Il boicottaggio contro Netflix per il sostegno a Israele funziona e "La Stampa" reagisce così...

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di Agata Iacono


"Finiremo come la Russia". Così dicono fonti citate da Haaretz, produttori e operatori di Netflix, all'indomani della conferma dell'interruzione delle serie israeliane.

Cosa sta succedendo? Migliaia di utenti sui social network hanno lanciato la campagna di boicottaggio contro la famosa rete televisiva internet leader del mondo, di Netflix, per il suo dichiarato sostegno a Israele. 

Le campagne di boicottaggio delle aziende che producono in Israele o lo sostengono anche indirettamente, per indurlo a desistere dal genocidio di bambini e donne palestinesi, ma la famosa piattaforma, che ha lanciato serie israeliane ambientate anche in contesti di guerra, è stata accusata di essere

"Veramente Israeliana"! Una foto dal sito Netflix accompagna i post con l'hashtag "#Boycott_Netflix" e il titolo "Netflix ora è veramente israeliano" sulla piattaforma X.

La campagna virale sui social media ha utilizzato, infatti, una foto dal sito della piattaforma Netflix con un comunicato stampa intitolato "Netflix ora è veramente israeliano"


Immagini insanguinate del logo hanno indotto molti utenti, anche italiani, a disdire l'abbonamento da Netflix e moltissimi attori oggi rifiutano di accettare di lavorare per produzioni israeliane per non essere associati al genocidio e non essere accusati di esserne complici.




Tra l'altro, ciliegina sulla torta, gli attori Halevi e Amedi, della fortunatissima serie Fauda, distribuita in tutto il mondo, hanno scelto di combattere veramente con l'esercito israeliano di occupazione, passando dalla finzione alla realtà con una facilità che ha lasciato a dir poco perplessi molti utenti .


Nel mondo del mercato vince il mercato.

Non è stato l'appello all'umanità, alla pace, non sono state le immagini dello sterminio dei palestinesi che hanno fatto fare dietrofront a Netflix. E con Netflix, anche Apple chiede di smettere di continuare a lavorare sulla sceneggiatura della serie. Non ci facciamo illusioni. Guardano al mercato, al consumatore, alla possibilità, sempre più reale e vicina, di perdere profitti, di dover pagare per il sostegno ad Israele.

Così scrive il giornale israeliano Haaretz:

"Le serie televisive israeliane sono diventate sempre più popolari negli ultimi anni, con le emittenti che stringono accordi con i loro colleghi stranieri. Ma dallo scoppio della guerra la cooperazione è stata congelata. "Rischiamo di diventare come la Russia", avverte un produttore".

E dalla stampa italiana, come sempre, il meglio."Prima vennero a boicottare McDonald’s, Starbucks, Carrefour, Coca Cola e a chiedere alle casse dei supermercati da dove provenissero i datteri per far fallire lo stato di Israele. Poi vennero a boicottare la partecipazione di Israele a Eurovision scrivendo caroselli su Instagram, poi venne la Federazione internazionale di hockey su ghiaccio a boicottare la nazionale israeliana per garantire la «sicurezza» di tutti i partecipanti, e infine vennero a boicottare le serie tv israeliane." Così chiosa in Italia La Stampa, addirittura parafrasando una citazione "colta" del pastore Martin Niemöller, attribuita spesso a Brecht, che condannava l'inattività degli intellettuali tedeschi di fronte all'orrore del nazismo e della persecuzione degli ebrei. Non sono da meno, anche senza patetici tentativi di citazioni colte, i vari dispacci brevissimi di regime, attenti però a non evidenziare il sempre maggiore isolamento di Israele, ma, al tempo stesso, con "vibrante condanna di questa nuova modalità di antisemitismo".
 
Non si rendono conto che chi sta abbandonando Israele, chi lo sta boicottando, disinvestendo, è lo stesso sistema di potere finanziario che lo ha sostenuto fino ad oggi. Le sanzioni, autoinflitte dal mercato globale sembrano, veramente, funzionare molto meglio di quelle suicide che l'Italia, l'Europa, gli schiavetti NATO, obbedendo  agli USA, hanno imposto alla Russia, accelerando al tempo  stesso la debacle dell'occidente atlantista e l'espansione inarrestabile dei Brics.

Adesso è il mercato stesso, quel mercato che si è sostituito all'umanità, al diritto internazionale, alla solidarietà, alla democrazia e alla Pace che ha  deciso: 
Israele non è più un prodotto vendibile.


AGGIORNAMENTO

Intanto circa 1.500 artisti  finlandesi e islandesi hanno lanciato sottoscritto due petizioni per chiedere l'esclusione di Israele dalla prossima edizione di Eurovision Song Contest .

Nelle petizioni si chiede espressamente all’Unione Europea di radiodiffusione (EBU), l’organizzazione internazionale che si occupa dell’Eurovision Song Contest, di escludere Israele (così come è  stato fatto con la Russia dal 2022). Nella petizione finlandese si legge "..non è in conformità con i nostri valori che un paese che commette crimini di guerra e continua un’occupazione militare abbia un palcoscenico pubblico per ripulirsi l’immagine in nome della musica".
Si chiede inoltre alla Yle, (TV pubblica finlandese), di boicottare il più  importante concorso musicale, nel caso in cui la partecipazione di Israele venisse confermata.
 
È solo l'inizio.



Agata Iacono

Agata Iacono

Sociologa e antropologa

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