Filmare l'Africa: germogli che un giorno saranno Rivoluzione

Filmare l'Africa: germogli che un giorno saranno Rivoluzione

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Da 4 giorni mi trovo in Senegal, ospite dell'Associazione Sandalia Onlus, che coraggiosamente ha deciso di dare credito ad un autore scomodo e controverso ed invitarmi durante un loro viaggio.

Insomma, mi hanno voluto regalare questa opportunità: "tu in Senegal devi venire".

La cooperazione non è tutta uguale. Questa volta è proprio il caso di dirlo, per quanto ormai dubitassi di potermi ricredere.

La cooperazione si può fare solo su un piano orizzontale, tra pari. Quindi senza fondi statali o europei o del grande capitale. Altrimenti non si chiama cooperazione, ma ingerenza, colonialismo etc. Altrimenti si gioca a salvare gli oppressi con i soldi degli oppressori. Cosa che non funziona, perché anziché formare tanti Robin Hood in Occidente, piuttosto procura agli stessi un solido stipendio e finisce lì.

Perché pretendere che gli oppressori si facciano carico delle conseguenze dell'oppressione è solo narrazione fiabesca.

Ma non sono qui perché voglio scrivere di cooperazione internazionale, che non è il mio ambito.

Sono qui per raccontare le mie sensazioni da autore e regista.

Il Senegal che ho visto finora è un pezzo di Paese al confine con il Gambia ("chi siete, cosa volete, un fiorino", il Paese più insensato della Storia), campagna profonda, villaggi, strade sterrate, capanne, bimbi scalzi.

Fermo immagine.

Riavvolgiamo il nastro.

L'Africa non è sottosviluppata, l'Africa è strangolata.

Istruzione e sanità: se arrivassero fin qui nei villaggi africani ciò rappresenterebbe la più grande rivoluzione mondiale possibile.
Invece si fermano a Dakar, nelle capitali, nelle grandi città, bastioni del neocolonialismo.

Come la rivoluzione cubana ha insegnato, sanità e istruzione di livello per tutti sono le basi per una società libera e sovrana.

Ma tutto si ferma a Dakar, nelle mani delle elite vendute all'occidente, che hanno buon gioco su una popolazione lasciata nell'ignoranza dei propri diritti.

I bimbi in questi villaggi soffrono di vermi e questo alla lunga, insieme ad altre patologie, rende la mortalità infantile ancora una piaga.

Sverminare un bimbo per sempre costa 50 centesimi di euro (lo dico chissà che alle Ong avanzasse qualche spicciolo per salvare vite).

Ma non sono malvagi i leader africani, sono funzionali. È diverso.

Il leader dell'opposizione panafricanista senegalese, Ousmane Sonko, è in carcere dopo aver guidato le proteste la scorsa primavera. Al camando c'è saldamente Macki Sall, luogotenente della Francia in questa terra. È su di lui che la Francia fa perno per riconquistare influenza nel Sahel e se da un lato ripiega in Niger, ritirando il contingente militare, qui il Senegal deve rimanere saldamente in mano a loro, ai Francesi, per pianificare la controffensiva.

I villaggi dell'entroterra? Possono aspettare all'infinito una pastiglia sverminatrice che non arriverà mai, se fosse per il presidente.

Ma non ero qui nemmeno per parlare della politica in Senegal e nell'Africa in generale.

Sono qui per raccontare le mie sensazioni da autore e regista.

Filmare l'Africa per un europeo è un problema.

Immediatamente ti ritrovi tra le pagine di un'enciclopedia, tu esploratore, loro, gli Africani, il trofeo del tuo viaggio da portarti a casa in qualche modo, anche solo con un fotogramma.

Ma l'ipnosi funziona in via bilaterale. Quando estrai una videocamera puoi trovare frotte di bimbi davanti all'obiettivo che si protendono per farsi inquadrare o puoi trovare lo sguardo torvo di chi da queste parti ti chiama "tubab" = "uomo bianco". Come a dire: "che cazzo vuoi?".

Però poi magari ti chiede "kalis" = "soldi".

E allora il "che cazzo vuoi?" viene a te.

È difficile lavarsi questo bianco dalla pelle, non viene via.

Una cosa mi sono detto: "non catalogare o ti strappo le palle; chiedi a loro come si vedono, chiedi a loro di raccontare le loro categorie, la loro visione".

Sono qui per imparare.

Sono qui perché sono curioso.

E su questo, cari Africani, ci possiamo capire. Io sono curioso di voi come voi siete curiosi di me, ammettetelo.

Le persone, i bimbi ma non solo, mi accarezzano i capelli, perché sono rossi, perché sono lisci.

Io ripasso a mia volta la mia mano sulle loro teste crespe e corvine.

Sì, siamo diversi, ma non vedete come siamo uguali, come reagiamo allo stesso modo?

E dopo lo stupore, le risate. Tante risate. I Senegalesi ridono, ridono. Gli piace metterla così. E io ci vado a nozze.

In questi giorni qualcuno ha capito che soffro il caldo particolarmente, più di ogni altro bianco, forse perché ho i capelli rossi.

E allora mi portano dei pezzi di ghiaccio. Sono la mia salvezza. Li metto sulla testa e li lascio sciogliere così. Loro ridono e io rido più di loro.

Ma che me frega se sono diverso, finché ridiamo siamo tutti uguali.

Ho incontrato un giovane rapper qui ai confini della giungla, lo vedrete nel nuovo documentario cui sto lavorando.

Così ha detto: "Gli Europei che invitano gli Africani a venire in Europa attraverso la via irregolare non hanno rispetto degli Africani. Non c'è nessun bisogno di andare in Europa. Ce la possiamo fare tutti qui".

"Lo sai che in Europa diranno che ti ho pagato per dire queste cose?", dico io. "Non avrei preso i tuoi soldi, sono un rivoluzionario".

E allora in questa frase ho ritrovato il senso di filmare l'Africa: per testimoniare quei germogli che un giorno saranno Rivoluzione.

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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