Segnali di rivolta sociale nel Mezzogiorno
di Alessandro Volpi
Senza che i media diano troppo risalto al fenomeno e mentre il governo Meloni ha approvato i favolosi schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per le quattro Regioni del Nord che hanno richiesto l'autonomia, nel Meridione si manifestano numerosi segnali di rivolta sociale.
La protesta che attraversa il mondo agricolo e dell'autotrasporto nasce dalla profonda sproporzione tra i prezzi di vendita all'origine e il costo finale del cibo al consumo. Un agricoltore riceve per prodotti di base come grano, latte o ortofrutta compensi inferiori ai costi sostenuti per coltivarli o raccoglierli, mentre sugli scaffali della grande distribuzione i consumatori pagano tariffe moltiplicate di cinque o sei volte.
Le cause risiedono nei passaggi intermedi della filiera agroalimentare, dove intermediari, piattaforme logistiche e la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono prezzi d'acquisto al ribasso attraverso aste al doppio ribasso e contratti capestro, scaricando sugli agricoltori i rischi di impresa e l'inflazione energetica.
A questo scenario si intreccia la mobilitazione degli autotrasportatori, in particolare dei piccoli cottimisti e padroncini monoveicolo, strozzati dal recente impennarsi del prezzo del gasolio e dal taglio delle agevolazioni sulle accise. Per un piccolo operatore con pochi tir, un aumento continuo del carburante trasforma ogni viaggio in una perdita netta, non riuscendo a scaricare i maggiori costi sui committenti o sui colossi della logistica, che impongono tariffe fisse e rigide.
L'esplosione di questa crisi si avverte con particolare violenza al Sud Italia per ragioni strutturali, geografiche e industriali. Il Mezzogiorno sconta un isolamento infrastrutturale gravissimo, una dipendenza quasi totale dal trasporto su gomma e mercati agricoli storicamente soggetti a speculazioni sulle materie prime importate via mare.
Inoltre, nel Sud la vertenza si lega a stretto filo alla crisi dell'ex Ilva di Taranto. Le proteste degli operai e dell'indotto siderurgico, sommate ai blocchi degli autotrasportatori, hanno cinto d'assedio snodi nevralgici come la raffineria Eni di Taranto e le principali arterie stradali meridionali.
L'ex Ilva rappresenta non solo l'ennesimo dramma occupazionale e industriale senza soluzione, ma anche una tessera fondamentale dell'economia locale dove ditte di trasporto dell'indotto vantano crediti non saldati, unendo la rabbia siderurgica a quella della terra e dei trasporti. Ma la rabbia del Mezzogiorno affonda le sue radici in un quadro di sofferenza economica ancora più ampio ed articolato.
A minare la tenuta sociale del Meridione si aggiungono la drammatica desertificazione bancaria e la contrazione del credito alle piccole imprese, che privano gli imprenditori locali della liquidità necessaria per sopravvivere.
Parallelamente, il progressivo smantellamento delle misure di sostegno al reddito e la mancanza di investimenti nell'innovazione tecnologica e nella transizione ecologica generano un senso di abbandono da parte delle istituzioni.
La persistente disoccupazione giovanile e il conseguente spopolamento demografico impoveriscono il tessuto sociale, lasciando un territorio privo di forza lavoro qualificata e di prospettive.
A tutto ciò si somma la piaga del lavoro nero e del caporalato, che altera la concorrenza sleale e schiaccia le aziende rispettose delle regole, e il divario nei servizi essenziali come sanità e trasporti locali.
Non è un caso allora che stiano scoppiando rivolte sociali, a cui questa politica sembra incapace di dare rappresentanza; una ribellione sorda e dura che mette in luce l'assenza di democrazia reale in terre dove vota meno del 40% degli aventi diritto, una parte dei quali appartiene direttamente o indirettamente ad un vero e proprio ceto politico,


