Il dito e la luna del riarmo europeo

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Il dito e la luna del riarmo europeo


di Marco Bonsanto

Si vis pacem para bellum!, afferma von der Leyen in perfetto stile mussoliniano. Un’emergenza dopo l’altra, alla fine l’UE si è calcata pure l’elmetto (a punta, natürlich!). Con il sollievo di tutti gli europeisti della TV, delle università e delle piazze, che hanno improvvisamente riscoperto il valore fondamentale della deterrenza per la (propria) Sicurezza.

La cosa non è davvero difficile da capire. Per parafrasare una salace espressione romanesca: è stato bello fare i pacifisti con le atomiche degli altri! Con la classica inversione a U tipica degli ipocriti d’ogni tempo e landa, i nostrani progressisti di Sinistra si riscoprono oggi dei militaristi più convinti che mai: Scurati, Galimberti, Serra, giù giù fino a Guccini, Vecchioni e Jovanotti, non ne possono più degli imbelli bamboccioni tirati su dal benessere troppo a lungo propinatoci da mamma Europa! Lo scopo ultimo dell’Unione Europea è finalmente emerso con chiarezza: forgiare “guerrieri” – non già formare laboriosi, pacifici, coltivati e critici cittadini democratici!

A parte il fatto di essere rimasti ad una concezione della guerra un po’ datata (l’Iliade è passata da un pezzo...), la propaganda eterodiretta di questi cd. intellettuali ha l’indiscutibile merito di rivelare l’autentica natura dell’UE: un’istituzione autocratica, antidemocratica e guerrafondaia che, come ogni Regime degno di questo nome, si maschera dietro parole mielate, quali “democrazia”, “solidarietà”, “pace” e “benessere”. A mano a mano che il discredito erode la legittimità delle istituzioni europee e il consenso di chi le rappresenta, la propaganda di sistema converge sempre più e involontariamente verso la verità delle cose, la maschera del bene si modella progressivamente sul vero volto del potere. Accadde così anche al Fascismo storico, che ancora all’8 settembre 1943 vantava un certo credito nella pubblica opinione dovuto alle sue pregresse politiche sociali; ma che ridotto poi alle indigenze della RSI, si mostrò per quel che in fondo era sempre stato, la Banda Koch della politica italiana.

Lo stesso vale oggi per l’UE. Finché legittimata dagli USA a guida Democrat, essa ha potuto imporre di sé l’immagine autoaccreditata di una benevola istituzione volta alla pace e alla prosperità, nonostante tutte le angherie regolarmente perpetrate a danno dei popoli europei e non solo. Viceversa, oggi che agonizza nella morsa sovranista azionata da Trump e Putin, si mostra per quello che è e per cui è stata inventata: un lager tecnocratico a beneficio della finanza e delle corporation globaliste. Le sue attuali, reali difficoltà politiche ne mostrano così l’autentica faccia, facendo affiorare dalla sequela di emergenze fittizie di cui è vissuta finora l’essenza inevitabile di ogni vero regime dispotico: il bellicismo.

Con il piano Rearm Europe l’UE sfonda l’ultima finzione che la teneva in piedi secondo la retorica dei Padri Fondatori di Ventotene: l’essere una realtà politica votata alla ricerca e al mantenimento della Pace, dopo i disastri delle due guerre mondiali. Poco importa che sia autentico o soltanto “da parata”, la scelta e la funzione del bellicismo sono pur sempre gli stessi: legittimare scellerate politiche economiche a beneficio di pochi ingordi irresponsabili, ma questa volta senza più alcun tipo di resistenza da parte dei cittadini e degli Stati membri, secondo il poco democratico motto “chi non è con me, è contro di me!”. L’emergenza bellica, infatti, non è un’emergenza come le altre, ma sui generis, originaria potremmo dire, perché derivata dalla presunta volontà malvagia di un altro popolo, i Russi, vicino eppur politicamente inassimilabile agli Europei, secondo la dialettica schmittiana di “amico/nemico”.

L’UE è stata finora, infatti, un’istituzione giuridica fondata sulle “emergenze globali”. Da quando è nata non si è occupata d’altro. Per essa non vi sono semplici problematiche d’ambito a cui far fronte, crisi locali o di contesto, programmi di giustizia sociale da implementare, o politiche di settore da armonizzare – come per tutte le altre compagini politiche del mondo, anche grandi – ma sempre e solo crisi globali, che continuamente minacciano la sopravvivenza degli Europei o addirittura del mondo intero, e che perciò vanno affrontate con strumenti di finanza globalizzata che sfuggono al controllo degli Stati, e spesso in deroga ai diritti individuali delle democrazie liberali.

A sfide globali, risposte globaliste, insomma.

L’origine relativamente recente di questa narrazione catastrofica è nelle previsioni del rapporto I limiti dello sviluppo (1972), commissionato al MIT dal Club di Roma, fondato alla fine degli anni Sessanta da Aurelio Peccei (alto dirigente Fiat negli USA di Nixon). È la medesima narrazione immediatamente accolta, propagandisticamente ingigantita e resa politicamente operativa dal WEF di Klaus Schwab, a partire dallo stesso anno. In quello studio ritroviamo tutte le previsioni apocalittiche (cambiamento climatico, sovrappopolamento, pandemie, esaurimento delle fonti fossili, dell’acqua, ecc.), che stanno alla base del cambio di paradigma economico promosso dall’amministrazione Nixon con la fine di Bretton Woods; vale a dire la progressiva, drastica limitazione dell’economia produttiva (tendenzialmente inquinante e nazionalista) a vantaggio di quella finanziaria (dematerializzata e  globalizzata).

L’Europa di Maastricht sembra essere nata per implementare politiche economiche improntate a questo programma, distinguendosi sin da subito per il particolare mix retorico di paventate imminenti catastrofi e radiose soluzioni finanziarie. Fin dalla sua nascita, infatti, non ha fatto altro che porre aut-aut apocalittici ai popoli europei.

Ha spinto gli Stati membri ad aderire alla sua propria fondazione (1992) come unica soluzione alla loro storica litigiosità, e dunque per conseguire la Pace. Ha forzato i paesi più grandi e recalcitranti, e tra questi l’Italia, ad aderirvi dalla previsione catastrofica dell’insostenibilità del debito statale in valuta nazionale (in questo generosamente aiutata dalla speculazione di Soros sulla Lira e da quella interna di Draghi e Ciampi a metà anni Novanta, con la sottoscrizione-capestro dei derivati della Goldman Sachs e degli swap della Morgan Stanley). Ha operato con la compressione dei diritti costituzionali dei suoi cittadini e una manciata di guerre preventive in Medio Oriente per la lotta al terrorismo islamico di matrice occidentale (2001-2020), che minacciava di estinguere il paradiso della nostra civiltà omologata, consumistica e alienata (inshallah!). Ha deciso di salvare coi soldi pubblici le banche private indebitate per la speculazione sui debiti Sovrani (2008-2012), poiché “to big to fail” avrebbero trascinato catastroficamente con sé l’intera economia continentale. Ha fatto “whatever it takes” per salvare l’Euro (2012) – unica sua ragione d’esistenza – dalla crisi valutaria che ne è seguita, obbligando per anni all’Austerity tutti i paesi membri, introducendo vincoli di bilancio nelle Costituzioni nazionali, e deprimendo per oltre un quindicennio l’iniziativa dei governi meridionali (ma non quella di Germania e Francia, mai sanzionate). Ha preteso di salvare il Pianeta dall’arrostimento globale (2019-2024) forzando gli Stati e le imprese produttive ad assurde politiche green (cappotti termici, impronta sostenibile, auto elettriche, parchi eolici deturpanti, insetti a tavola, carne e latte sintetici, ecc.). Ha voluto benevolmente salvare l’Umanità dall’apocalisse della Pandemia da Covid (2020-2022), drenando enormi quantità di ricchezza pubblica nelle tasche delle aziende farmaceutiche private e stroncando ogni forma di dissenso con la più criminale sospensione delle libertà costituzionali che si sia mai vista dal 1945 in poi. Con il PRRN (2021-2026) ha poi imposto a istituzioni pubbliche, società e imprese, l’indispensabile transizione digitale a debito nazionale, senza la quale non avremmo più potuto “concorrere” nel mondo globalizzato, restando rovinosamente indietro rispetto ai colossi asiatici. E infine si è protesa in aiuto dell’Ucraina nazificata (2022-2025), vero baluardo dei nostri valori europeisti minacciati dalla Russia.

È questa l’atmosfera generale che viene confermata dal Rapporto Niinistö (2025), richiesto da von der Leyen per organizzare il suo piano di riarmo: “La minaccia di guerra posta dalla Russia alla sicurezza europea ci obbliga ad affrontare questo aspetto come elemento centrale della nostra preparazione, senza compromettere il lavoro di preparazione ad altre minacce importanti. Ciò include quelle connesse a sconvolgimenti dell'economia globale, disastri causati dal cambiamento climatico o un’altra pandemia”. Insomma, occorre prepararsi a tutto perché il giardino europeo è minacciato da ogni lato, da ogni cosa, continuamente. Vive esclusivamente di questo.

Ogni volta questa narrazione catastrofista è servita ad imporre politiche dall’alto senza consultazione dei cittadini, né confronto, né possibilità di replica o di alternativa. Mentre l’opinione pubblica è distratta dal dito delle emergenze, nessuno guarda alla luna dei profitti stellari che grazie a ciò vengono intascati da banche e fondi d’investimento privati, con il loro codazzo di multinazionali dell’High Tech, degli Armamenti e della Farmaceutica. I politici e le istituzioni dell’UE sono le teste di legno di queste piratesche corporation a vocazione globalista, di cui devono eseguire gli ordini allo scopo di permettere il sistematico e criminale drenaggio della ricchezza pubblica e privata nei loro forzieri.

Il piano di riarmo europeo è l’ennesimo programma di questo genere. Non ha niente a che fare con la sbandierata minaccia russa, né per come è congegnato può servire da vero deterrente militare nell’eventualità di un attacco esterno. La Russia è solo il pretesto per riconvertire i capitali dei Fondi speculativi e delle banche d’investimento su un nuovo business trainato da una nuova emergenza. Dopo lo tsunami delle politiche economiche e geopolitiche trumpiane, infatti, occorre riposizionare rapidamente i capitali repentinamente ritirati dagli investimenti green, vaccinisti e woke. Cioè da buona parte dell’Agenda 2030. Resistono quelli sul digitale e l’AI, che per la natura tecnicamente trasversale del comparto non subiscono flessioni importanti, per il momento.

Nei primi giorni del suo nuovo insediamento Trump ha annunciato al WEF la fine delle politiche statali statunitensi ai programmi “progressisti” generosamente incentivati dai suoi predecessori, confermando così ai suoi avversari tutte le “promesse” della campagna elettorale. Ha tagliato i fondi pubblici a supporto degli investimenti green per circa 300 miliardi, facendone di fatto crollare il mercato. Ha spinto undici Stati repubblicani (tra i quali il Texas) a far causa ai colossi Black Rock, Vanguard e State Streets, per aver portato avanti “un’agenda politicizzata e distruttiva” contro l’industria del carbone con un danno considerevole all’economia produttiva di quegli Stati, con ciò provocandone l’uscita dalla Net Zero Asset Managers Initiative per l’estinzione dei gas serra entro il 2050. Ciò ha provocato un domino che ha coinvolto tutti gli altri Fondi e istituti d’investimento, di fatto stroncando la narrativa sul cambiamento climatico, passato rapidamente in cavalleria come già era stato per il business delle pandemie a comando.

A quest’ultimo scopo è valsa l’uscita degli USA dall’OMS, ritenuta un’istituzione compromessa nel suo statuto dallo strapotere di filantropi privati (leggi: investitori), come la Bill e Melinda Foundation, AVI e BigPharma al gran completo. La nomina di Robert Kennedy jr a capo della Sanità americana e del dott. Jay Bhattacharya a direttore del National Healt Institute (NIH), ha affossato i titoli delle aziende protagoniste del vaccinismo mondiale, che hanno spadroneggiato durante la Pandemia grazie alla complicità di governi e istituzioni pubbliche, prima fra tutte il NIAID statunitense guidato da A. Fauci.

La scure trumpiana si è rivolta infine alle politiche del cosiddetto capitalismo woke (o politicamente corretto), abbracciato nell’ultimo lustro dalle grandi multinazionali. Come messo in luce da Carl Rhodes nell’omonimo libro, questo capitalismo ha utilizzato i diritti civili come una testa d’ariete per aggirare e in certi casi sovvertire i diritti fondamentali, che costituiscono un fattore di resistenza alla libera penetrazione del capitale transnazionale nelle democrazie costituzionali, di fatto sostituite dalle aziende private nella salvaguardia di taluni diritti (di fatto, privilegi) delle minoranze. Già a dicembre 2024 Trump ha supportato il lancio di un Exchange-Traded Fund (ETF) di Azoria Partners, dichiaratamente anti-woke, che mira a raccogliere un miliardo di dollari entro la fine del 2025, escludendo tra le cosiddette S&P500 quelle che adottano al loro interno principi della Diversità, dell’Equità e dell’Inclusione (DEI). Ciò ha costretto le aziende (in primis Walmart e a seguire tutte le altre che contano, fino alla Disney) a rinunciare alle politiche DEI, innescando un processo a catena. Boicottando apertamente le politiche woke nell’amministrazione statale, nell’esercito e nelle università, tagliando i fondi già stanziati per incentivarne la promozione nel settore privato, Trump ha di fatto mandato a monte la pericolosa iniziativa.

È l’insieme di queste politiche ad aver generato la necessità del piano di riarmo europeo, non la minaccia russa, che di fatto non esiste. La Federazione Russa non è certo l’URSS del 1945, che aveva dalla sua l’ideologia comunista da esportare nel mondo, una mobilitazione totale indotta dalla guerra mondiale e una accanita volontà di rivalsa contro l’aggressore tedesco che la portò con le armi in pugno fin nel cuore d’Europa. Pur avendo il più grande arsenale atomico e molte expertise nel settore della guerra informatica e in quella a distanza, la Russia di oggi non potrebbe dispiegare uomini sufficienti, e sufficientemente addestrati e motivati, ad una “invasione” dello spazio europeo, né mantenere eventuali avamposti strategici per troppo tempo col dispendio di risorse che ciò comporta. Lo dimostrano chiaramente le difficoltà incontrate per invadere e “liberare” le quattro regioni ucraine occupate. Senza contare lo smacco morale subito nel Kursk. Ma soprattutto non ne avrebbe la motivazione, non avendo certamente bisogno di uomini per le proprie industrie, né potendo ricavare da una eventuale invasione ulteriori fonti energetiche (che l’Europa non possiede), né potendo contare sul mercato europeo per imporre i propri specifici prodotti (che non ha, se non in limitatissimi settori). Alle mire imperialistiche del “tiranno” Putin, novello Stalin, fingono di crederci infine soltanto la von der Leyen e la sua comare di merende Kallas.

 Non potendo più contare sulla mangiatoia dello Stato federale USA offertagli dai Democrat, i globalisti puntano ora sull’industria europea, spingendo perché l’UE incentivi spese pubbliche a favore di colossi nostrani come Reinmhetal, Dassault Avion, Leonardo, Finmeccanica, ma anche Volkswagen e Stellantis (riconversione militare del settore Auto). Tutte aziende sulle quali i fondi d’investimento hanno spostato recentemente i propri investimenti, per esempio dirottando ingenti ESG (Fondi per la difesa dell’Ambiente e del Sociale) sui capitali dei colossi delle Armi, alla faccia del greenwashing!

Con il piano da 800 miliardi della von der Leyen (150 dei quali a prestito per gli Stati membri e altri 650 creati da questi ultimi attraverso il proprio debito pubblico, non computabile però ai fini del Fiscal Compact), le azioni delle aziende di armamenti europei diventeranno sempre più lucrose, compensando i mandanti dell’UE dalle perdite inflitte loro dall’amministrazione Trump. A queste basi si aggiungeranno secondo i piani anche i risparmi privati, che i tecnocrati dell’UE vogliono riconvertire in investimenti per il riarmo. Ciò accadrà, probabilmente, dapprima attraverso l’offerta ai risparmiatori di obbligazioni statali vantaggiose; poi, quando la bolla sarà scoppiata, sottraendogli forzosamente quegli stessi risparmi per salvare le banche troppo indebitate, che però nel frattempo avranno lucrati profitti stellari per i propri stakeholder di maggioranza. Uno schema già visto per altre politiche recenti.

Insomma, come per altre emergenze, il busillis è tutto qui: permettere ai veri padroni dell’UE di continuare le loro speculazioni garantite dalle ricchezze nazionali. Il piano di riarmo è in realtà un miserabile bluff, cui i governi nazionali, con poche eccezioni, si sottopongono per obbedienza ai loro committenti. E anche questa volta, come per la Pandemia, il solerte plenipotenziario delle banche, Mario Draghi, detta la linea da seguire con il suo Rapporto sulla competitività europea.

Ma la coperta della propaganda europeista questa volta è veramente troppo corta, perché non basta fabbricare armi convenzionali per avere deterrenza contro il più grande parco atomico del pianeta! Lo sganciamento di Trump dalla NATO e dagli obblighi di difesa europea, rende perciò già ridicolo un tale piano. Né bastano le armi per avere un esercito unico europeo, che per statuto dei Trattati è pure inattuabile. Servono strutture di coordinamento militare comuni, che non ci sono. Servono strutture di condivisione di intelligence, che non ci sono. Serve una dimensione industriale uniformata per le armi, le munizioni e le infrastrutture logistiche, che non c’è. Servono un’aviazione e una marina comune, che non ci sono. E serve soprattutto una politica estera comune, che non c’è. Tutte cose che, volendo perseguirle veramente, richiederebbero decenni, solo per essere realizzate.

Ma questa ennesima propaganda catastrofista avrà forse il merito di far emergere definitivamente agli occhi dell’opinione pubblica europea l’essenza stessa dell’UE, quello di un regime oligarchico e autocratico nemico dei suoi stessi popoli. È ancora una volta contro questi ultimi, che serve il riarmo.

Rinunciando alla diplomazia, agli accordi bilaterali, alle azioni concertate e alle mediazioni degli organismi sovranazionali finalizzate alle risoluzioni delle controversie tra Stati, l’UE rinuncia oggi all’ultimo suo blasone di superiorità, quello stesso per cui le fu assegnato nel 2012 il Premio Nobel per la Pace.

Come afferma Lucrezio, è soltanto nel momento di vera difficoltà che ognuno rivela ciò che è: “Cade allora la maschera, e compare il volto vero”.

 

Marco Bonsanto

Marco Bonsanto

Marco Bonsanto

Marco Bonsanto è un filosofo magnogreco che a causa della Modernità deve lavorare per vivere. Ha studiato a Torino, dove è nato e da cui è evaso ancor giovane, e poi a Napoli, “un paradiso abitato da diavoli” che ha felicemente dato un senso al suo cognome. Ha scritto molto e di molte cose, occultando il proprio nome per non essere scoperto. Per aver a lungo bighellonato al sud è stato infine deportato a Padova; dove da dieci anni, per vendicarsi, infetta col dubbio i liceali. Da bambino tifava Milan; ma adesso, sul precipizio dei cinquant’anni, è il diavolo che fa il tifo per lui.

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