“Siamo un esercito di pace”. Intervista esclusiva a Ian Carlos Torres, ambasciatore del Venezuela in Vaticano

“Siamo un esercito di pace”. Intervista esclusiva a Ian Carlos Torres, ambasciatore del Venezuela in Vaticano

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Ian Carlos Torres, filosofo, teologo e saggista, rappresenta il Venezuela presso il Vaticano. Lo abbiamo incontrato a Roma, nel suo ufficio, dove, nei pochi spazi liberi dall’intensa attività diplomatica, si dedica alla stesura dei suoi libri. Il mio rapporto con l’Italia – dice - data degli anni della mia formazione umanistica. Venni a Roma per approfondire gli studi universitari in teologia e politica internazionale e per un dottorato in diplomazia vaticana. Ho studiato nella Pontificia Università Gregoriana, fino alla specializzazione in teologia biblica e al dottorato, sempre in teologia. Mi sono laureato in filosofia all’università cattolica Cecilio Acosta a Maracaibo, e poi ho proseguito a Roma il mio percorso formativo in teologia.


Una tensione che si riflette nel suo studio “La comunidad eclesial de Hechos 2,42-47 como modelo hermenéutico”. Può spiegare di cosa tratta? 

La mia prima pubblicazione in campo teologico è stata la tesi di dottorato all’Università Gregoriana, che è stata ritenuta meritevole di pubblicazione in Spagna presso la prestigiosa casa editrice Verbo divino e con l’Associazione biblica spagnola della quale faccio parte da allora. Il libro “La comunidad eclesial de Hechos 2,42-47 como modelo hermenéutico” consta di due parti, con due diversi intenti. La prima prende in esame un testo biblico relativo all’esperienza della prima comunità cristiana, immediatamente dopo la morte di Gesù Cristo. Ho scelto di fare una ricerca su questa esperienza cristiana primigenia, da cui nasce, dopo Pentecoste, la Chiesa universale e il cui modello non si è esaurito. Nella seconda parte, ho inteso trasporre la riscrittura di questo contenuto teologico nella realtà attuale del mondo contemporaneo, specificamente in America Latina. L’ho fatto attraverso la proposta di un nuovo modello di interpretazione del testo, ispirato al teologo belga Carlos Mesters, che ha decenni di esperienza nelle favelas del Brasile, e che ha elaborato uno schema latinoamericano di interpretazione delle sacre scritture. Io mi sono assunto il compito di metterlo in forma accademica. È la prima volta che si applica questo modello di interpretazione a un testo biblico. Un altro obiettivo della ricerca è stato quello di proporre, dal punto di vista epistemologico, dal punto di vista teologico dell’America Latina, una nuova forma di interpretazione della Bibbia, nell’ottica della de-colonizzazione del nostro sapere. Uno dei suoi intenti è quello di proporre una nuova metodologia, una nuova epistemologia latinoamericana, una nuova forma di interpretazione del testo biblico che contribuisca a renderci indipendenti dalla proposta tradizionale influenzata dalla teologia europea moderna, e che interroghi la contemporaneità a tutto tondo: dal punto di vista politico, economico e sociale e anche dal punto di vista teologico e di fare chiesa. È tempo di riconoscere che, in America Latina, siamo ormai una chiesa adulta, siamo già un continente adulto, siamo una chiesa e un continente con una carta d’identità da maggiorenni, scandita da tappe importanti, plasmate dai documenti del Congresso di Medellin, nel 1968, da quello di Puebla, nel 1983, di Santo Domingo, nel 1992 e di Aparecida, nel 2007. Documenti chiave della teologia latinoamericana.

Questa frase dell’arcivescovo africano Desmond Tutu, ripresa da Galeano, vale anche per l’America Latina: “Vennero. Loro avevano la Bibbia e noi la terra. Ci dissero: Chiudete gli occhi e pregate. E quando li riaprimmo, loro avevano le terre, noi la Bibbia”.  Il papa Bergoglio, durante i tre congressi mondiali che hanno avuto come meta principale l’America Latina, ha riconosciuto le responsabilità della chiesa nella colonizzazione. E ancora oggi, vediamo l’aggressività politica delle gerarchie ecclesiastiche contro il processo bolivariano. Qual è il suo punto di vista su questo tema?

La colonizzazione non è uguale alla evangelizzazione. Quel che è accaduto in America Latina durante La Conquista, con il suo portato di massacri e genocidi, è innegabile, ed è stato ammesso dalla stessa chiesa. A quel tempo esisteva un modello di chiesa molto legato al potere temporale. Ma possiamo dire che, da sempre, è esistito un doppio binario nella chiesa: da una parte quella legata agli interessi degli Stati, dall’altra la chiesa legata al messaggio evangelico e cristiano. Una doppia tensione che si avverte anche nelle sacre scritture, nelle testimonianze degli apostoli più legati a una istituzionalità nascente della chiesa oppure a una linea teologica più libertaria, aperta al messaggio missionario di Cristo, del Vangelo, della parola di Cristo. Un doppio binario interno-esterno che connota la complessità di questa istituzione secolare che si è andata affermando e crescendo fino ai nostri tempi e che così può continuare a esistere. La colonizzazione è senza dubbio un processo da studiare ulteriormente per conoscere la nostra origine come nazione, come continente, anche come chiesa latinoamericana, che ha mantenuto questo complesso contatto fra due mondi nonostante gli errori compiuti. Occorre leggere la colonizzazione sempre a partire da questa doppia chiave, quella dell’istituito e quella degli evangelisti, dei missionari che, come alcune congregazioni religiose quali la Compagnia di Gesù o i Dominicani, hanno aiutato gli indigeni contro gli invasori spagnoli, opponendosi alla macchina di sterminio. Un doppio binario che è emerso anche nei secoli successivi, compreso nel processo di indipendenza. E che continua ancora oggi con alcuni governanti locali della chiesa cattolica venezuelana che avversano il governo e la sensibilità del popolo, difendendo interessi politici particolari e alimentando conflitti tra fratelli: perché siamo tutti venezuelani, la costruzione del nostro paese sta nelle nostre mani e riguarda tutti, i partiti politici, la chiesa, le chiese di altre confessioni, le istituzioni private, pubbliche, le università, gli studenti, gli operai, i contadini, tutte le forze vive del paese entrano in questa costruzione sociale. Dall’altra parte, invece, abbiamo la chiesa di José Gregorio Hernandez, il medico dei poveri. Un giovane laico credente e praticante che ha messo la propria vita al servizio degli altri. È la chiesa della gran maggioranza dei venezuelani, quella del popolo di Dio.


A che punto sono le pratiche per la santificazione di José Gregorio Hernandez?

Ci saranno delle sorprese. In questi ultimi tempi c’è un nuovo avvicinamento fra tutte le istituzioni del paese e anche fra lo Stato e la Chiesa cattolica. La canonizzazione del medico dei poveri, che l’anno scorso è stato riconosciuto come beato, e che il popolo celebra già da tempo in diverse parti dell’America latina e non solo, può senz’altro cementare questo dialogo. Sarà il primo santo venezuelano formalmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica.


Uno dei temi del processo di dialogo con quella parte dell’opposizione pilotata dagli Stati Uniti è stata la fine delle “sanzioni” e la restituzione dell’oro e degli attivi all’estero rubati al Venezuela. Come si percepisce questa richiesta dal suo osservatorio?

Il Venezuela ha dato prova di grande resistenza, sia popolare che di governo, opponendosi con coraggio ai tentativi di asfissia posti in atto dall’imperialismo a molteplici livelli. Ha smontato la farsa delle finte istituzioni parallele. La destra non è riuscita a toglierci il paese, né a distruggerlo, né a rubarci la pace. Purtroppo, sappiamo che appena sconfiggiamo un piano, subito ne sorge un altro e dobbiamo stare in allerta, ma intanto occorre approfittare di questo spazio aperto in America Latina per accelerare il passo e costruire il futuro, rafforzare la nostra costituzione. A livello diplomatico, siamo partiti in 14 per varie missioni, a riprova che sono sempre di più i paesi che hanno riconosciuto il governo legittimo del presidente Maduro. Questo è un risultato della politica estera, della resistenza, della resilienza e della dignità del popolo, è una vittoria della pace, che è sempre stata la nostra proposta, così come la nostra risposta è sempre stata quella delle urne, della via elettorale. Noi diplomatici siamo un esercito di pace, la voce del popolo venezuelano nel contesto internazionale. Siamo stati d’esempio al continente, che può apprendere dalla nostra esperienza per accelerare il passo della storia ed evitare quel che è successo a noi. Abbiamo resistito in modo esemplare alle oltre 900 misure coercitive unilaterali che hanno azzerato quasi 30.000 milioni di dollari di risorse, oltre 232.000 milioni di perdite in entrate petrolifere, più di 600.000 milioni è l’impatto provocato dalle “sanzioni”. Ci sarebbe molto materiale d’indagine per degli economisti che volessero comprendere come il nostro paese ha sopportato tutto questo.


Sul tavolo dei negoziati, il governo bolivariano ha posto anche la liberazione di Alex Saab. Come diplomatico, che pensa del sequestro e della deportazione negli Stati Uniti dell’inviato speciale del governo Maduro?

Il Vaticano, come tutti gli altri Stati, conosce la situazione giuridica dell’inviato speciale Alex Saab, un diplomatico venezuelano che godeva come tale di tutte le garanzie del diritto internazionale moderno in base all’articolo 61 della convenzione di Vienna. Un articolo che garantisce il transito verso paesi terzi per lo sviluppo di una missione diplomatica. Nel caso di Saab è stato violato il diritto consuetudinario, quella pratica secolare del rispetto all’istituzione diplomatica, la più antica dell’umanità. Saab, nominato inviato speciale nel 2018, come diplomatico doveva svolgere attività specifiche all’estero per aiutare il popolo venezuelano a resistere alle “sanzioni”, importando alimenti, medicine, combustili, ancora più preziosi in tempo di pandemia. Nel 2020, di ritorno dall’Iran, è stato sequestrato a Capo verde e, dopo aver subito una detenzione arbitraria e torture, è stato deportato negli Stati Uniti. Penso che tutti i paesi dovrebbero alzare la voce contro la violazione della convenzione di Vienna, firmata anche dagli Stati uniti. Una violazione che domani potrebbe colpire qualunque altra missione all’estero. Spero che il sistema giudiziario statunitense metta fine a questo pericoloso precedente.

Pensa che il Papa potrebbe intercedere per la liberazione di Saab?

Sono certo che il Vaticano, nella sua saggezza, con la sua lunga esperienza in politica estera, prenderà le sue decisioni qualora lo ritenga opportuno e farà il necessario in difesa del diritto internazionale e dell’istituzione diplomatica.

Il suo libro “El poder Moral: Una reinterpretación a doscientos años de Angostura” risulta particolarmente attuale nel contesto della discussione parlamentare per migliorare il corpo di leggi venezuelane, e soprattutto in sintonia con i discorsi contro la corruzione pronunciati dal presidente Maduro. Può riassumerci di cosa si tratta?

Ho svolto una ricerca letteraria, linguistica, storica, filosofica e politica sul potere morale bolivariano, una istituzione proposta da Bolivar nel 1819 al congresso di Angostura per creare un quarto potere costituzionale in Venezuela, da aggiungere ai tre poteri tradizionali, legislativo, esecutivo, giudiziario. Duecento anni dopo, la costituzione bolivariana ne contempla 5, aggiungendo ai tre tradizionali anche il potere elettorale e quello cittadino. Quest’ultimo, è la rivisitazione del potere morale bolivariano. Nel libro presento uno studio sul potere morale e su come è stato recepito nella costituzione venezuelana del 1999. Una istituzione molto particolare, molto speciale, che ha un grande ruolo nel che fare politico nazionale e costituisce una sfida gigantesca. Il comandante Chávez ha avuto la grande intuizione, come la ebbe Bolivar, di rigenerare il rinascimento sociale attraverso l’educazione ai valori civici e della patria. Maduro lo ha ribadito nella Quinta linea progettuale per il 2023, riconoscendo che manca una rivoluzione educativa. Io dico che c’è bisogno di creare un nuovo organismo attraverso la Giunta di educazione nazionale, perché venga inserito nell’attuale potere cittadino, che è formato dalla Procura generale, dal Controllore generale e dal Difensore del popolo. Mancherebbe un quarto organismo che si dedichi esclusivamente alla rivoluzione educativa di cui parla il presidente. Un organismo preposto alla riflessione, a ripensare l’educazione venezuelana, a ridisegnare questa nuova strategia dei valori umani, fondanti la nostra identità. Nel mio libro ci sarebbero le basi per questa discussione che, quest’anno, potrebbe essere pertinente secondo la Quinta linea della rivoluzione educativa e culturale di cui ha parlato il presidente. So che ha avuto il mio libro, può vedere che contiene una proposta profondamente bolivariana, profondamente chavista, e profondamente madurista…Insieme a Bolivar, sogniamo che questo popolo, oltreché libero e forte possa anche essere virtuoso. L’educazione è l’arma più efficace per lottare contro la corruzione.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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