Enrico Vigna: “Kosovo 1999. Albanesi e milizie kosovare di autodifesa che hanno lottato per la Jugoslavia”

Enrico Vigna: “Kosovo 1999. Albanesi e milizie kosovare di autodifesa che hanno lottato per la Jugoslavia”

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Cumpanis: “Proponiamo convintamente ai nostri lettori e alle nostre lettrici la lettura di questo saggio di Enrico Vigna, edito dalla Casa Editrice “La Città del Sole” di Napoli, che fa luce sia sugli orrori della NATO in Jugoslavia che sull’eroismo delle popolazioni albanesi e kosovare nella lotta in difesa della Jugoslavia.”                                                  

di Sergio Leoni*

Quello che si delinea sin dalle prime pagine di “Kosovo 1999. Albanesi e milizie kosovare albanesi di autodifesa che hanno lottato per la Jugoslavia” (Enrico Vigna-La Città del Sole Editore), lungo titolo che è già una dichiarazione di intenti abbastanza precisa, mettere cioè in luce, come si legge ancora in copertina, “Un aspetto di storia mai raccontata”, è la grande dovizia di documentazione che sostiene quella che si può realmente definire una vera e propria opera di “controinformazione. Ed è questa, probabilmente, la ragione più profonda e il senso ultimo di questo libro.

Ci si trova, infatti, di fronte ad una tale quantità di date, testimonianze di prima mano raccolte realmente sul campo, che è la prova provata della partecipazione dell’Autore ai fatti che racconta e ne fanno un relatore credibile, un “narratore” non per sentito dire, ma coinvolto anche, e questo non costituisce un limite, in termini di partecipazione che potremmo definire in qualche modo “partigiana” agli avvenimenti di cui è stato testimone.

En passant, a questo proposito si potrebbe notare, e perfino denunciare la distanza che separa un’analisi fatta “sul campo” e che contiene in ogni caso una dose consistente di verità, anche apertamente di “parte”, (e lo ripeto, questo non costituisce una debolezza di analisi), da quelle proclamate da scrivanie e compulsando le notizie fornite da agenzie di stampa sedicenti “super partes”. Notizie che rilanciano, dentro un meccanismo autorigenerantesi, tesi e opinioni che molti giornalisti, invasivamente occupanti tutti i crocevia dell’informazione, con il solito sorriso di superiorità che li contraddistingue, (e che invece, e normalmente, distingue i presuntuosi e gli incapaci) spacciano come buon senso, (mainstream appunto), mentre esse sono soltanto senso comune, che del buon senso è la versione peggiore.

In questi anni, e soprattutto negli ultimi mesi con la guerra in Ucraina, le notizie che la stragrande maggioranza delle televisioni propina praticamente ventiquattro ore su ventiquattro, gli articoli su tutti i giornali, al 95% tutti di proprietà di grandi gruppi industriali o, in senso lato, proprietà di quei soggetti che hanno l’effettivo potere di indirizzare in maniera pesante l’opinione pubblica, costituiscono nel loro insieme una specie di marea montante in cui ogni dissenso deve essere emarginato o, ancor meglio, dileggiato come espressione di tesi ormai superate e fuori dalla storia.

Un capitolo a parte, inoltre, è poi costituito dall’uso delle immagini, per lo più di “repertorio” che vengono continuamente trasmesse dai telegiornali di praticamente tutti i canali disponibili, ad ogni ora del giorno, nei talk show che monopolizzano e ingolfano i palinsesti televisivi, in quello che è diventato una specie di “loop”, una ripetizione continua di servizi, sempre gli stessi, una coazione a ripetere gli stessi commenti, le stesse analisi completamente slegate dai fatti e, se è concesso, dalla realtà.

Qui, d’altra parte, la possibilità di manipolare l’informazione è ancora più semplice. Dopo tutto, in fondo ad un articolo di giornale deve comunque apparire il nome dell’autore, o un suo pseudonimo facile da decifrare, con quell’escamotage che salva in corner il giornalista nella definizione di “editorialista”. I “nome de plume”, per parte loro, sono poco più che un vezzo facile da “smascherare”

In questo libro, al contrario, le numerose fotografie, parti essenziali in realtà di questa vera e propria opera di verità e denuncia, vanno segnalate perché costituiscono un apparato capace di evidenziare, nella maniera sintetica che è propria di questa tecnica, non solo i rapporti umani che l’Autore ha stretto con persone rappresentative di movimenti opposti all’UCK, ma anche di intere famiglie, embrioni di una resistenza ad un nuovo ordine di stampo fascista che è sembrato emergere, come alternativa alla pacifica convivenza, in quegli stessi anni.

Di queste foto, in cui manca totalmente l’elemento estetico che, pensiamo sommessamente, avrebbe potuto esprimere solo un nuovo Robert Capa che si fosse aggirato in quei tristi paraggi, emerge, per un contrasto cui non siamo più abituati, perché portati ad ammirare soltanto la sedicente “bellezza” di una foto ben riuscita, una cruda realtà realizzata da reportage fatti con pochi mezzi, e, non è difficile immaginarlo, in contesti che definire precari è solo un eufemismo.

Una retorica inevitabilmente consunta e soprattutto inattuale, potrebbe parlare di quelle facce di contadini, di cittadini vittime prima dei raid del sedicente esercito di librazione del Kosovo e poi degli ancora più autogiustificantesi ma comunque “criminali” bombardamenti Nato (il termine non è sembrato e non sembra eccessivo, fortunatamente, ad una parte di una cultura che non si rassegna alla versione dei fatti propalata dai media) come facce “antiche”, come volti che dovrebbero esprimere lo stereotipo perfetto, perché “comodo”, di persone non ancora toccate dal progresso, nella sua versione turbocapitalista e che andrebbero dunque “liberate”, “emancipate” da una condizione in cui sarebbero intrappolate e conculcate.

 

 La “lettura” di queste foto, una lettura che è in parte tecnica e in parte più “schierata”, cioè più attenta ai contenuti, dunque pensiamo più autentica, si pone come una più appropriata versione aderente alla realtà dei fatti, ad un racconto dei fatti di cui, ancora una volta, propone una versione alternativa. Nella loro apparente “rozzezza” esse parlano di una realtà più profonda che i media non colgono, e non perché non lo vogliano fare ma, verrebbe da dire, perché non ne sono più capaci.

Ciò, naturalmente, vale alla stessa maniera, e in qualche modo con più forza, quando le foto, in questo stesso libro che è un’autentica miniera, ritraggono i protagonisti della parte avversa, quei personaggi che non sappiamo più se definire politicanti di basso rango o autentici criminali (che, peraltro, il libro chiama per nome e cognome, indicando puntualmente tutti i crimini di cui si sono macchiati).

Ed è in qualche modo stupefacente come i volti, gli atteggiamenti, i contesti in cui questi personaggi si sono fatti fotografare, alla fin fine si assomiglino tutti, indipendentemente dal tempo e dal periodo storico in cui si sono messi di fronte ad una macchina fotografica. Stesse pose, stessa sicumera, stessa voglia di ribadire la propria forza. Stessa prepotenza, in definitiva.

Un filo neanche poi tanto sottile che tiene insieme la trama di un film già visto, il copione cui i dittatori di tutti i tempi si adeguano volentieri.

Enrico Vigna apre l’Introduzione di questo libro con parole che sono una affermazione di intenti, come si è già detto, ma anche la constatazione di un fatto che, per lo meno presso l’opinione pubblica occidentale, è stato completamente tralasciato quando non completamente omesso.

Leggiamo:

“Gli albanesi uccisi dall’UCK erano solo spie o traditori o collaboratori dei serbi, quante volte di fronte a fatti e denunce circa gli assassinii di albanesi da parte dei terroristi dell’UKC, chi è stato lì ha sentito questo ritornello. Essendo un operatore sul campo kosovaro da oltre vent’anni e avendo condiviso minacce, attacchi e oltraggi, ma anche umanità e dolore, ho potuto raccogliere testimonianze, documentazioni, molte inedite e mai pubblicate. Per questo ho deciso, come atto di memoria storica, di giustizia e verità, a oltre vent’anni dall’aggressione alla RFJ del 1999, che fu giustificata e sbandierata come azione per fermare la pulizia etnica degli albanesi in Kosovo, di farle diventare un testo che sia come una pietra scolpita, per chiunque intenda conoscere per capire e poter avere una propria opinione, non plasmata in uffici occidentali o da giornalisti mainstream”.

In poche frasi, in poche semplici parole, il senso e, soprattutto, l’utilità di questo libro.

Ma Enrico Vigna aggiunge anche una ulteriore finalità, un ulteriore intento.

“Ma, soprattutto, che sia un atto di riconoscimento storico per tutti quei kosovari albanesi (e sono tanti come qui documentato), con coscienza di jugoslavi e fratelli di qualunque popolo vivesse insieme a loro in quella terra martoriata, che sono caduti fianco a fianco delle genti serbe del Kosmet e a cui nessuno mai ne ha riconosciuto il valore e il coraggio, anzi, in alcuni casi, la diffidenza e l’isolamento sono stati un ulteriore prezzo da pagare, anche in Serbia”.

Sulla guerra nel Kosovo, sui bombardamenti della Nato sulla Serbia e segnatamente su Belgrado, una parte purtroppo minoritaria di opinione pubblica si è fatta già ampiamente un’opinione, e diversi articoli, libri, e poche trasmissioni televisive, hanno sostenuto tesi che sono controcorrente soltanto perché la corrente continua a codificare, a cristallizzare una versione del tutto mistificatoria.

Il compito del libro, come abbiamo appena letto dalle parole dell’Autore, o quantomeno la possibilità reale che esso offre, dovrebbe e potrebbe dunque essere quello di dare una versione dei fatti diversa da quella che in tutti questi anni è stata spalmata sull’informazione come una cappa di piombo da cui non sembra possibile uscire.

Sarebbe, naturalmente, un’ottima cosa. Ma su questo versante ci vorrebbe una dose massiccia di ottimismo per credere che un testo di tal genere possa essere capace di scalfire, almeno di scalfire, una monolitica narrazione di segno completamente opposto e che, tristemente ma senza perdere la lucidità della critica, siamo ancora a segnalare. Il libro di Enrico Vigna dovrebbe diventare, quantomeno nell’ambito di coloro che si oppongono a questo soffocante ordine mondiale segnato dalla pretesa, sempre men giustificata e sempre più destinata a cedere, una sorta di breviario per capire in quale modo, con quali tattiche, con quali strategie di guerra e di dominio anche culturale di evidente matrice imperialistica, possono essere spacciate, presso l’opinione pubblica, queste interferenze, queste ingerenze, spacciandole come guerre di liberazione.

Nota Carlo Formenti nel suo recente “Guerra e rivoluzione. Le macerie dell’impero”, in particolare nelle “note conclusive” al capitolo dedicato alla “Ascesa e crisi dell’impero a stelle e strisce”, che la “categoria di imperialismo è pienamente attuale, anche se le forme che il fenomeno ha assunto dopo la Seconda Guerra Mondiale sono diverse e si sono venute ulteriormente modificando negli ultimi decenni”. Nel Kosovo, nell’aggressione alla Serbia da parte della Nato, in un intervento che non ha avuto neanche la foglia di fico dell’autorizzazione dell’Onu, è stata scritta un’altra pagina dell’imperialismo, in una di quelle nuove forme che intende Formenti.

Un intero capitolo del libro, come già accennato, è costituito da una drammatica cronologia di quelli che sono stati a tutti gli effetti atti di terrorismo, in cui si racconta, giorno dopo giorno, chi, come e dove è stato ucciso dalle squadracce dell’UCK. Si tratta di un racconto puntuale e sconcertante. Come in un rapporto che potrebbe essere stato redatto da un funzionario di polizia, viene dunque segnata la data, citate le vittime per nome e cognome e, in maniera tanto puntuale quanto agghiacciante, dichiarato il motivo per cui, quello che è stato a tutti gli effetti un assassinio, esso è stato perpetrato. Tutte le vittime sono in maggioranza kosovari fedeli al governo di Belgrado e contrari all’indipendenza di un sedicente Kosovo “autonomo”, la cui autonomia sappiamo essere completamente fuori dalla storia, perché contrario e decisamente in attrito rispetto a una storia secolare che non può certo diventare una sorta di gabbia da cui non poter uscire ma il cui portato non è possibile dimenticare o eludere.

In questo caso, qui, nello specifico, si vuol dire che praticamente non c’è serbo che non consideri il Kosovo come parte integrante della Serbia e inoltre non conosca l’importanza della storia centenaria di questo territorio nel contesto di una nazione messa nel mirino del capitalismo provvisoriamente vincente degli anni ‘90, e come ultimo residuo, nel cuore dell’Europa, della vecchia e tanto inconsistente quanto largamente celebrata “mitteleuropa”, di una società ancora in qualche modo assimilabile al socialismo, e come tale da cancellare e riportare al nuovo ordine mondiale in via di costruzione, all’indomani della caduta del muro di Berlino.

L’elenco occupa diverse pagine del libro e non è difficile immaginare che forse ci si trova, per così dire, solo di fronte alla punta di un iceberg.

Enrico Vigna, in questo senso, con la puntualità che distingue la sua analisi e i suoi reportage, probabilmente preferisce non aggiunger nulla che non sia perfettamente documentato.

Quando lo fa, l’informazione che ci propone è sempre puntuale.

Scrive Vigna: “Importanti quantità di armamenti possedute dai territori albanesi in Kosovo e Methoija provenivano dall’Albania, attraverso i canali statali o dai depositi statali saccheggiati durante le rivolte in quel paese nel 1997, che poi venivano venduti al mercato nero. Inoltre, una parte considerevole venne acquistata dai terroristi, utilizzando le fonti di finanziamento sopra menzionate (Nato essenzialmente), alle varie mafie locali. Tra gli armamenti sequestrati vi erano anche le mine che furono usate in modo massiccio da separatisti albanesi”.  

Una parte consistente di questo libro è poi dedicata a interviste sul campo che sono seguite, non c’è altro modo di dirlo, alla distruzione di una nazione sovrana attraverso il metodo ben collaudato in tutto il mondo da parte dell’imperialismo, del cosiddetto “govern challenge” che è stato il vero scopo delle guerra scatenata dalla Nato contro una Serbia colpevole, in definitiva, solo di difendere non solo i propri confini ma la propria storia e i confini di una civiltà di cui il Kosovo è parte integrante.

Qui sono riportati, ancora una volta e in maniera fedele, tale che chiunque possa farsi un’opinione del grado di credibilità che hanno avuto questi processi, la trascrizione, riga per riga, degli interrogatori cui sono stati sottoposti cittadini che si sono rifiutati di aderire, ancorché gravemente minacciati, all’UCK.

Ognuno può giudicare così la credibilità di tali processi, il livello etico che emerge da quelle sedute, l’impianto accusatorio che viene dipanato.

La prima impressione che se ne ricava è sostanzialmente di imbarazzo. Imbarazzo per la pretestuosità delle domande, per la sostanziale inconsistenza di una accusa che non sa esattamente cosa imputare, per la sensazione, direi perfino palpabile, che la sentenza era già scritta.

Scrive Enrico Vigna, aprendo il capitolo che tratta delle “… milizie di autodifesa locale albanesi del Kosovo”: “A chi afferma che, a partire dal 1998, i diritti degli albanesi erano stati sistematicamente indeboliti, penso sia sufficiente dare alcuni dati ufficiali: in Kosovo Metohija erano presenti 22 comunità scientifiche o impianti con oltre 1200 dipendenti, tra cui 25 medici e 160 esperti di scienze, prevalentemente albanesi. Prima della Seconda Guerra Mondiale, non un solo albanese in Kosovo e Metohija aveva un titolo scientifico…”.

E qui l’Autore aggiunge in virgolettato la deposizione di Slobodan Milosevic al Tribunale dell’Aja: “Agli inizi del 1998, c’erano stati dieci anni di pace assoluta in Kosovo, dieci anni nel corso dei quali nessuno fu ucciso, dieci anni nel corso dei quali nessuno fu arrestato, durante i quali decine di giornali stampati in albanese potevano essere acquistati in qualsiasi angolo di strada, quando l’istruzione elementare e secondaria veniva impartita anche in albanese. Poi, dopo dieci anni, il terrorismo esplose, organizzato dai servizi segreti stranieri di vari paesi europei tra gli esiliati della mafia albanese, fu in quel momento che furono costruite forze locali di polizia e autodifesa in tutti i villaggi albanesi, in cui i cittadini locali sceglievano i propri poliziotti, poliziotti armati e tutti di etnia albanese. Tutto ciò è documentato...”.

Questa “storia” si è svolta drammaticamente a poche centinaia di chilometri da noi, da una Italia che ha fornito le basi di partenza per gli aerei che hanno bombardato per più di un mese la città di Belgrado, che non possiamo in nessun modo considerare estranea alla cultura europea, se esiste effettivamente una cultura “europea”.

È di non poca utilità, ancora una volta, l’analisi puntuale di Carlo Formenti circa la consistenza e il ruolo politico che egli non esita a definire “Provincia Europa”. Scrive Formenti: “Molti intellettuali di sinistra si professano europeisti ‘critici’ adducendo la seguente argomentazione: malgrado le valutazioni negative che si possono fare sulle politiche economiche neoliberali e sulla struttura verticistica e antidemocratica delle sue istituzioni, l’Unione Europea rappresenta un fattore di stabilità e di pace nel contesto mondiale, nonché il presupposto indispensabile per rivendicare un ruolo autonomo in un sistema geopolitico nel quale i singoli paesi dell’Unione sarebbero privi di potere contrattuale. Mi chiedo chi avrà il coraggio di riproporre questa tesi dopo la guerra fra Russia e Ucraina, un evento che ha dimostrato l’assoluta assenza di autonomia decisionale dell’Unione all’interno di una Nato sotto totale controllo e comando americano”.

Non è più che legittimo pensare di poter applicare la medesima analisi ai fatti del Kosovo che risalgono ormai a quasi trenta anni fa?

Possiamo.

Se riteniamo di poterlo fare, naturalmente con tutte le avvertenze per cui la storia non si ripete, è perché in effetti, a parte il famoso adagio della storia che si ripeterebbe come farsa, non è possibile non notare, sia pure marginalmente, come questa stessa “storia” che molti sostengono corra velocissimamente, riproduca, come nelle ouverture rossiniane, gli stessi caratteri, gli stessi stilemi, se pur camuffati con un linguaggio, un gergo a tutti gli effetti che vorrebbe stemperare la realtà di fatto, quella più brutale. Le guerre degli ultimi anni sono tutte operazioni di pace.

Enrico Vigna, il cui lavoro “sul campo” non è qui possibile, per ragioni di spazio, raccontare in dettaglio e su cui eventuali dimenticanze sarebbero imperdonabili, è testimoniato nelle note della seconda di copertina, ci ha consegnato un testo che, mi pare, vale la pena leggere con criteri diversi da quelli con cui, normalmente, si affronta un saggio, un libro di politica, e perfino un reportage.

Questo libro in effetti racchiude in sé queste tre opzioni.

Forse, una o più di queste opzioni può risultare maggioritaria rispetto alle altre o all’altra.

Forse, si potrebbe obiettare che tale scelta implica, necessariamente, un approfondimento meno consistente dei temi trattati.

Infine, si potrebbe dire che l’Autore è troppo coinvolto nei fatti che racconta, di cui è stato testimone di prima mano e quindi la sua è una posizione “di parte”.

Penso che dovremmo invece valutare queste tre obiezioni come altrettanti pregi di un libro di cui, almeno per chi scrive questo semplice invito alla lettura, si sentiva fortemente il bisogno.

E, in conclusione, nei giorni in cui questo breve articolo è stato concepito e scritto, arrivano ancora dal Kosovo notizie di ulteriori tensioni politiche e sociali, una volta di più spiegate con ragioni “etniche”, quando dovrebbe essere chiaro, anche ai più duri d’orecchio, come gli avvenimenti di questi giorni, di cui ancora una volta ci tocca sorbire l’unica versione dei media occidentali, siano un ulteriore capitolo di un ulteriore tentativo di disintegrare fino ai minimi termini quello che era stato un esempio di pacifica convivenza tra etnie, religioni, e diverse concezioni politiche: la Federazione Jugoslava.

Il compito di questo articolo evidentemente non è quello di inseguire fatti che si stanno dipanando, giorno dopo giorno, sotto il nostro sguardo incredulo (nel senso più preciso di chi non può credere a quello che viene raccontato). Altri, sembra logico pensare, dovranno occuparsi di questo nuovo capitolo di una storia che non è infinita ma banalmente prevedibile.

*Dottore in Lettere, componente della redazione nazionale di “Cumpanis” e del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”.

 

 

 

 

 

 

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