«Non screditate Azov». Non fate domande sugli uomini picchiati

Quando le accuse di tortura minacciano una narrazione eroica: le domande scomode a cui Azov deve rispondere

345
«Non screditate Azov». Non fate domande sugli uomini picchiati

I nostri articoli saranno gratuiti per sempre. Il tuo contributo fa la differenza: preserva la libera informazione. L'ANTIDIPLOMATICO SEI ANCHE TU!

OPPURE


Articolo di Marta Havryshko del 6 novembre 2026, tradotto da Voxkomm

 

Il 2 novembre i social network sono esplosi dopo la diffusione di una fotografia che mostrava un ragazzo di 14 anni scortato fuori da una casa al numero 7-A di via Soniachna, a Petropavlivska Borshchahivka, poco fuori Kyiv. L’abitazione si è rivelata una struttura segreta destinata a reclute appena mobilitate e disertori dell’esercito ucraino. Come è emerso successivamente, vi erano trattenuti 26 militari, almeno quattro dei quali presentavano segni inequivocabili di percosse.

Il Primo Corpo Azov della Guardia nazionale ucraina ha confermato che l’immobile apparteneva all’unità. Quasi subito il comandante del Corpo, Denys Prokopenko, noto con il nome di battaglia «Redis», ha pubblicato un video in cui affrontava i fatti di Petropavlivska Borshchahivka. La sua indignazione, però, non era rivolta agli apparenti abusi subiti dagli uomini trattenuti nella struttura, bensì a chi vi richiamava l’attenzione.

Persone che, a suo dire, «non hanno assolutamente nulla a che fare con la difesa del Paese» e «non fanno nulla per sostenere le forze di difesa» starebbero invece «compiendo atti di sabotaggio nelle retrovie», «screditando i militari ucraini» e «creando un’immagine che serve gli interessi della Russia». Ha esortato il pubblico a non «fare il gioco del nemico», a non «mettere in scena provocazioni», a non «screditare l’unità Azov» e a non «infangare l’onore dell’esercito ucraino».

Denys Prokopenko. Fonte: Ukrainska Pravda.

Ma è lecito chiedersi: che cosa potrebbe screditare Azov più della scoperta di uomini picchiati e trattenuti all’interno di una delle sue strutture segrete?

Le domande sorgono spontanee. Chi ha picchiato questi uomini, e perché? Perché erano tenuti in una casa privata anziché essere curati in ospedale? Perché erano sorvegliati come criminali? In quali condizioni erano detenuti? Da quanto tempo si trovavano lì? Sono stati sottoposti a maltrattamenti, trattamenti degradanti o torture?

E forse la domanda più inquietante di tutte: che cosa ci faceva, esattamente, Azov a gestire una struttura del genere?

Valentyna: soccorritrice o «provocatrice»?

La mattina del 2 novembre un’ambulanza si è fermata davanti alla casa di via Soniachna, a Petropavlivska Borshchahivka. Ne è scesa Valentyna Moloda, 49 anni, con indosso un’uniforme rossa da soccorritrice. Era arrivata per entrare nell’edificio e verificare se vi fossero trattenuti militari ucraini che, secondo le informazioni ricevute, avevano urgente bisogno di assistenza medica.

Era accompagnata da Serhii Radzytskyi, un veterano di guerra di 31 anni, che si è presentato come autista dell’ambulanza.

I due hanno chiamato la polizia, chiedendo agli agenti di indagare, come previsto dalla legge, sulle segnalazioni secondo cui degli uomini erano detenuti illegalmente nell’abitazione. La polizia è arrivata e in seguito ha diffuso una dichiarazione ufficiale secondo cui le notizie sulla «presunta detenzione illegale di persone» erano «false».

Eppure gli agenti hanno rifiutato di consentire a Valentyna di entrare nell’edificio per verificare le loro rassicurazioni.

Per ore Valentyna ha trattato con la polizia, documentando intanto i suoi tentativi sui social network. La notizia si è diffusa. Davanti alla proprietà si sono radunate più di cento persone. La tensione è sfociata in scontri con la polizia. Contro gli agenti sono state lanciate uova. Alcuni manifestanti hanno cercato di forzare il cancello e introdursi nel complesso.

Tra loro c’era Oleksii, un quattordicenne che si è arrampicato sul cancello, ha urlato contro i soldati all’interno e ha lanciato pietre verso l’edificio. È stato quindi colpito con una pala ed è caduto all’interno del recinto. Una volta dentro, racconta di essere stato picchiato «con una pala, con calci e pugni». Il ragazzo sostiene inoltre che gli siano stati tagliati i vestiti, compresa la biancheria intima, lasciandolo «quasi nudo».

Con il protrarsi dello stallo, Valentyna è diventata sempre più disperata. Si è inginocchiata davanti agli agenti di polizia, supplicandoli di lasciarla entrare per raggiungere gli uomini feriti che riteneva fossero trattenuti lì in gravi condizioni. La fotografia della donna in uniforme da soccorritrice, inginocchiata davanti a poliziotti armati, ha fatto il giro dell’internet ucraino, suscitando un’ondata di rabbia e incredulità.

Dopo diverse ore di confronto, a Valentyna è stato infine consentito di uscire dall’edificio portando con sé quattro uomini visibilmente feriti. La maggior parte presentava lividi intorno agli occhi, compatibili con possibili percosse.

Oleksandr Pivnenko, comandante della Guardia nazionale ucraina, giunto sul posto, non ha fornito alcuna spiegazione del perché tutti e quattro gli uomini presentassero segni di lesioni, né ha chiarito se avessero ricevuto adeguate cure mediche durante la permanenza nella casa.

Salvate il soldato Andrii

Tra i quattro uomini c’era Andrii Kuleshov, 36 anni. Era il motivo per cui Valentyna si era recata innanzitutto nella casa di Petropavlivska Borshchahivka: agiva su richiesta di una sua parente, Tetiana Kirieieva.

Andrii Kuleshov. Fonte: NV.

Il 20 agosto Andrii era stato mobilitato con la forza a Kyiv. Il giorno successivo aveva lasciato la propria unità militare senza autorizzazione, ancor prima di raggiungere un campo di addestramento. Poco dopo aveva subito un importante intervento chirurgico. Aveva una stomia addominale.

In parole semplici, un’apertura creata chirurgicamente nell’addome.

Il 24 settembre i soldati di Azov lo avevano fermato. Secondo le accuse, gli avevano rotto una gamba.

Poi lo avevano condotto nella casa di Petropavlivska Borshchahivka.

Sotto sorveglianza. In uno scantinato. Con una stomia nell’addome. Lì, secondo quanto racconta la famiglia, è stato picchiato.

E trattenuto per 37 giorni.

Tetiana, consapevole delle condizioni mediche di Andrii e delle circostanze della sua detenzione, si è battuta perché fosse ricoverato. Sperava che, una volta in ospedale, potesse essere sottoposto a un’adeguata valutazione medica militare, che ne stabilisse l’idoneità al servizio in base alle sue reali condizioni di salute, anziché all’apparente determinazione dell’esercito a mantenerlo in uniforme.

Tetiana Kirieieva in tribunale. Fonte: Hromadske.

Ma l’autorizzazione a portarlo in ospedale è stata ripetutamente negata.

Nel frattempo, secondo Tetiana, il personale di Azov chiedeva denaro alla famiglia di Andrii. Le avrebbero detto di pagare una «multa» di 100.000 grivne (2.400 dollari) per la sua assenza non autorizzata dal servizio militare: una sanzione priva di qualsiasi base legale.

Tetiana ha contattato un avvocato, che ha presentato richieste formali all’Ufficio statale ucraino per le indagini e alla procura militare. Eppure, secondo il racconto della famiglia, dopo la visita degli avvocati, un militare sarebbe andato da Andrii nel cuore della notte e lo avrebbe picchiato di nuovo.

Non è comunque arrivata alcuna risposta.

Il 30 ottobre Tetiana si è rivolta a Valentyna Moloda per chiedere aiuto. Valentyna ha promesso di far uscire Andrii.

Moloda è una medica specializzata in medicina estetica, con una formazione in chirurgia. Ha lavorato per anni in una clinica di chirurgia plastica e oggi gestisce uno studio privato, Moloda-Ya, specializzato in «gerontologia, estetica, chirurgia plastica e ricostruttiva».

Secondo gli investigatori, Moloda offriva quelle che chiamava «evacuazioni d’emergenza» dai centri di reclutamento militare e dalle unità militari, utilizzando un’ambulanza. Operazioni di questo genere sono diventate in Ucraina uno dei modi per portare via uomini mobilitati con la forza.

Gli investigatori sostengono che Moloda chiedesse 107.000 grivne (circa 2.600 dollari) per i propri servizi. Affermano inoltre che avesse acquistato un’ambulanza soltanto pochi giorni prima dell’incidente, proprio allo scopo di recuperare Andrii.

Le autorità ucraine hanno arrestato e incarcerato sia Tetiana sia Valentyna con l’accusa di aver ostacolato le «attività legittime delle Forze armate dell’Ucraina». Per entrambe è stata disposta la custodia cautelare di due mesi, senza possibilità di cauzione.

Andrii, nel frattempo, è stato finalmente ricoverato in ospedale. Ora riceve le cure mediche di cui aveva bisogno.

Le due donne che si sono battute per procurargliele sono dietro le sbarre.

La camera di tortura dell’Azov non è un caso isolato: il sistema delle «fosse» nell’esercito ucraino

A oggi nessuno ai vertici di Azov ha spiegato perché Andrii, un uomo con una stomia addominale, sia stato trattenuto sotto sorveglianza per 37 giorni nella struttura di via Soniachna. Quale plausibile utilità militare poteva avere un uomo nelle sue condizioni?

Nessuno ha neppure affrontato pubblicamente le accuse formulate da Tetiana e dal suo avvocato: secondo cui Andrii sarebbe stato brutalmente picchiato all’interno dell’edificio, confinato in uno scantinato in condizioni igieniche precarie nonostante ferite postoperatorie che richiedevano cure specialistiche, e i suoi familiari avrebbero subito pressioni per pagare una tangente che ne consentisse il ricovero.

La dirigenza di Azov ha evitato anche di spiegare perché gli altri tre uomini ricoverati il 2 novembre mostrassero apparenti segni di percosse. Chi ha provocato quelle ferite? E come le hanno riportate mentre si trovavano sotto il comando di Azov, e di nessun altro?

Ciò che sappiamo proviene da Pavlo Kurchenko, nome di battaglia «Kil», comandante dell’Unità militare 3121 del Primo Corpo Azov della Guardia nazionale, responsabile della struttura di via Soniachna.

Secondo Kurchenko, uno degli uomini, Oleksandr Perminov, era stato messo lì perché intendeva assentarsi senza autorizzazione e incoraggiava altri a fare altrettanto. Un altro, Ivan Yareshko, sarebbe stato fortemente alterato da sostanze stupefacenti e si sarebbe comportato in modo aggressivo con i commilitoni. Un terzo, Oleksandr Pavliuchenko, avrebbe abusato di alcol.

In altre parole, tutti e quattro gli uomini, compreso Andrii, erano considerati «soldati problematici». E, a quanto pare, i soldati problematici richiedevano «misure correttive». È qui che la vicenda di una singola casa fuori Kyiv comincia ad apparire come parte di qualcosa di molto più grande.

Da anni testimonianze provenienti dall’interno dell’esercito ucraino descrivono un sistema di punizioni extragiudiziali noto come “yamy”, letteralmente «fosse». Talvolta si tratta di vere e proprie buche scavate nel terreno. Talvolta di gabbie. Talvolta di stanze o edifici isolati, come quello di via Soniachna.

Ciò che hanno in comune è il loro presunto scopo: punire i soldati che i comandanti considerano problematici, insubordinati o riluttanti a eseguire ordini — compresi quelli di partecipare a operazioni d’assalto — nonché coloro che sono accusati di diserzione o assenza non autorizzata.

Secondo le testimonianze su questa pratica, i soldati rinchiusi in questi luoghi di detenzione improvvisati subiscono abusi psicologici e fisici, compresi trattamenti che potrebbero configurare tortura. Possono essere privati di cibo, acqua, sonno e cure mediche adeguati. Le percosse violente sarebbero impiegate come strumento di «rieducazione» e come monito per chiunque altro pensi di disobbedire.

Una recente inchiesta giornalistica sull’unità militare ucraina nota come Skelia ha portato alla luce accuse di pratiche analoghe, tra cui violenze fisiche e condizioni di detenzione degradanti. Ma testimonianze provenienti da più fonti suggeriscono che queste «fosse» non siano semplicemente anomalie riconducibili a un singolo comandante fuori controllo o a un’unità particolarmente brutale. Indicano una pratica potenzialmente sistemica all’interno di un esercito alle prese con il morale basso, reclute riluttanti e diffuse assenze non autorizzate.

In questo contesto, la scoperta di via Soniachna solleva una possibilità inquietante.

E se l’edificio non fosse stato un luogo di detenzione isolato, ma facesse parte dello stesso sistema informale di punizione?

E se anche Azov gestisse una propria «fossa», un luogo dove inviare i soldati considerati problematici per essere «rieducati»? E se le percosse e i presunti maltrattamenti non fossero stati cedimenti della disciplina, ma proprio gli strumenti attraverso i quali la disciplina veniva imposta?

Se così fosse, lo scandalo non consisterebbe soltanto nel fatto che degli uomini siano stati picchiati all’interno di una struttura controllata da Azov. Consisterebbe nel fatto che quella struttura potrebbe essere esistita proprio per rendere possibile un simile trattamento.

La reputazione da salvare — e gli uomini che non lo sono

Per anni le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato accuse credibili di tortura e altri gravi abusi che coinvolgevano combattenti di Azov. Il Congresso degli Stati Uniti aveva limitato l’assistenza militare ad Azov per le sue origini estremiste. Nel 2024 Washington ha revocato le restrizioni. Azov, il governo Zelensky e i loro alleati occidentali avevano lavorato per anni, con grande impegno, per riabilitare l’immagine dell’unità, trasformando una formazione un tempo famigerata nell’élite celebrata dell’esercito ucraino.

Fonte dell’immagine: The National Pulse.

Poi è arrivata la casa di Petropavlivska Borshchahivka.

E all’improvviso sono tornate le vecchie domande.

Non sorprende che i vertici di Azov si siano affrettati a difendere la propria reputazione anziché rispondere. Le accuse rivolte ai critici erano familiari: sabotaggio, provocazioni, propaganda russa, discredito dell’esercito. Ma la tortura non diventa disinformazione russa soltanto perché i suoi presunti responsabili indossano uniformi ucraine.

Né Azov rappresenta necessariamente un’eccezione. Le testimonianze sulle «fosse» punitive, le percosse, i trattamenti degradanti e il rifiuto delle cure mediche suggeriscono l’esistenza di un più ampio sistema di punizioni extragiudiziali all’interno delle forze armate ucraine, che merita un esame molto più approfondito di quello ricevuto finora.

I governi occidentali, nel frattempo, hanno mostrato scarso interesse ad affrontare accuse del genere. Hanno investito troppo capitale politico e morale nell’esercito ucraino per accogliere favorevolmente prove che ne complicano l’immagine eroica. Ma una guerra giusta non giustifica la tortura. E i diritti umani non significano nulla se valgono soltanto per i propri nemici.

Per anni Azov ha cercato di convincere il mondo di non essere più ciò che un tempo i suoi critici sostenevano che fosse. Ora ha un compito più urgente: spiegare perché degli uomini sarebbero usciti picchiati da una struttura sotto il suo controllo.

Non si può insabbiare un’accusa di tortura dando dei traditori a coloro che la denunciano. E non si può difendere l’onore di Azov rifiutandosi di indagare su ciò che Azov potrebbe aver fatto.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

Potrebbe anche interessarti

Parola d’ordine: guerra ibrida Parola d’ordine: guerra ibrida

Parola d’ordine: guerra ibrida

Il semestre d’oro di Netanyahu di Michelangelo Severgnini Il semestre d’oro di Netanyahu

Il semestre d’oro di Netanyahu

Arrabbiati, indignati e manipolati. Ci pensa l’algoritmo! di Francesco Santoianni Arrabbiati, indignati e manipolati. Ci pensa l’algoritmo!

Arrabbiati, indignati e manipolati. Ci pensa l’algoritmo!

Ucraina, la rivolta delle periferie contro Zelensky di Alessandro Bartoloni Ucraina, la rivolta delle periferie contro Zelensky

Ucraina, la rivolta delle periferie contro Zelensky

Elezioni USA: vittorie storiche per i nativi di Raffaella Milandri Elezioni USA: vittorie storiche per i nativi

Elezioni USA: vittorie storiche per i nativi

Maduro, il New York Times e il colonialismo dei "buoni" di Francesco Erspamer  Maduro, il New York Times e il colonialismo dei "buoni"

Maduro, il New York Times e il colonialismo dei "buoni"

Ma chi sono gli stranieri a Milano? di Paolo Desogus Ma chi sono gli stranieri a Milano?

Ma chi sono gli stranieri a Milano?

Il rischio del processo mediatico di Paolo Arigotti Il rischio del processo mediatico

Il rischio del processo mediatico

 I veri estremisti di Alessandro Mariani  I veri estremisti

I veri estremisti

Il caso delle stanze della tortura in Ucraina. Tra fake e censura di Giuseppe Giannini Il caso delle stanze della tortura in Ucraina. Tra fake e censura

Il caso delle stanze della tortura in Ucraina. Tra fake e censura

Storia dell'integrazione europea di Gilberto Trombetta Storia dell'integrazione europea

Storia dell'integrazione europea

FRIEDMAN HA VINTO di  Leo Essen FRIEDMAN HA VINTO

FRIEDMAN HA VINTO

ORA ALMENO RISPARMIATECI L’IPOCRISIA. GIUSTIZIA PER ANDREA! di Giorgio Cremaschi ORA ALMENO RISPARMIATECI L’IPOCRISIA. GIUSTIZIA PER ANDREA!

ORA ALMENO RISPARMIATECI L’IPOCRISIA. GIUSTIZIA PER ANDREA!

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti