Caro vita e riarmo: il costo nascosto dell'economia di guerra
In questi giorni il caro vita torna a turbare i sonni del mondo politico e sindacale — persino di chi, fino ad oggi, ha ignorato i diffusi rincari delle bollette e dei beni di prima necessità, riducendo la questione a mera polemica di bottega.
Eppure, l’aumento del costo della vita dovrebbe essere il tema centrale in ogni discussione: sul posto di lavoro, al bar, nelle sedi politiche e sindacali. Rispetto al passato, tuttavia, sembrano prevalere passività e assuefazione. Un tempo il punto di riferimento era il paniere Istat o il cosiddetto "carrello della spesa". Oggi, per una famiglia tipo di tre persone, la spesa complessiva negli ultimi cinque anni è cresciuta del 30%, con picchi del 50% su beni primari come olio, ortofrutta, caffè e pesce.
La tavola degli italiani, però, non è uguale per tutti. Alcuni prodotti sono ormai riservati a determinati ceti sociali, a testimonianza di differenze di classe sempre più marcate.
In un contesto in cui i salari sono in costante erosione da trent'anni, il ritorno dell'inflazione spinto dai costi energetici assesta un ennesimo colpo al potere d'acquisto dei lavoratori. Inoltre, la scelta di calcolare i rinnovi contrattuali sulla base dell’IPCA al netto dei beni energetici importati pregiudica in partenza il recupero dell'inflazione anche per i prossimi anni.
Le poche mobilitazioni in corso ignorano la radice del problema: è l'economia di guerra a generare l'inflazione. L'escalation militare nel Golfo Persico e le tensioni internazionali hanno riacceso la corsa dei prezzi, con conseguenze devastanti per le economie europee, fortemente dipendenti dai flussi energetici di quell'area. Vale la pena ricordare che un tempo le forniture principali arrivavano dalla Russia a costi decisamente inferiori. Affermare che la guerra e l'economia di guerra siano la causa primaria dell'inflazione e della stagnazione europea non è un'ideologia, ma una lettura oggettiva dei fatti.
Tra marzo e agosto dell'anno scorso, l'Unione Europea ha sostenuto oltre 50 miliardi di dollari di costi aggiuntivi solo per le importazioni di gas e petrolio. Basterebbe questo dato per aprire una riflessione seria sull'impatto dei conflitti e sulle ragioni di una traiettoria geopolitica che sembra disegnata per indebolire il Vecchio Continente. Come confermano anche le stime della CGIA di Mestre, le famiglie italiane si trovano ad affrontare miliardi di euro di stangata tra rincari di elettricità, gas e carburanti.
I recenti balzi del costo dell'energia elettrica e gli aumenti a doppia cifra sui beni alimentari non sono incidenti di percorso. Sono il risultato diretto di catene di approvvigionamento insicure, speculazioni finanziarie e della decisione politica di privilegiare la spesa militare a scapito del welfare. Il Governo prova a mettere pezze provvisorie, ma senza alcun coraggio strutturale: continua a sostenere gli scenari bellici, partecipa attivamente alle politiche di riarmo e tenta di calmierare le bollette con interventi insufficienti a coprire i centinaia di euro di costi extra annui a famiglia.
Per queste ragioni, le manifestazioni di piazza rischiano di rivelarsi una goccia nel mare, non solo per la partecipazione limitata, ma per la debolezza delle rivendicazioni. Manca una critica sistemica: i bonus non possono essere la soluzione, perché sono il sintomo dell'indebolimento dei servizi pubblici e della spinta verso le privatizzazioni.
È urgente rimettere al centro della discussione la critica all'economia di guerra: un sistema di produzione che spinge verso il conflitto per il controllo delle risorse strategiche e dirotta i fondi pubblici verso la difesa, costruendo al contempo una narrazione ideologica per giustificare il riarmo. Senza una visione d'insieme, continueremo a rincorrere singoli provvedimenti d'emergenza senza mai affrontare la causa reale del nostro impoverimento.


