Andrea Surbone presenta Filoponìa, dal capitale di accumulazione a quello diffuso: “L’iniquità sociale non è invincibile”

Andrea Surbone presenta Filoponìa, dal capitale di accumulazione a quello diffuso: “L’iniquità sociale non è invincibile”

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di Giulia Bertotto


Andrea Surbone, di formazione economica, scrittore, saggista, ex viticoltore, già editore, qualche anno di militanza in Lotta Continua, si definisce movimentista, specifica che “si occupa di Politica e non di partitica”. Già autore di racconti contenuti nel suo Pulviscolo, ha scritto dopo sei anni di lavoro il suo prestigioso modello economico e sociale “Filoponìa”, che ha presentato anche a Cuba in un convengo internazionale a settembre di quest’anno. Lo intervistiamo per conoscere meglio questo suo progetto.


Filoponìa etimologicamente “amore per il lavoro”, nell’accezione usata da Platone che lei adotta significa operosità; il suo è un programma politico, un progetto antropologico e una visione filosofica della società. Ma in cosa consiste nel modo più concreto possibile?

Adoro queste discipline che ha citato, ma soprattutto ho cercato di fare quello che fa un archeologo, andando a cercare nel passato, scavando fino a denudare le fondamenta della società e dell’economia. Queste fondamenta sono costituite dal capitale di accumulazione nel quale ravvedo la radice profonda di una gran parte dei problemi che ci affliggono nel paese e nel mondo occidentale. L’accumulazione, poi, la potremmo definire un comportamento anomico delle prime comunità basate sulla mutualità; con qualcuno che, oltrepassando lo scambio immediato e paritario, inizia ad accumulare; fino a che l’accumulo, accrescendo, si tramuta in potere: insieme iniziano un percorso che arriva fino a noi.

I due grandi problemi che ne derivano sono la disparità sociale e il saccheggio dell’ambiente. La causa è la stessa, ossia il capitale di accumulazione, la quale è però alla base economica sia del socialismo che del capitalismo: nel primo abbiamo l’accumulazione privata e nel secondo l’accumulazione collettiva. Quello che però io contesto, ad esempio all’ecosocialismo, è pensare di ridurre la lotta per l’ambiente a una lotta sociale.

Anche se tutti siamo responsabili del nostro ambiente  bisogna però ammettere che un conto è possedere un’utilitaria e un altro essere il Ceo di un colosso aziendale che inquina mille volte tanto.

Se facciamo della questione ambientale un tema politico rischiamo la divisione, tagliamo fuori una parte di cittadinanza che ha il dovere e il diritto di contrastarla. Mentre invece io credo sia il momento di fare un doveroso e doloroso passo indietro rispetto alle proprie fedi ideologiche. Lo slogan per l’ambiente dovrebbe essere “Umani di tutto il mondo unitevi contro il disastro ambientale”. Per quanto riguarda invece le iniquità sociali la lotta di classe è invece indispensabile. Io creo occorra uscire dal dualismo fra capitale e lavoro, socialismo e capitalismo. Capitalismo e socialismo non sono due opposti da superare ma da coniugare, per integrare il meglio dell’uno e dell’altro.

“Lo stato è più efficiente del mercato nella produzione dei servizi essenziali, il mercato è più efficiente nella produzione di merci, le religioni sono più efficienti di entrambi nella cura delle anime”. Dico spesso con una battuta. Se si raggiunge un modello economico che soddisfa questo slogan si realizza una società potenzialmente più felice. Non si tratta di abolire il capitalismo o il socialismo ma di prendere il meglio di entrambi e farli coesistere in modo non conflittuale come oggi, in una dialettica di collaborazione e non di contrasto.

Come si fa?

Questo si può fare solo partendo dalle fondamenta, ossia dal capitale di accumulazione a cui accennavo sopra. Al capitale di accumulazione va sostituito il capitale diffuso. Il capitale diffuso significa a disposizione di tutti. Si può prendere del buono dal fatto che non c’è più connessione tra denaro ed economia reale, questo potrebbe giocare a vantaggio di tutti e far diventare il denaro un bene comune come è al momento l’aria, che nessuno è ancora riuscito a privatizzare. Non è vero che oggi godiamo di libertà economica come dice la teoria, non c’è libertà di fare impresa perché il capitale iniziale o è dell’imprenditore (e proviene dall’espropriazione primaria come spiegava Marx) oppure è un prestito dalla banca. In Filopònia il capitale diffuso permette a tutti di non avere la forca caudina del prestito, e questa è la libertà di fare impresa. Usiamo un termine meno ampio e scivoloso di libertà, questa è autodeterminazione, dai privati cittadini agli stati.

Nel sistema filoponìco quello che viene chiamato reddito universale di base diventa “reddito di emancipazione”, tale da consentirci una buona vita, ossia soddisfare bisogni primari e secondari, e di qualche voluttuario. Una vita senza assilli e anche con qualche sfizio indipendentemente dal lavoro che si fa. Il lavoro che si fa è poi un’aggiunta di retribuzione.

 

Il suo sembra un piano affasciante, ma forse utopistico, molto ambizioso e difficile da realizzare. Insomma, si tratta quasi di cancellare la povertà e già in passato non ci siamo riusciti…

In parte lo è, in parte non lo è affatto, perché le leggi economiche sono convenzioni e non leggi di natura come la gravità. Abbiamo molto più potere sul denaro che sulla gravità. Rimane uno scoglio enorme: il divario tra denaro e potere che nel corso dei millenni si è saldato fino ad essere inscalfibile oggi, ma solo finché si resta nel modello del capitale di accumulazione e non si passa a quello della diffusione. Nel momento in cui si spezza il binomio denaro-potere, -cioè il fatto di possedere denaro non implica necessariamente detenere potere su altri enti o persone-la proprietà privata dei mezzi di produzione convive a pari dignità con la proprietà personale della forza-lavoro. In questo modo in Filoponìa può salvare perfino la proprietà privata dei mezzi di produzione. Quella che Marx e il primo comunismo ritenevano il primo strumento di sopraffazione del capitalista. Filoponìa è un modello studiato, testato, è un modello coerente che ha seguito procedure scientifiche, ha dei limiti come tutto ciò che è teorico, ma può funzionare se vogliamo provarci. Ai miei tempi si chiamava massimalismo, anche se non è possibile si lotta per avere tutto! L’attuale società invece spezzetta le battaglie, settorializza le questioni anche se fondamentali, e così però depotenzia il potere popolare. Nell’uguaglianza sociale ci sono tutti i diritti sociali di cui abbiamo bisogno, il sociale sta nel politico.


Cosa potremmo fare per sostenere il modello Filoponìa?

Parlarne, farlo conoscere, sono disponibile a dialogare con tutti i cittadini, le televisioni e i comitati.


Le categorie di Sinistra e Destra che fine fanno in Filoponìa? Nel nostro sistema ad accumulazione di capitale, sono superate? Intanto i nostri adolescenti stanno in fila per ore per un panino a tre euro di infima qualità…pur di partecipare a un evento di gruppo, quasi rituale, per riconoscersi.

In termini squisitamente economici non ce ne facciamo più niente, nel senso che un cambiamento così profondo, porta a rivedere anche tutte le ricadute anche ideologiche. Ma è anche vero che si tratta di due visioni del mondo non solo economiche, ma culturali e società, e quell’aspetto resta anche se trasformato anch’esso.

Dall ’archeologia per ora è tutto. Parliamo di futuro. Che effetto avrà l’intelligenza artificiale sull’occupazione? Questa la domanda a cui avete cercato di rispondere nel saggio “Il lavoro e il valore all’epoca dei robot- Intelligenza Artificiale e non occupazione” (Meltemi 2019) scritto con Dario Astrologo e Pietro Terna. Gliela rivolgo anche io.

Alla domanda sugli effetti naturalmente non so rispondere, nel corso dell’evoluzione umana non c’è mai stato nulla di così potente, ma Filopònia parte da questo interrogativo. Da quando scrivemmo questo testo ad oggi ho maturato nuove idee e raffinato quelle che avevo, come è naturale in un percorso di ricerca.

Proprio per via della pervasività dell’Intelligenza sintetica che cerca di imitare il pensiero (mentre la cosiddetta intelligenza artificiale è quella che si riferisce più all’azione materiale e quindi alla robotica), non è saggio e può essere anzi molto pericoloso che si sviluppi all’interno di questo modello di disuguaglianze e iniquità di potere e opportunità. Ennesima dimostrazione che non c’è progresso senza giustizia sociale. 

 

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