Giulio Palermo a l'AD: "La strategia imperialistica Usa in Europa ha radici lontane. In Ucraina assistiamo all'ultimo atto"

Giulio Palermo a l'AD: "La strategia imperialistica Usa in Europa ha radici lontane. In Ucraina assistiamo all'ultimo atto"

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di Alessandro Bianchi


"La distruzione delle risorse materiali dell’Ucraina è la prerogativa per l’accaparramento delle sue risorse materiali e umane nella fase di ricostruzione". Giulio Palermo, economista autore con la nostra casa editrice di "Il conflitto russo-ucraino" (LAD, 2023), ci rilascia una lunga e illuminante intervista per argomentare e attualizzare le sue tesi ad oltre un anno dall'inizio dell'operazione speciale russa.




"Il continente europeo costituisce la scacchiera ma gli scacchi sono per lo più americani e russi e, sullo sfondo, cinesi. La strategia europea per l’Europa semplicemente non esiste. Esistono interessi economici convergenti e divergenti tra settori e tra stati". Stiamo vivendo una fase di cambiamenti epocali ma per quel che riguarda i processi finanziari Giulio Palermo invita alla prudenza perché il ruolo del dollaro nel breve e medio periodo resta ancora forte. Ma nel lungo periodo i movimenti tellurici saranno inevitabili. "Anche se per il momento questo processo sembra portare alla progressiva chiusura tra blocchi contrapposti, la crescita di un sistema di relazioni internazionali meno sbilanciata su un singolo attore è vista da molti paesi con interesse. La Cina e la Russia hanno le carte in regola per guidare questo processo, sia economicamente, sia politicamente, sia anche militarmente. E a un certo punto anche i paesi europei dovranno fare le loro scelte. È nel corso di queste trasformazioni reali dei rapporti economici, politici e militari che si ridefinirà nel tempo il ruolo del dollaro, il suo ridimensionamento e la fine della sua egemonia, non attraverso semplici accordi per denominare i contratti in rubli o in renminbi.", chiosa l'economista.



L'INTERVISTA


D. Nel suo "Conflitto russo-ucraino" porta avanti la tesi che l'imperialismo Usa abbia come obiettivo principale l'Europa attraverso il pretesto ucraino. Ad oltre un anno dall'inizio del conflitto a che punto siamo?

R. La strategia imperialistica Usa in Europa ha radici lontane ed è tutt’uno con la politica antisovietica prima e antirussa poi. Un anno di conflitto ufficiale tra Russia e Ucraina (e già, perché otto anni di aggressione armata nel Donbass e in altre parti del paese da parte delle forze golpiste armate dalla Nato non contano come guerra nella narrazione occidentale) non cambia veramente i termini del problema. Stati uniti e Unione europea sono le aree economiche con il più alto grado di integrazione nel mondo. Questo è il risultato di un lungo processo. Nella fase imperialistica del capitalismo, i rapporti tra stati sono sempre più condizionati dai rapporti tra capitali. Per questo, invece di cercare l’origine dei rapporti Usa/Europa e la nascita stessa dell’Unione europea negli alti valori liberali, nell’unità dei popoli e nella solidarietà internazionale, conviene ripercorrere il processo di integrazione economica sotto la guida dei capitali transnazionali.

L’asimmetria economica tra i capitali sulle due sponde dell’Atlantico — che è alla base del disegno imperialistico Usa in Europa — si definisce all’indomani della sconfitta nazista nella Seconda guerra mondiale.

Storicamente, non si può dire che gli Stati uniti abbiano dimostrato una grande reattività all’avanzata nazista in Europa. Per tutta la prima fase della guerra, la disfatta dei paesi capitalistici di fronte all’esercito tedesco è totale e la resistenza al nazismo riposa quasi interamente sulle spalle dell’Unione sovietica. Stalin chiede ripetutamente agli alleati l’apertura di un secondo fronte contro la Germania — il fronte occidentale — per costringere Hitler ad allentare la presa a est. Ma gli Stati uniti e l’Inghilterra tergiversano.

Decidono di passare all’azione nel giugno del 1944, con lo sbarco in Normandia, dopo che l’Armata rossa ha stroncato le truppe naziste e avanza ormai inarrestabile verso Berlino. E soprattutto dopo aver organizzato minuziosamente la conferenza di Bretton Woods (New Hampshire, Usa), che si terrà nel mese successivo: un mega-incontro di tre settimane tra le principali potenze capitalistiche in cui si definisce il quadro economico-finanziario postbellico, incentrato sul dollaro e sul capitale finanziario statunitense.

Da allora, la penetrazione dei capitali americani in Europa è aumentata sensibilmente, prima attraverso il piano Marshall — un colossale piano di investimenti Usa in Europa — poi attraverso ulteriori esportazioni di capitali e fusioni con i capitali europei.

Finché è convenuto, gli Stati uniti hanno imposto un regime di tassi di cambio incentrato sul dollaro — che ha consentito alla valuta statunitense di imporsi come riferimento internazionale — e quando non è più servito, lo hanno abolito, nel 1971, con un gesto unilaterale del presidente Nixon, in violazione degli accordi che proprio gli Stati uniti avevano imposto. Risultato: il più grande default della storia del capitalismo (il rifiuto degli Stati uniti di onorare i propri impegni finanziari) si è risolto con nuovi accordi valutari tra i principali paesi capitalistici per scaricare i problemi finanziari degli Stati uniti sul resto del mondo.

È in questo quadro di rapporti asimmetrici di forza che si sviluppa l’unificazione europea, un’unificazione commerciale, monetaria e finanziaria voluta proprio dal capitale Usa, al fine di penetrare e soggiogare ordinatamente l’intera area economica europea.

Nel libro, dedico un intero capitolo a ricostruire il lungo processo che porta alla creazione dell’Unione europea e dell’euro, sottolineando il ruolo cruciale degli Stati uniti. Parallelamente, sul piano politico e militare, analizzo il processo di espansione della Nato, come braccio armato del processo di espansione economico-finanziaria.

In quest’ottica più generale, l’Ucraina è poco più di un tassello, per quanto decisivo, di un lungo processo di espansione dei capitali e delle forze armate statunitensi in Europa.

La distruzione delle risorse materiali dell’Ucraina è la prerogativa per l’accaparramento delle sue risorse materiali e umane nella fase di ricostruzione, un bottino allettante per tutte le potenze occidentali. Ma il vero obiettivo strategico degli Stati uniti non è affatto la conquista economica dell’Ucraina bensì quella dell’Europa. La guerra contro la Russia deve essere lunga e costosa. È questo il modo migliore per allentare i rapporti tra la Russia e l’Unione europea, indebolendole entrambe.

Ma gli Stati uniti non vogliono veramente la fine dell’Unione europea e dell’euro. Sarebbe un autogol clamoroso. L’Europa è già americana, sia economicamente che militarmente. Non conviene affatto ingaggiare una guerra economica a tutto campo contro i capitali europei. Conviene invece stringere alleanze selettive, in determinati settori e in determinati paesi, e assicurarsi che l’Europa nel suo complesso agisca secondo gli interessi dei capitali statunitensi. Da questo punto di vista, la crescita di un asse russo-tedesco o addirittura russo-europeo costituiva un ostacolo oggettivo alla strategia Usa.

A un anno dall’intervento russo, la situazione economica e militare dell’Ucraina è disperata. L’Ucraina non ha futuro: militarmente, conta sulle armi inviate sempre più generosamente dai paesi Nato a un esercito mal addestrato, che ha subito già ingenti perdite; economicamente, è tenuta a galla dai prestiti internazionali, senza nessuna possibilità di ripagarli. Insomma, gli ucraini che non muoiono in guerra sotto l’artiglieria russa, saranno schiacciati in tempi di pace dal capitale Usa/Ue.

La guerra può e deve durare. Finché Stati uniti e paesi Nato hanno armi e denaro con cui sostenere l’Ucraina, the show must go on e finché l’Ucraina ha uomini deve mandarli a morire. Un anno e mezzo di sostegno aperto all’esercito ucraino e ai suoi battaglioni nazisti (che, per la verità, dettano legge su gran parte dl territorio ucraino ormai da nove anni) non è che l’inizio. Si deve fare in modo che i rapporti economici tra la Russia e l’Unione europea si interrompano per sempre, che si ridefinisca l’intero sistema di approvvigionamento energetico e di materie prime in Europa e che saltino definitivamente lo scambio tecnologico e i progetti di sviluppo congiunti con la Russia e con la Cina.

Insomma, gli Stati uniti vogliono creare una muraglia americana nel cuore dell’Europa per isolarla a est e costringerla ad accettare come referente la sola e unica superpotenza occidentale. Questo è in definitiva l’obiettivo della strategia Usa in Europa: forzare il divorzio tra Russia e Unione europea. Sulla pelle del popolo ucraino.


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D. Militarmente ed economicamente l'Ucraina sopravvive attraverso gli aiuti della Nato, da un lato, e del FMI e della Banca mondiale, dall'altro. In questa situazione di protettorato di fatto degli Stati uniti quale sarà il futuro dell'Ucraina?

R. Come dicevamo, l’Ucraina non ha futuro. Ma questo apparentemente non è un problema per nessuno, men che mai per le forze che la sostengono economicamente e militarmente. Nessuno degli alleati ha mai posto la questione e il presidente burattino è troppo impegnato nelle sue turné internazionali a sfoggiare simboli nazisti e a chiedere armi e soldi, per occuparsi del futuro del paese.

Si discute dei contratti post-bellici, di come svendere il paese ai creditori, di quanti e che tipo di carri armati e cacciabombardieri sono necessari, di sistemi missilistici e droni, di munizioni all’uranio impoverito e armi nucleari tattiche, ma i dati economici del paese e le condizioni sociali della popolazione sembrano non interessare a nessuno.

Nel 2022, secondo i dati della Banca mondiale, l’Ucraina ha subito una caduta del Prodotto interno lordo del 30%. Il 25% della popolazione vive in condizioni di povertà, il tasso di disoccupazione è al 35%, l’inflazione al 27%.

Prima del colpo di stato del febbraio 2014, la valuta ucraina era stabile a circa 8 grivne per dollaro. Il primo anno post-golpe segna la rovina della grivna, che, nel febbraio 2015, precipita a 27 contro il dollaro. Nel luglio 2022, la banca centrale ucraina deve svalutare di nuovo la grivna del 25%. Dal 2014, la perdita di valore della valuta ucraina rispetto al dollaro è del 350%.

Per un paese fortemente dipendente dal commercio estero, una svalutazione di questa entità, con dati macroeconomici in caduta libera, significa che l’ora della bancarotta è vicina. L’Ucraina aveva la Russia come secondo partner nelle importazioni (dietro la Cina) e come terzo nella destinazione delle esportazioni (dietro Cina e Polonia). La guerra economica, prima ancora che quella militare, è semplicemente insostenibile per il piccolo stato a ovest del continente russo.

Dopo aver rinunciato ai vantaggi commerciali e agli sconti di prezzo offerti dalla Russia, soprattutto in materia energetica, ora l’Ucraina importa il petrolio e il gas russi attraverso gli alleati occidentali: invece di uno sconto del 30% sul prezzo di mercato (che in assenza di tensioni politiche sarebbe all’incirca la metà di quello effettivamente prevalente), l’aspirante paese Ue/Nato compra ai prezzi correnti, sui quali paga anche una commissione di intermediazione ai paesi occidentali e, come se non bastasse, paga tutto quattro volte e mezzo più caro a causa della svalutazione della grivna.

Recessione, inflazione, svalutazione e debito non sono i migliori argomenti per presentarsi sui mercati finanziari a chiedere ulteriori aiuti. La credibilità finanziaria dell’Ucraina è ormai inesistente e queste misure estreme lo dimostrano. Non è più questione di prezzo ma di quando. Finanziariamente, i titoli del debito ucraino sono carta straccia. Se il loro prezzo non va direttamente a zero, è solo grazie alla politica.

Sostenere finanziariamente l’Ucraina, in queste condizioni, diventa sempre più costoso. Nell’ultimo anno, la Banca Mondiale ha mobilitato più di 23 miliardi di dollari in finanziamenti d’emergenza, di cui circa la metà a carico del bilancio della Banca mondiale stessa e l’altra metà fornita da Stati uniti, Regno Unito, Unione europea e Giappone. Mentre i lavoratori di questi paesi sono chiamati a stringere la cinghia, abbassare il riscaldamento, rinunciare alla sanità e alle pensioni, in nome delle tensioni internazionali, queste sono le cifre che i loro governi stanziano a favore della guerra alla Russia.


D. Le sanzioni imposte alla Russia hanno avvicinato Mosca ulteriormente alla Cina e ai blocchi di integrazione regionali asiatici. Emblematica da questo punto di vista la visita di Xi a Mosca. Totalmente dipendente dagli Stati uniti e isolato, quale sarà il futuro economico del continente europeo?

R. Per ragionare sul futuro conviene cercare di capire il presente, volgendo lo sguardo al passato. Attualmente, l’Europa è un continente occupato militarmente e penetrato economicamente dagli Stati uniti. L’integrazione tra i capitali americani ed europei continua a crescere e gli Stati uniti fanno il possibile per restare l’interlocutore privilegiato dei paesi europei.

Negli ultimi decenni, lo sviluppo cinese ha impensierito molto i capitali Usa. In Europa, in particolare, la Cina ha sviluppato rapporti economico-finanziari importanti e si è imposta come primo partner commerciale in molti paesi e settori economici. La Cina non è più il bacino produttivo mondiale delle merci a basso contenuto tecnologico bensì esporta merci e capitali in quasi tutti i settori ed è leader in molti settori high tech e green.

Contro la concorrenza cinese, gli Stati uniti usano il potere politico e la potenza militare ma in termini strettamente economici non riescono ad offrire contratti competitivi. Mentre la Cina propone incentivi e investimenti per attirare nuovi partner commerciali nella propria area economica, gli Stati uniti fanno minacce e pressioni politiche sui propri alleati per costringerli a rompere i rapporti con chi intralcia gli interessi del capitale Usa.

Difficilmente i margini di autonomia dell’Europa possono aumentare per iniziativa degli Stati uniti, della Cina, della Russa o dell’Ucraina. Al contrario, queste tendenze non possono che accentuarsi finché l’Unione europea e i singoli stati che la compongono accettano questo stato di subordinazione passiva agli interessi del capitale statunitense.

L’avvicinamento tra Russia e Cina è una conseguenza scontata del conflitto russo-ucraino. Ma, almeno nel caso della Russia, non è certo una scelta, è semmai una risposta quasi obbligata.

In definitiva, anche la Russia non ha molti gradi di libertà nelle sue scelte economico-finanziarie, sta semplicemente facendo l’unica cosa che può fare.

Senz’altro, avrebbe preferito continuare a fare affari con l’Europa mentre si ritagliava i suoi spazi in Asia, invece di ritrovarsi in una guerra economico-militare ai suoi confini contro i paesi con cui ha i maggiori rapporti commerciali. Anche se, ufficialmente, è la Russia che ha fatto la prima mossa, il 24 febbraio 2022, l’espansione a est della Nato e otto anni di guerra non dichiarata in Ucraina, a seguito di un colpo di stato voluto dagli Stati uniti e dall’Unione europea, non lasciavano alternativa al ministero della difesa russo.

Tanto sul piano militare, quanto su quello economico-finanziario, le risposte della Russia all’accerchiamento Nato e alle sanzioni economiche sono da manuale. Niente è improvvisato. La loro efficacia, tuttavia, non dimostra solo la capacità strategica della Russia bensì soprattutto quella degli Stati uniti. Le mosse della Russia non sono infatti una sorpresa per nessuno, almeno nei centri strategici degli attori in campo.

Nel caso della Cina, poi, la scelta di proporsi come paese neutrale e come mediatore d’eccellenza nel conflitto russo-ucraino è frutto di una valutazione attenta della politica statunitense e delle strategie di lungo periodo. Ma, anche in questo caso, i gradi di libertà della politica cinese sono ridotti.

La Cina è ai ferri corti con gli Stati uniti da anni. Non è certo il momento di arrivare allo scontro armato diretto. Non è negli interessi né degli Stati uniti, né della Cina. Almeno per ora. La sola via che ha la Cina per affermarsi come prima superpotenza economica, davanti agli Stati uniti, è quella di sottrarre spazio ai paesi orbitanti nell’area del dollaro, crescere nelle regioni del mondo ancora contese e sviluppare le organizzazioni internazionali alternative a quelle egemonizzate dagli Stati uniti, a cominciare dai Brics e dalle nuove aree economiche regionali.

Per questo, la Russia e la Cina non sono mai state così vicine. Eppure su entrambi i fronti del loro riavvicinamento, si tratta più di risposte alla politica Usa che di piani strategici indipendenti. L’accelerazione in corso, sia nei confronti della Russia, sia nei confronti della Cina, parte dagli Stati uniti, non dalla Russia o dalla Cina. Questo è un dato.

Xi Jinping e Vladimir Putin si sono incontrati per discutere del conflitto russo-ucraino e del rafforzamento delle relazioni bilaterali sul piano commerciale e finanziario. Non solo petrolio e grano, ma anche semiconduttori e aree valutarie alternative al dollaro. Tutti progetti che hanno un importante significato strategico ma che, per il momento, hanno basi prevalentemente difensive, in quanto risposte quasi obbligate alle mosse Usa. Perché, per il momento, l’obiettivo tattico degli Stati uniti è semplice: tenere alta la tensione e indebolire i rivali, forzando i propri alleati su sentieri senza ritorno.

In Russia, la perdita dei partner commerciali europei ha prodotto un buco di bilancio nelle imprese esportatrici. Gli sconti sulle esportazioni, dell’ordine del 25-30%, si ripercuotono infatti sul fatturato e sui profitti delle imprese russe. La politica di reindirizzamento delle esportazioni energetiche e di utilizzo dei proventi di tali esportazioni per rafforzare il tasso di cambio non è una vera scelta. È la difesa di chi è messo alle corde. Permette di arrivare alla fine del round ma, senza un cambio di strategia, non si invertono le sorti dell’incontro. Questa strategia comporta infatti una perdita finanziaria secca che sottrae risorse all’economia reale, ai progetti di sviluppo del paese e alla stessa economia di guerra. Nel lungo periodo, è insostenibile.

Le esportazioni russe di gas e petrolio sono ai massimi storici e superano i livelli precedenti l’intervento militare russo: l’Asia ha praticamente raddoppiato le importazioni energetiche dalla Russia, diventando il primo sbocco per le esportazioni russe davanti all’Europa. Le entrate delle compagnie petrolifere russe tuttavia hanno subito una contrazione del 43% rispetto all'anno scorso.

In Cina, i problemi sono meno evidenti ma la questione resta delicata. La Cina non può permettersi di perdere l’accesso alla tecnologia, ai mercati e alla finanza occidentali. La guerra economica con gli Stati uniti è una cosa, l’isolamento dai mercati occidentali ha un altro significato per il primo esportatore di merci del mondo, nonché secondo esportatore di capitali, dietro gli Stati uniti.

Per questo, la Cina deve rimanere formalmente neutrale: mentre con una mano firma un contratto commerciale con la Russia, a prezzi di favore, con l’altra redige una proposta di accordo di pace, che non potrà mai essere firmata dai diretti contendenti.

Il vero dato è che tutte queste tendenze potenzialmente contraddittorie le hanno messe in moto gli Stati uniti che, a livello strategico, non si improvvisano di certo. La partita con la Russia è infatti parte dello scontro imperialistico globale sul controllo delle nuove tecnologie, che si è infiammato con l’avvento della pandemia, e che vede gli Stati uniti tra i principali protagonisti accanto alla Cina. In ballo non ci sono solo le vecchie ostilità politiche e i piani di conquiste militari definiti all’indomani del crollo dell’Unione sovietica ma l’instaurazione, in tutto il mondo, di un nuovo modello di rapporti economici e sociali, incentrato sulle nuove tecnologie.

L’Europa è teatro di questo scontro tra potenze imperialistiche ma non ha nessuna strategia per governare queste tendenze. La partita se la giocano Stati uniti e Cina, con la Russia costretta all’intervento militare e a misure economiche radicali e costose e l’Ucraina nazificata pronta a morire per soddisfare gli interessi del capitale finanziario Usa/Ue.

Il continente europeo costituisce la scacchiera ma gli scacchi sono per lo più americani e russi e, sullo sfondo, cinesi. La strategia europea per l’Europa semplicemente non esiste. Esistono interessi economici convergenti e divergenti tra settori e tra stati. A comandare sono i settori finanziari e dell’alta tecnologia, forti soprattutto nei i paesi nordici della zona euro, quelli maggiormente integrati con i capitali Usa. Sono questi gli attori europei che più hanno da guadagnare in questo conflitto e che più hanno guadagnato dalle misure antipandemiche e dai piani di rilancio. Gli altri settori e gli altri paesi, così come la classe lavoratrice dell’Europa intera, sono invece quelli che devono pagare il conto di questa convergenza di interessi tra blocchi di capitale finanziario statunitense ed europeo in conflitto con il capitale high tech cinese.

 


D. Cosa pensa del processo di dedollarizzazione? Lo ritiene attuabile nel breve periodo?

R. No. L’egemonia finanziaria non si costruisce e non si demolisce in un giorno. L’affermazione del dollaro come valuta di riferimento internazionale — come unità di conto delle principali merci scambiate nei mercati internazionali, come mezzo di pagamento e come riserva di valore — è un processo complesso in cui la forza economica e finanziaria degli Stati uniti si intreccia con con quella politica e militare.

Per capire il ruolo del dollaro oggi, conviene iniziare dando uno sguardo alla struttura del mercato valutario mondiale. Il mercato dei cambi (Forex) è il principale mercato finanziario del mondo. Ogni giorno vi si scambia l’equivalente di circa 7.500 miliardi di dollari. I principali scambi riguardano dollaro e euro, i quali costituiscono circa un quarto dell’intero Forex. Seguono gli scambi dollaro/yen, dollaro/sterlina, dollaro/dollaro australiano, dollaro/franco svizzero e dollaro/dollaro canadese (queste coppie di valute sono chiamate major). Complessivamente, gli scambi di queste sei valute col dollaro costituiscono l’88% del Forex, circa 6.600 miliardi di dollari. Gli scambi valutari che non riguardano il dollaro (i cosiddetti incroci valutari) sono di fatto una categoria residuale e la loro quotazione avviene per lo più attraverso valutazioni indirette che passano per il tasso di cambio col dollaro.

Quando si parla di un ridimensionamento del ruolo del dollaro, conviene avere chiaro qual è il punto di partenza. Nella situazione attuale, il rublo e il renminbi hanno un peso marginale sui mercati mondiali. Con l’avvio delle sanzioni occidentali alla Russia, gli scambi commerciali Russia-Cina sono cresciuti rapidamente e, ormai, la metà del commercio sino-russo avviene in renminbi. Una svolta importante, soprattutto per la Russia e, in parte, per la Cina. Ma non certo per il mercato dei cambi, che quasi non se n’è accorto.

Nel 2022, gli scambi valutari diretti del renminbi con le altre valute mondiali, per quanto in crescita, arrivano appena al 7% del forex. Non basta essere la seconda economia del pianeta e il primo esportatore mondiale per imporre la propria valuta nei mercati internazionali. E non basta nemmeno denominare i contratti in valute diverse dal dollaro per scalzare il dollaro. Gli attori finanziari continuano infatti a guardare la quotazione in dollari per decidere se il contratto al tasso di cambio incrociato è conveniente oppure no. Non tanto per assoggettamento psicologico all’autorità del dollaro ma perché è contro il dollaro che avviene il grosso delle transazioni. Firmare i contratti internazionali in valute diverse dal dollaro è più un esercizio formale che una trasformazione reale: il prezzo di riferimento resta quello in dollari, convertito nella valuta prescelta. Ovviamente, poi, se per qualche ragione uno dei contraenti è escluso dall’accesso al dollaro, per via delle sanzioni Usa, si applicano i dovuti sconti o le dovute maggiorazioni.

Ma i numeri sono solo un aspetto dell’egemonia del dollaro. La centralità del dollaro nel sistema finanziario internazionale si coglie soprattutto nel ruolo della Federal reserve — la banca centrale degli Stati uniti — nella guida della politica monetaria globale e in quello di prestatore mondiale di ultima istanza. Una manifestazione evidente si è avuta durante la crisi finanziaria del marzo 2020, quando è stato annunciato il blocco generalizzato delle attività produttive, come misura di contenimento del coronavirus. La crisi di liquidità che ne è scaturita ha fatto tremare le piazze finanziarie del mondo intero. Se non fosse stato per il pronto intervento della Federal reserve che ha garantito liquidità illimitata alle principali banche centrali mondiali (lasciando ovviamente fuori quella cinese) attraverso operazioni swap di rifinanziamento in dollari, le borse mondiali avrebbero proseguito il loro tonfo, le banche sarebbero fallite e le imprese non avrebbero mai potuto riprendere la produzione.

Nel mondo, servono dollari negli scambi reali e finanziari. Nei mercati internazionali, i pezzi delle merci si fissano in dollari, e servono dollari anche solo per acquistare altre valute. Il rafforzamento del rublo in risposta alle sanzioni Usa/Ue e la crescita degli scambi in renminbi sono senz’altro dati politici significativi per la Russia e per la Cina ma non sono certo un problema finanziario per gli Stati uniti.

Questo per quanto riguarda il breve-medio termine. Nel lungo termine, le cose stanno invece diversamente.

Il processo di dedollarizzazione è lento ma inesorabile nelle attuali condizioni economiche internazionali. Da tempo, il potere di disciplinamento finanziario del dollaro si sta ridimensionando. Sempre più frequentemente gli Stati uniti devono ricorrere alla forza per imporre il loro dominio, anche in violazione dei principi finanziari attraverso i quali hanno costruito la loro egemonia.

Da questo punto di vista, un dato significativo nel conflitto russo-ucraino, che cambia sostanzialmente i numeri nei bilanci delle istituzioni pubbliche e private, russe e occidentali, è il sequestro dei fondi della banca centrale russa, imposto dagli Stati uniti ed eseguito obbedientemente da tutti i paesi alleati. La cifra è imprecisata: le autorità russe riferiscono di un sequestro di 300 miliardi di dollari, circa la metà delle riserve complessive della Banca centrale; le stime internazionali più basse parlano invece di circa 630 miliardi di dollari e, secondo il ministro dell’economia francese Le Maire, si tratterebbe addirittura di 1.000 miliardi di euro.

Il sequestro dei fondi di istituzioni nazionali sovrane costituisce una violazione grave nel diritto internazionale. Si tratta di una prevaricazione che può restare impunita solo perché gli Stati uniti dettano legge nel sistema finanziario internazionale, e chi non li segue nelle loro avventure, legali o illegali, è immediatamente sanzionato.

Questa mossa ha tuttavia delle conseguenze a doppio taglio. Da una parte, gli Stati uniti mostrano al mondo che le leve della finanza ce le hanno ancora loro e che possono usarle col massimo arbitrio. Dall’altra, però, proprio questo sfoggio di arroganza e potere mostra l’arretramento della finanza Usa nei processi internazionali di disciplinamento finanziario, sempre più basati sulla rapina invece che sulle leggi del mercato (le quali, già da sé, avvantaggiano il più forte).

Dalla guerra in Libia in poi, gli Stati uniti hanno avviato un nuovo protocollo di guerra economica che inizia proprio con il sequestro dei fondi delle banche centrali degli stati sovrani dichiarati nemici. Nell’immediato, questo produce un grave danno alle finanze del paese preso di mira. È come subire un furto dalle casse della banca centrale: centinaia di miliardi di dollari, equivalenti ad anni di esportazioni, investiti nelle piazze finanziarie considerate più affidabili, spariti per sempre, con un tratto di penna senza validità giuridica. Alla lunga però questi abusi incrinano la credibilità delle istituzioni bancarie e finanziarie che li attuano.

Per quanto le piazze finanziarie più sviluppate e appetibili siano in occidente, molte banche centrali e istituzioni finanziarie internazionali stanno rivedendo le loro strategie di allocazione delle riserve monetarie. Ormai quando un investitore internazionale valuta se investire negli Stati uniti deve calcolare il premio di rischio collegato al possibile congelamento dei fondi. Non è un caso se, nel 2021, per la prima volta dal 2010, l’esposizione della Cina nei confronti dei titoli del debito pubblico statunitense è scesa sotto i 1.000 miliardi di dollari (attualmente è pari a 860 miliardi di dollari).

Dal punto di vista finanziario, l’egemonia del dollaro è certamente sulla via del tramonto ma la via è ancora lunga. Le piazze finanziarie americane restano le più importanti e non è un caso se, pur consapevoli dei rischi politici, le istituzioni finanziarie, comprese le banche centrali, si fanno prendere tutte in castagna quando scattano le sanzioni.

Le sanzioni alla Russia evidenziano poi un secondo aspetto significativo, di natura più economica che finanziaria, nel processo di ridimensionamento dell’area del dollaro.

In effetti, proprio perché costretto dagli Stati uniti e dall’Ue, il governo russo sta lavorando per ritagliarsi il suo spazio economico e costruirsi la sua reputazione finanziaria. L’avvicinamento con la Cina può dunque assumere anche una valenza strategica. Economicamente, la Russia non ha certo il peso della Cina ma politicamente l’asse russo-cinese può costituire un passaggio importante nella costruzione di un’area economica e valutaria alternativa.

La Russia ha dunque interesse a presentarsi come soggetto credibile sul piano sia commerciale, sia finanziario. Sul piano commerciale, ad esempio, la Russia ha continuato a fornire gas e petrolio ai paesi europei anche dopo che l’hanno sanzionata, senza mai applicare un contro-embargo energetico. Una bella chiusura improvvisa dei rubinetti del gas sarebbe stato un brutto colpo per l’Unione europea. Ma anche per la Russia. E a beneficiarne sarebbero stati solo gli Stati uniti. Alla fine la Russia è più capitalista degli Stati uniti e sa fare bene i suoi conti: i contratti sono contratti, non si fanno saltare per ragioni politiche.

Anche sul piano finanziario, la Russia ha guardato da subito all’effetto credibilità. Il caso del presunto default sul debito è emblematico: nel mese di giugno 2022, gli Stati uniti hanno invocato il default tecnico della Russia, sostenendo che i pagamenti degli interessi sui titoli del debito russo non hanno raggiunto i creditori nordamericani.

In realtà, la Russia ha pagato per intero i circa 100 miliardi di dollari in interessi agli investitori americani, solo che le sanzioni imposte dal governo statunitense hanno bloccato i fondi e impedito che raggiungessero i destinatari. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov si è espresso con la semplicità di un bambino: “il pagamento in valuta estera è stato effettuato, il fatto che i fondi non siano stati trasferiti ai destinatari non è un nostro problema”. Da un lato, le autorità russe hanno denunciato l’illegittimità del sequestro dei fondi della banca centrale; ma dall’altro, hanno continuato ad onorare ogni contratto e ogni debito, almeno finché tecnicamente possibile. Non ci si gioca la credibilità finanziaria internazionale per 100 milioni di dollari. Anche se si è appena subita una rapina di alcune centinaia di miliardi di dollari.

La strategia finanziaria di Mosca, benché essenzialmente difensiva, è tutt’altro che improvvisata. Con tutte le difficoltà del caso, la Russia sta già cercando di ritagliarsi la sua credibilità economica e finanziaria, in un contesto che la vede esclusa nel breve e medio termine dai circuiti finanziari più importanti. Queste tendenze hanno bisogno di tempo per svilupparsi. Ma il dato attualmente più significativo è che, paradossalmente, è proprio la politica di aggressione degli Stati uniti ad accelerare l’avvicinamento tra i nemici degli Stati uniti, facilitando il superamento di ostacoli storici.

Politicamente, sia la Russia, sia la Cina, stanno puntando molto sullo sviluppo del ruolo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) e di un sistema di relazioni internazionali alternativo a quello vigente, e diversi paesi stanno rivedendo il loro posizionamento internazionali allontanandosi dall’area del dollaro.

Anche se per il momento questo processo sembra portare alla progressiva chiusura tra blocchi contrapposti, la crescita di un sistema di relazioni internazionali meno sbilanciata su un singolo attore è vista da molti paesi con interesse. La Cina e la Russia hanno le carte in regola per guidare questo processo, sia economicamente, sia politicamente, sia anche militarmente. E a un certo punto anche i paesi europei dovranno fare le loro scelte.

È nel corso di queste trasformazioni reali dei rapporti economici, politici e militari che si ridefinirà nel tempo il ruolo del dollaro, il suo ridimensionamento e la fine della sua egemonia, non attraverso semplici accordi per denominare i contratti in rubli o in renminbi.

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