Tusk contro Nawrocki, la crisi polacca mette a nudo le contraddizioni dell'UE
La Polonia precipita in una gravissima crisi istituzionale, con il conflitto tra il governo del premier Donald Tusk e il presidente Karol Nawrocki che raggiunge un livello di scontro senza precedenti. Al centro della battaglia c'è il Tribunale costituzionale, diventato il terreno di una contesa sul controllo delle istituzioni e sulla legittimità dei poteri dello Stato. Tutto è precipitato venerdì, quando Anna Korwin-Piotrowska, giudice con maggiore anzianità di servizio tra i componenti del Tribunale, ha assunto la direzione dell'organismo disponendo la sospensione temporanea dalle funzioni del presidente Bogdan Swieczkowski e del vicepresidente Bartlomiej Sochanski. La decisione è arrivata dopo che il procuratore generale Waldemar Zurek ha presentato cinque richieste di revoca dell'immunità dei due vertici, accompagnate da cinquanta volumi di documentazione relativi alle presunte irregolarità contestate.
La mossa ha innescato una durissima reazione dell'opposizione, che ha denunciato un tentativo di conquista politica del Tribunale. Jaros?aw Kaczy?ski e altri esponenti del PiS, di Konfederacja e di altre formazioni conservatrici sono scesi in piazza davanti alla sede dell'organismo. Per il leader del PiS si tratta di un vero e proprio colpo di Stato. Il governo di Tusk respinge le accuse e presenta invece l'intervento come un passaggio necessario per ripristinare lo Stato di diritto dopo gli anni di governo della destra. La situazione è precipitata ulteriormente con il ritorno anticipato di Nawrocki dal Senegal. Il presidente ha interrotto il viaggio ufficiale e, nella notte, si è recato personalmente nella sede del Tribunale costituzionale insieme al primo presidente della Corte Suprema, Zbigniew Kapinski. L'ingresso è stato accompagnato da momenti di tensione e da una colluttazione con la giudice Korwin-Piotrowska, sulle cui dinamiche le parti forniscono versioni contrapposte. Nawrocki ha denunciato la violazione dell'ordine costituzionale e la presa con la forza di un organo dello Stato, convocando consultazioni urgenti con i rappresentanti delle forze parlamentari. Anche Swieczkowski ha parlato apertamente di colpo di Stato, sostenendo che un edificio può essere occupato con l'inganno, ma non si può così acquisire il controllo legittimo di un'istituzione costituzionale.
Nel frattempo, l'eurodeputato polacco Dominik Tarczynski ha allargato lo scontro alla dimensione europea, accusando Berlino di esercitare pressioni sul governo Tusk. Secondo la sua ricostruzione, dietro il tentativo di mettere sotto controllo il Tribunale ci sarebbero anche progetti di adesione all'euro, trasferimento delle riserve auree polacche alla Banca centrale europea con sede a Francoforte e apertura delle frontiere ai migranti. Accuse politicamente pesanti, che si inseriscono in una contrapposizione sempre più aspra tra la visione sovranista dell'opposizione e l'orientamento europeista dell'attuale esecutivo.
La crisi polacca mette così a nudo anche le profonde contraddizioni dell'Unione Europea. Bruxelles invoca continuamente lo Stato di diritto e il rispetto delle istituzioni, ma il principio sembra assumere un significato diverso a seconda di chi governa e degli interessi politici in gioco. Quando sono in discussione governi non allineati agli indirizzi comunitari, la difesa della legalità diventa una questione europea; quando invece lo scontro riguarda gli equilibri interni di un Paese guidato da forze pienamente integrate nell'architettura euro-atlantica, le tensioni istituzionali vengono spesso ricondotte a una vicenda nazionale. Sullo sfondo resta inoltre il nodo della sovranità: moneta, riserve auree, controllo delle frontiere e autonomia decisionale. Questioni sulle quali l'integrazione europea continua a procedere, non senza resistenze, mentre il confronto su chi debba realmente decidere il futuro degli Stati membri rimane irrisolto. La Polonia diventa così l'ennesimo banco di prova delle contraddizioni di un'Unione che proclama il rispetto della sovranità e dello Stato di diritto, ma che deve ancora fare i conti con il rapporto tra autonomia nazionale e centralizzazione del potere.


