Venezuela, la verità oltre il fango mediatico

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Venezuela, la verità oltre il fango mediatico

 

di Geraldina Colotti, 

Caracas

Nelle redazioni di Roma, Madrid e Bruxelles si è consolidata una narrazione tossica che mira a presentare la Rivoluzione Bolivariana come un progetto in liquidazione. Sfruttando la complessità della nuova riforma della Ley de Hidrocarburos e le misure d’emergenza adottate dal governo della Presidente incaricata Delcy Rodríguez, la stampa italiana accusa il Venezuela di cedere a Trump e di aver revocato le storiche nazionalizzazioni di Hugo Chávez. Si tratta di un ribaltamento della realtà che nasconde una verità molto più scomoda: mentre il Venezuela combatte per la propria indipendenza in condizioni di guerra, l’Europa ha già firmato la propria resa energetica.

I quotidiani italiani, anche quelli che si definiscono “indipendenti”, usano un sofisma pericoloso: sostengono che se il Venezuela permette a un'azienda straniera di operare, allora la nazionalizzazione è finita. Questa tesi ignora deliberatamente la differenza tra proprietà e gestione operativa.

Perché mentono? Perché devono convincere il pubblico europeo che il socialismo è fallito e che l'unico modo per estrarre petrolio è il mercato neoliberista. La realtà è che la proprietà dei giacimenti (Art. 302 della Costituzione) rimane inalienabile della Repubblica. Il governo bolivariano ha messo in campo una sorta di Soberanía Adaptativa: impone ai partner stranieri di farsi carico dell'investimento e del rischio operativo in un contesto di blocco criminale, ma ogni barile estratto è soggetto alla fiscalizzazione del Ministero del Petrolio. Non è il mercato a dettare le regole, è lo Stato che usa il capitale straniero per rompere l'assedio. Chi parla di fine delle nazionalizzazioni occulta il fatto che ogni infrastruttura costruita dai privati tornerà alla nazione al termine del contratto.

La stampa italiana evita accuratamente di spiegare la vicenda di CITGO, la filiale di PDVSA negli Stati Uniti, vittima del più grande saccheggio della storia moderna. La tesi dei giornali è che il Venezuela stia perdendo CITGO per debiti non pagati.

Perché mentono? Perché non possono ammettere che CITGO è stata sequestrata illegalmente e consegnata alla farsa del governo ombra di Guaidó per essere smembrata dai creditori amici di Washington. La Presidente incaricata Delcy Rodríguez non sta cedendo: sta utilizzando la riforma petrolifera come leva negoziale. Anche per la vicenda CITGO.

Il messaggio inviato agli Stati Uniti è chiaro: se volete accedere alle riserve venezuelane (che il Dipartimento dell'Energia USA stima in 500 miliardi di barili), dovete riconoscere il danno causato dal saccheggio di CITGO. Il Venezuela usa la propria forza energetica per forzare un tavolo negoziale sulla restituzione di miliardi di dollari sottratti al popolo. Negoziare sotto pressione non è capitolare, è esercitare la diplomazia dei popoli contro la pirateria.

I media italiani presentano spesso le sanzioni come misure mirate contro individui corrotti. È una delle bugie più clamorose. Dal 2015, il Venezuela ha subito oltre 900 Misure Coercitive Unilaterali che costituiscono crimini contro l'umanità.

L'attacco del 3 gennaio, compiuto con l'impiego di tecnologia bellica mai usata prima (come ha confermato lo stesso Trump) è l'evoluzione finale di questa guerra: dal blocco dei conti bancari al terrorismo informatico contro le infrastrutture critiche per paralizzare il paese. La Ley Antibloqueo non è una breccia aperta per distruggere il socialismo, come dicono a Roma, ma uno scudo legale indispensabile. Permette allo Stato di operare nel segreto necessario per aggirare i droni finanziari della OFAC e garantire cibo e medicine. Presentare queste misure di sopravvivenza come un ritorno al capitalismo è un atto di cinismo intellettuale che serve solo a giustificare l'assedio agli occhi dell'opinione pubblica europea.

Qui la stampa italiana raggiunge il culmine dell'ipocrisia: si preoccupa della sovranità venezuelana mentre tace sulla totale abdicazione di quella italiana. Dopo il sabotaggio impunito del Nord Stream, l’Italia è diventata un satellite energetico del Texas.

I dati che i nostri giornali non pubblicano sono clamorosi: nel 2025, le importazioni italiane di Gas Naturale Liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti sono raddoppiate, arrivando al 45% del fabbisogno totale. Il gas nordamericano costa agli italiani tra il 50% e il 100% in più rispetto al passato, e in certi picchi fino a cinque volte il prezzo interno USA. L'Italia paga un pizzo energetico immenso senza alcuna autonomia decisionale.

Il Venezuela, invece, nonostante il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores, negozia con i BRICS+ e impone condizioni alle proprie transnazionali. Chi ha perso davvero la sovranità? Il paese che difende i suoi pozzi sotto le bombe tecnologiche o quello che compra gas a caro prezzo da chi gli ha fatto saltare i gasdotti?

Un altro argomento preferito dai giornali è la crisi di PDVSA, presentata come prova dell'inefficienza statale. Non dicono però che PDVSA era stata infiltrata da una tecnocrazia corrotta che serviva interessi foranei. Come analizzato dall'esperto petrolifero David Paravisini, molti debiti vantati dalle multinazionali erano accordi illeciti tra dirigenti traditori e imprese straniere.

Il debito con Chevron, presentato dai media come una catena al collo del Venezuela, è stato smascherato: da una richiesta di 4 miliardi si è passati a meno di 800 milioni reali. La riforma della presidenta incaricata, Delcy Rodríguez, è un atto di pulizia profonda: ricentralizzare il comando nel Ministero significa togliere il petrolio dalle mani dei burocrati corrotti per restituirlo alla Renta Social. Il bloqueo persiste proprio perché il Venezuela si rifiuta di eliminare il finanziamento delle Grandi Missioni sociali mediante i proventi del greggio.

La propaganda lavora per algoritmi e per estetica. Cerca di vendere il modello USA come l'unica modernità possibile, tacendo sulla crisi sociale che divora le città statunitensi, tra droghe, repressione e povertà estrema.

Il Venezuela propone una modernità multipolare basata sulla sovranità dei dati e delle risorse. Collaborando con Russia, Cina e Iran, Caracas certifica le proprie riserve fuori dal controllo della Silicon Valley e delle agenzie di rating occidentali. Questa è la vera sfida del XXI secolo.

La Rivoluzione Bolivariana non ha ceduto. Ha imparato a combattere in un mondo dove la risorsa energetica è l'arma principale, ma anche con una forte coscienza “antiestrattivista”, dovuta alla necessità di proteggere uno straordinario patrimonio naturale e una risorsa fondamentale: l'acqua. Dire che il petrolio è in mano a Trump è un insulto al popolo venezuelano che continua a presidiare le proprie raffinerie nonostante il dolore per il sequestro dei propri leader. La sovranità non è un concetto burocratico, è la capacità di restare in piedi quando tutti intorno si inginocchiano. Il Venezuela è in piedi. È l'Europa che sembra aver dimenticato come si sta a fronte alta.

Il bilancio della gestione della Presidente incaricata Delcy Rodríguez, nel drammatico scenario seguito al 3 gennaio 2026, non può essere ridotto a una semplice cronaca di emergenza. Ciò che emerge è una vera e propria dottrina della resistenza che abbiamo definito Soberanía Adaptativa. Mentre la stampa italiana si affanna a cercare segni di resa nei tecnicismi della riforma petrolifera, i dati reali raccontano il consolidamento di un modello che non solo ha protetto la nazione dal collasso, ma ha rilanciato la sua proiezione come potenza energetica globale.

Contro ogni pronostico delle agenzie di rating occidentali, il Venezuela ha chiuso il 2025 con una crescita del PIL petrolifero del 16% e una produzione stabilizzata a 1,2 milioni di barili al giorno. Il piano Reto Admirable 2026, presentato da Rodríguez, non è un libro dei sogni, ma un programma fondato su 19 trimestri consecutivi di crescita economica raggiunti sotto il regime di sanzioni più feroce della storia moderna. La proiezione di un incremento delle entrate del 37% per l'anno in corso è la risposta più ferma a chi, da Roma o Washington, scommetteva sul default dello Stato bolivariano dopo il sequestro del Presidente Maduro e di Cilia Flores.

La vera vittoria politica di questa fase risiede nella destinazione della ricchezza. La riforma della Ley de Hidrocarburos, lungi dal privatizzare, ha blindato il legame tra estrazione e giustizia sociale. Il modello di distribuzione del bilancio 2026 parla chiaro: il 53% delle risorse è destinato direttamente alle Comunas, il 29% alle Governazioni e il 15% alle Alcaldías.

Mentre nei paesi che hanno abbracciato il neoliberismo - come l'Italia del GNL nordamericano - la rendita energetica finisce nei dividendi delle transnazionali, in Venezuela ogni barile prodotto si trasforma per legge in salario, salute e alimentazione per il popolo. È questa “la minaccia inusuale e straordinaria” che l'imperialismo non può perdonare.

Con la firma dei primi contratti di esportazione, il governo di Delcy Rodríguez ha dimostrato che il paese non è un attore passivo nello scacchiere energetico, ma un perno dell'integrazione regionale e mondiale. La fermezza nel rivendicare il diritto a relazioni diverse - con i BRICS+, con la Cina, con la Russia, ovviamente con Cuba e Nicaragua, e persino una agenda energetica sovrana con gli Stati Uniti - segna il fallimento della strategia dell'isolamento. Il Venezuela non ha paura del mercato mondiale perché sa maneggiare la chiave per i suoi equilibri futuri.

In definitiva, l'esperienza venezuelana del 2026 offre una lezione brutale alle democrazie liberali europee. Mentre il Venezuela difende la propria sovranità dei dati e delle risorse sotto le bombe della guerra cognitiva, l'Europa si scopre fragile, dipendente e deindustrializzata per aver ceduto la propria autonomia a Washington. La resistenza bolivariana dimostra che la sovranità non è un reperto del passato, ma l'unica condizione possibile per la pace e lo sviluppo nel XXI secolo.

Nonostante il dolore per il sequestro dei suoi leader, il Venezuela di oggi non è un paese che cede, ma un paese che sta riorganizzando lo Stato per una battaglia di lunga durata. La Rivoluzione non è finita; è entrata in una fase di maturità strategica dove la flessibilità tattica serve a proteggere l'incrollabile fermezza dei principi.

 

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