Afghanistan, ritiro Usa e media allo sbando

Afghanistan, ritiro Usa e media allo sbando

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Abbastanza irrisori, questi commenti giornalistici rimproverando Biden di comportarsi come Trump, che accusano Washington di rinunciare alla sua egemonia planetaria, e si danno una narrazione che suggerisce che gli USA non hanno fatto abbastanza, un po' come quei guerrafondai che, durante la guerra del Vietnam, non capendo nulla, reclamavano più truppe di terra e più bombe sul Nord Vietnam.

Come se l'imperialismo fosse in grado di salvare l'Imperialismo, e come se vent'anni di occupazione militare in Afghanistan, decine di migliaia di morti e centinaia di miliardi andati in fumo fossero solo un acconto, e bisogna pagare il saldo!

Altrettanto irrisoria, per lo stesso motivo, è la tesi dell'′′errore strategico", sostenuta da alcuni esperti occidentali che ritengono che questa invasione fosse una buona idea, perché bisognava punire i cattivi talebani complici di Al Qaeda, ma che purtroppo è stata eseguita male.

Se davvero così fosse, perché gli USA, constatando il loro errore, non hanno fatto i bagagli come hanno fatto in Somalia nel 1992?

Continuamente dopo ogni fallimento, questa tesi dell'′′incompetenza′′ o del ′′ dilettantismo ′′ di Washington sgombera la questione delle vere motivazioni dell'intervento straniero: argomentazione che funge da fumo, fa finta che la legittimità di questo intervento vada di sé, e come se il problema, in definitiva, fosse un problema di forma, non un problema di fondo.

Ci si permette di passare sotto silenzio, quindi le vere molle di questo grave conflitto. Dimentichiamo che questo vasto paese montano è un paese cardine che si avvicina tra i mondi iraniano, turco e indiano e che, collocando il suo territorio sotto controllo diretto o indiretto, Washington intendeva ottenere da questa operazione, in seguito al reflusso sovietico, abbondanti dividendi strategici.

Ci si dimentica che la motivazione principale dell'invasione straniera perpetrata nel 2001, nascosta dietro il nobile motivo della cosiddetta lotta contro il terrorismo, è stata quella di avvicinarsi nelle  prossimità della Russia e della Cina. Essa si limitava a prolungare, a questo proposito, l'insediamento della CIA presso le fazioni islamiche, inaugurato prima ancora dell'intervento sovietico del 1979 a vantaggio di uno Stato afgano legittimo e guidato da forze laiche.

Gettando una testa di ponte in Afghanistan, Washington si dava così i mezzi, a termine, per arginare l'influenza di Mosca e Pechino, o addirittura per destabilizzare sul loro fianco meridionale queste potenze continentali, rivali sistemiche della talassocrazia statunitense.

Lasciando trasformare questo paese in una bambola estremista la cui manipolazione, sotto il regno di Zbigniew Brzezinski, è stata elevata come assioma della politica degli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente.

Se si rischia di subire anche la sindrome di Frankenstein, la creatura terroristica finisce col mettersi contro il suo creatore e adottando la propria agenda, in attesa dell'ultimo rovesciamento di alleanza che trasformerà nuovamente il presunto nemico in un alleato obiettivo o addirittura in alleato tout court, a costo di un'amnesia volontaria dei contenziosi passati.

Riassumendo, sembra chiaro che gli USA non hanno abbandonato l'Afghanistan il 16 agosto 2021 perché si sono resi conto, vent'anni dopo, di aver ′′ commesso un errore strategico ′′ (Hubert Vedrina).

Se hanno fatto bagagli, non è nemmeno perché hanno ′′completato la loro missione′′ (Joe Biden), a meno che non si ammetta, ovviamente, che la missione era quella di perpetuare il caos, il che è perfettamente corretto.

Quando Joe Biden dice che gli USA non avevano l'intenzione di ′′costruire una nazione′′ in Afghanistan, bisogna prenderlo in parola: questa lunga occupazione era in realtà un'impresa di demolizione.

Certo non è quello che Joe Biden ha voluto dire: vuole farci credere che questa sbandata finale sia giustificata dalla vittoria su Al Qaeda, mentre le metastasi di questa organizzazione patrocinata dalla CIA nei primi anni 80 continua a diffondersi da 20 anni!

La verità è dunque a anni luce da questa irrisoria giustificazione, anche se, formalmente, ciò che dice Joe Biden è esatto: gli USA non hanno costruito nulla in Afghanistan, limitandosi ad esercitarvi una capacità di nocività che è stata sconfitta da avversari più forti di loro, che traggono la loro forza da un vantaggio morale notevole: sono nel loro paese e combattono per esercitarvi la loro sovranità.

Se gli ultimi rappresentanti della tutela imperiale si sono allontanati dall'Afghanistan, è semplicemente perché hanno perso la guerra. E sono i talebani, gli ex alleati trasformati in resistenti dall'occupazione straniera, che li hanno cacciati dopo aver disperso un esercito di cartone, impasto di un regime fantoccio. Come in Vietnam, nel 1975.

Bruno Guigue

Bruno Guigue

Ex funzionario del Ministero degli Interni francese, analista politico, cronista di politica internazionale; Docente di Relazioni internazionali e Filosofia. Fra le sue pubblicazioni, segnaliamo: Aux origines du conflit israélo-arabe: l'invisible remords de l'Occident, 1999; Faut-il brûler Lénine ?, 2001; Économie solidaire: alternative ou palliatif ?, 2002; Les raisons de l'esclavage, 2002; Proche-Orient: la guerre des mots, 2003; Chroniques de l'impérialisme, 2017. Il suo ultimo libro si intitola Philosophie politique, un percorso critico, in 354 pagine, della filosofia politica occidentale, da Platone a Badiou passando per gli immancabili Machiavelli, Spinoza, Rousseau, Hegel e Marx.

 

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