Una terza Intifada?

Rispetto alle prime due, il bersaglio non è Israele ma l'Autorità palestinese

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Una terza Intifada?

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di Mara Carro

Martedì 26 febbraio, per la prima volta dopo la fine dell’operazione Pillar of Defence dello scorso novembre e l’accordo di cessate il fuoco concordato tra Israele e Hamas dietro mediazione egiziana, un razzo Grad palestinese, lanciato dalla Striscia di Gaza, è esploso alle porte della città di Ashkelon, nel sud di Israele, senza provocare vittime. 
A seguito dell’attacco, le Forze di Difesa israeliane hanno annunciato la chiusura temporanea al transito delle merci del valico di Kerem Shalom fra Israele e la Striscia di Gaza, mentre il valico di Erez resterà aperto solo per le esigenze umanitarie. 
Come confermato anche dal sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari politici, Jeffrey Feltman, si è trattato del più lungo periodo senza lanci di razzi da Gaza degli ultimi anni.
 
La morte di Arafat Jaradat. Il lancio del razzo è stato rivendicato dalle Brigate Martiri di Al-Aqsa, ala militare di Fatah, movimento che fa capo al presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, “in risposta all’omicidio” di Arafat Jaradat. Arafat Jaradat era un attivista palestinese arrestato lunedì 18 febbraio per una sassaiola avvenuta nel novembre 2012 e morto, in circostanze da chiarire, in una cella del carcere israeliano di Megiddo.  Per il ministro dell’Autorità Palestinese per i detenuti, Issa Qaraqe, Jaradat sarebbe morto a seguito di torture subite in cella; un’autopsia condotta dal Ministero della Sanità israeliano non ha accertato le cause della morte ma pare che alcuni segni sul suo corpo, come le costole rotte, siano dovuti, invece, alle manovre di rianimazione. Le Nazioni Unite hanno chiesto un’inchiesta indipendente e trasparente che chiarisca le circostanze della morte di Jarafat, i cui risultati dovrebbero essere resi pubblici il prima possibile.
 
L'appello alla calma. Le crescenti tensioni hanno indotto il premier Benjamin Netanyahu ad autorizzare il rilascio dei 100 milioni di dollari in prelievi fiscali che Israele raccoglie per conto dell’Autorità palestinese e che aveva trattenuto come forma di ritorsione per il riconoscimento della Palestina quale Stato non membro osservatore permanente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Una decisione, quella del premier  israeliano, che ha contribuito al deteriorarsi della situazione economica e di sicurezza della Cisgiordania. Nell’ottica di Netanyahu, il rilascio dei fondi priverebbe l’Autorità Palestinese di qualunque alibi per non impegnarsi a riportare la calma nelle città teatro delle proteste.
La morte di Jaradat ha segnato un’escalation delle proteste di massa che già da settimane si susseguono in Cisgiordania dove disordini e scontri tra soldati israeliani e giovani palestinesi sono in aumento e hanno indotto le autorità israeliane a considerare il pericolo di una terza intifada.
Alcune della manifestazioni si sono tenute in solidarietà con lo sciopero della fame di quattro detenuti, ai quali si sono aggiunti altri circa 4 mila palestinesi carcerati per protestare contro la morte di Jaradat.
Dei quattro detenuti in sciopero della fame, due - Samer Issawi e Ayman Sharawna - erano stati nuovamente arrestati dopo essere stati scarcerati nell'ottobre 2011 nel quadro dell’accordo per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit e altri due - Jaafar Izzedine and Tarek Qaadan - sono in detenzione amministrativa, ossia trattenuti senza accuse né processi e senza essere a conoscenza del crimine per cui sono indagati. 
 
Una terza Intifada? In un editoriale del Jerusalem Post si sottolinea come il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas potrebbe essere interessato a un’escalation di violenza in vista della visita nella regione del presidente Usa, Barack Obama. Scene di protesta nelle città palestinesi della Cisgiordania alla vigilia dell’arrivo del presidente americano potrebbero riportare la questione palestinese in cima alle priorità della Casa Bianca in Medio Oriente e messa in ombra dalla guerra civile siriana, l’ascesa dei Fratelli Musulmani in Egitto e il programma nucleare iraniano. Tuttavia  riportare la questione palestinese nell'agenda del mondo occidentale alimentando le violenze in Cisgiordania potrebbe servire a cambiare solo temporaneamente la percezione dei problemi, ma non cambierebbe le cause alla base dello stallo del processo di pace. Primo fra tutti la frattura della dirigenza palestinese tra Hamas e Fatah e una mancanza di legittimazione popolare, dovuta ai ripetuti rinvii delle elezioni che si sarebbero dovute tenere nel 2009. 
Allo stesso modo, l’Autorità Palestinese potrebbe poter agitare lo spettro di questa nuova intifada potenziale come strumento di contrattazione con Israele, come è stato per il versamento delle tasse, e/o presentarlo poi per cercare di placare le proteste. 
Molti osservatori che mettono in guardia da una terza intifada, sottolineano come i ripetuti scontri che si verificano in Cisgiordania siano, rispetto alla prima e alla seconda  “rivolta”, anche il riflesso della frustrazione dei palestinesi per l'incapacità dell’Autorità palestinese di cambiare lo status quo e per avere fornito ad Israele, attraverso la cooperazione per la sicurezza, nessun incentivo per modificarlo. Il timore da loro espresso è che i palestinesi pensino di poter guadagnare di più da un’azione violenta. Se è pur vero che la prima intifada ha spinto Israele a firmare gli accordi di Oslo nel 1993 mentre la seconda ha indotto George W. Bush a dichiarare il suo supporto per uno Stato palestinese e spronare la comunità internazionale a produrre l’Iniziativa di pace araba, l'Iniziativa di Ginevra e la tabella di marcia per la pace in Medio Oriente, il risultato di oggi è lo stallo nel processo negoziale.
Una terza intifada però, conclude l’editoriale del Jerusalem Post, potrebbe costare la presidenza a Mahmoud Abbas e pregiudicare per anni ogni possibile chance di pace.
 
 
Per un approfondimento sulla prima e la seconda Intifada, si consiglia la lettura di: 

1) Wingate, K, The Intifadas
2) Carter Hallward, M., Nonviolent Resistance in the Second Intifada: Activism and Advocacy

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