E se il sequestro di Maduro fosse anche altro?

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E se il sequestro di Maduro fosse anche altro?

 

di Sandrino Luigi Marra*

 

E se le motivazioni del sequestro di Maduro  fossero anche altre? Ovvero non solo l’interesse per il petrolio e “l’ordine” nel giardino di casa degli USA (secondo la loro visione imperialista) ma anche il pericolo socialista del Chaveziano Maduro? Da qualche giorno è questa l’ipotesi che in contesti di studi geopolitici non allineati, di cui si parla. Questa può apparire una mezza assurdità ma se si analizza dietro la facciata “petrolifera” si comincia a vedere altro, dove la combinazione petrolio e socialismo, con il petrolio che è il denaro del socialismo, declara di fatto il successo stesso del socialismo e ben sappiamo quanto questo agli occhi degli USA appaia pericoloso (vedasi Cuba).

Da diversi giorni a seguito del sequestro del Presidente Maduro vi è stato un crescendo di dimostrazioni di venezuelani emigrati negli USA ed in Europa, inneggianti alla “cattura del dittatore” ed in occidente ciò che vediamo è questo, questo è quello che i media ci propinano. Non vediamo l’equivalente delle manifestazioni in Venezuela. È anche vero e bisogna anche dare atto alle parole ed al pensiero di chi vive ed ha vissuto il chavismo ed il madurismo come una tragedia personale, familiare e sociale ed è anche giuste raccontarle anche se bisognerebbe raccontarle con il vissuto di coloro che si identificano come esiliati. Ma lasciando da parte il “sarebbe” o il “non sarebbe” poiché non è con questo che si fa la storia, è anche giusto raccontare e far parlare le masse che in Venezuela si sono mobilitate a favore del Presidente e non solo a Caracas.

Se le persone manifestano in massa a Caracas ci dovrà pur essere un motivo, e per i numeri che si stanno muovendo è irrealistico dire che “è il regime a portarle in piazza” e se proprio si deve vendere tale opinione bisogna dire che è a uso e consumo di chi ha interesse a venderla così poiché la realtà e diversa e ben reali le motivazioni delle masse e dei singoli. E qui che emerge un punto in pratica ignorato: la frattura di classe nel paese, che contemporaneamente è anche geografica, culturale, simbolica e sociale e che per decenni se non per secoli ha pesato su una parte numerosa della popolazione se non nella maggioranza definita meticcia. Una frattura che di fatto è stata una emarginazione importante che ha relegato una parte della società ai margini della vita del paese, non intendendo la vita politica ma la vita nel senso vero del termine: il cibo, i servizi sociali, la salute, la scolarizzazione, il futuro del singolo, il lavoro. Una emarginazione tra le più tristi e brutte dell’America Latina di cui ne parlò e per diversi anni Ernesto Guevara dopo il suo lungo viaggio in motocicletta con l’amico Alberto Granado ed era al tempo il 1951. Da allora ben poco era cambiato per una parte numerosa della popolazione (alcuni dati parlano del 70%) fino all’elezione di Chavez.

Prima di Chavez una parte enorme della popolazione dei barrios e parliamo di milioni di individui ricordando che per barrios non si intendono solo le baraccopoli delle città ma anche i villaggi poveri rurali, non era nemmeno registrata all’anagrafe, non aveva documenti, non aveva accesso all’istruzione, alla sanità, ai servizi sociali, all’acqua corrente e molto spesso neanche ad una casa nel termine basilare della parola. Erano dei fantasmi e come tali trattati e ricordiamo che questa era la stessa situazione che esisteva nel Brasile del prima Lula.

Il Chavismo altro non ha fatto che ridistribuire sulla popolazione gli enormi profitti del petrolio, facendo divenire il petrolio un bene comune e non un bene di impresa e capitalistico. Nel Venezuela del prima Chavez solo il 45% della popolazione era alfabetizzata. Solo il 50% della popolazione aveva accesso ai servizi sanitari e la povertà fu ridotta in 5 anni di quasi il 30% riducendola dal 54 al 28% mentre la povertà assoluta del 70%. Furono funzionali l’istituzione di cliniche e ambulatori delocalizzati per combattere malnutrizione e malattie infettive, oltre a fornire alloggi popolari per un numero di 5 milioni di abitazioni.  Tra le misure prese da Chávez, in gran parte reinvestendo i proventi petroliferi: lo stanziamento di circa 314 milioni di euro per la ricerca scientifica, l'aumento del 40% degli stipendi degli insegnanti, borse di studio e istruzione gratuita, creazione di una banca popolare con bassi crediti per scopi sociali e umani, come l'acquisto di un alloggio familiare, creazione di cooperative, abolizione del latifondo, nazionalizzazione dei pozzi petroliferi, uscita del Venezuela dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, blocco della fuga di capitali e della svalutazione del bolívar, incremento alla sanità pubblica con seicento centri di diagnostica.

Tutto ciò ha significato che per la prima volta lo Stato in cui tali milioni di persone erano nate, venivano da tale Stato riconosciute, non erano più degli invisibili, per molti per la prima volta lo Stato si preoccupava di loro. Ed è per questo che la popolazione si mobilita perché il sequestro di Maduro è un atto contro un mondo sociale, contro cittadini che per la prima volta dallo Stato hanno avuto qualcosa, che anche se può apparire poco è sempre più di quanto ricevuto dal 1811 anno dell’indipendenza. Il sequestro è divenuto un atto ostile contro un popolo e poca importanza ha se costui si chiama Maduro o si chiama Simon o altro, è un atto contro la propria esistenza e viene percepito come il voler riportare la popolazione nel buio da cui provenivano.

Il chavismo con Chavez prima con Maduro poi è stata come detto la luce per una vita migliore, ed anche se l’inflazione, la crisi economica hanno creato problemi resta che una parte della popolazione, la parte più numerosa mette a tavola più di quanto poteva solo venti anni fa. E quel che andava fatto, ciò che si deve fare è comprendere una realtà che non va né mitizzata né rimossa ma compresa dentro una società segnata da diseguaglianze estreme. E le fratture, la frattura del paese non è certo opera di Chavez o di Maduro esisteva da prima da molto prima, Chavez ed il chavismo l’hanno portata alla luce, l’hanno resa visibile ed hanno tentato di ridurla, sapendo che non si sarebbe realizzata una riduzione dall’oggi al domani. Ha sicuramente avuto i suoi difetti, le sue problematiche, i suoi tratti anche autoritari ma è anche vero che ha dimostrato qualcosa. Ha dimostrato con gli eventi accaduti qualche giorno fa è parte di “…quella lunga catena di aggressioni continentali che non riguardano solo Cuba. Questa marea, questo flusso e riflusso del moto ondoso imperiale, è segnato dalla caduta di governi democratici o dalla nascita di nuovi governi sotto l’incontenibile spinta delle masse. La storia ha caratteristiche simili in tutta l’America Latina (Ernesto “Che” Guevara: Pasajes de la guerra rivolucionaria 1963)” e non può non pesare per gli USA il tratto socialista del Venezuela, della sua collaborazione con Cuba e la Colombia, con il suo partenariato economico con la Cina, poiché nonostante tutto quel che si vuole dire e pensare di Chavez o di Maduro, gli USA hanno in casa loro un problema sociale.

L’aver potuto far divenire visibili gli invisibili, avergli dato dignità umana (a milioni di individui) significa che la parte crescente della popolazione statunitense in situazione di disagio sociale può pretendere il diritto alla stessa dignità, può contestare come  gli introiti petroliferi su suolo USA non siano redistribuiti che restano in toto alle società petrolifere e parliamo di centinaia di miliardi di dollari. In un paese che distribuisce pasti gratuiti a 42 milioni di propri cittadini, che ha il 40% della popolazione che vive con redditi che li rendono vulnerabili e 100 milioni di cittadini indebitati per spese sanitarie e difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali gli esempi sociali del Venezuela e di Cuba con quest’ultima sotto embargo USA dal 1962, possono essere la miccia di una candelotto di dinamite in casa propria.

Possono essere gli esempi di una realtà che nonostante mille difficoltà ha comunque dato dignità e vita agli invisibili come già ripetuto più volte, esempi per poter dire perché lì si e qui no, poter pensare che dunque il sistema capitalistico è fallimentare poiché le imprese e chi le guida e governa pensano esclusivamente al proprio profitto ed a null’altro? Che i beni del sottosuolo statunitense dunque sono ad esclusivo uso dell’imprenditoria e di nessun altro, dunque la nazione, la patria, i suoi beni non sono di tutti ma solo di alcuni? Si potrà dire che questo che si sta descrivendo e si è descritto è solo una facciata ex novo a giustificare quella che l’occidente definisce una dittatura, che con questo discorso si vuole salvare la faccia a Maduro. E se il suo sequestro, le dichiarazioni di Trump sullo stile di questo è il nostro petrolio e ce lo prendiamo non sia invece abbiamo bisogno del vostro petrolio per sistemare il caos sociale che abbiamo in casa, che non riusciamo e sappiamo risolvere e dunque ci prendiamo il vostro petrolio (vogliate o meno).E poiché si è anche dichiarato “prima la nostra ricchezza poi la vostra”, non sia un involontaria ed indiretta affermazione che il sistema sociale dello chavismo ha funzionato e che per farlo funzionare negli USA con lo standard di vita statunitense c’è bisogno di rubare petrolio altrove andando, oltremodo a rapire chi lo governa in una realtà che ha di fatto per decenni redistribuito la ricchezza petrolifera in modo funzionale ad un dato standard di vita. E dunque aveva ragione Che Guevara, aveva ragione Fidel Castro, aveva ragione Simon Bolivar, aveva ragione Salvador Allende?

E se la citazione del 2001 e di Santa Fe IV: "Che le risorse naturali dell'emisfero siano rese disponibili per soddisfare le nostre esigenze nazionali" significano che bisogna mettere riparo alla dissoluzione sociale statunitense prima che giunga a deflagrare? Lo stile di vita americano, tanto decantato, tanto vantato sta forse giungendo al suo termine e non si può dichiararlo apertamente, non si può rendere noto così a ciel sereno non si può ammettere che dunque sta vincendo il socialismo? E dunque come per Cuba, come per la Cina, come per il Venezuela certi modelli sociali debbono essere volutamente e forzatamente cambiati affinchè un sistema capitalistico che non guarda in faccia a nessuno, che calpesta la dignità delle persone, devono essere cancellati in qualche modo. E se per Cuba è valso (si fa per dire) l’embargo, se per il Venezuela il sequestro del suo Presidente legittimo, con qualche altro paese socialista valgono solo chiacchere al vento e fumo sul lago, e questo infine la dice lunga, se riflettiamo su tali termini, di cosa possa esserci dietro l’altra faccia della luna.    

*Università di Parma

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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