Ps. A margine, riferiamo un passaggio dell’intervista della povera Olena Zelenskaia, la first lady ucraina, che in questi giorni è volata negli States, dov’è stata accolta sotto l’ala protettrice di Hillary Clinton, la più feroce sostenitrice del regime-change siriano e dell’intervento Nato in Libia (strana compagna di merende per una donna che intende sensibilizzare il mondo sulla tragedia dell’invasione russa).

Esilarante un passaggio dell’intervista, nella quale la moglie di Zelensky racconta di come una donna ucraina, affacciatasi alla finestra, abbia scorto un drone russo e l’abbia abbattuto con un barattolo di pomodori pelati. “Solo una donna ucraina poteva far questo…”, ha concluso. L’immaginifica rivelazione è stata accolta con sorrisi compiaciuti sia dai cronisti che l’intervistavano che dalla Clinton. Rivelazione e reazioni dicono tanto dell’insostenibile leggerezza della narrativa di guerra.

 

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