Lo spettacolo del genocidio certificato

6060
Lo spettacolo del genocidio certificato

I nostri articoli saranno gratuiti per sempre. Il tuo contributo fa la differenza: preserva la libera informazione. L'ANTIDIPLOMATICO SEI ANCHE TU!

OPPURE

 

di Pasquale Liguori


Mentre Gaza viene rasa al suolo, le Nazioni Unite hanno ritrovato la voce. Dichiarano che sì, c’è genocidio. Che a Gaza c’è carestia, persino “prevedibile e prevenibile”. Lo scrivono in un rapporto ufficiale, lo dichiarano nei briefing. Due anni di massacri sistematici, di fame amministrata, di bambini, donne e anziani uccisi, di case, scuole, luoghi di culto e ospedali ridotti alla polvere, e adesso arriva la verità protocollata. Non per fermare, non per impedire, ma per mettere agli atti. Non per salvare vite, ma per salvare la faccia. Il diritto internazionale non è crollato a Gaza: attraverso le sue istituzioni, ha funzionato alla perfezione. È servito a differire, a coprire, a lasciare che la catastrofe maturasse. Quando tutto è già compiuto, pronuncia la parola proibita sdoganata con il timbro dell’istituzione, come se fosse una scoperta. Non è un atto di giustizia: è un atto notarile, un poter dire “noi l’avevamo detto”. Il linguaggio diventa così certificazione postuma e autoassoluzione dell’Impero che manovra quelle stesse istituzioni. È il certificato di coscienza di chi ha guardato altrove mentre la macchina della distruzione completava il suo compito.

A rendere grottesco questo teatro, nello stesso giorno scorrono le immagini della cosiddetta flottiglia umanitaria. Barchette che avanzano verso Gaza, salutate come simbolo di coraggio civile, celebrate come testimonianza del fatto che “qualcuno ci prova”. Non è tanto chi vi partecipa, molti in buona fede e rischiando la pelle, a costituire il problema: è il valore attribuito alla scena. È lo stesso meccanismo della dichiarazione Onu, quello di un rito di autoassoluzione e spettacolarizzazione. Non cambia nulla sul campo, non scalfisce la crudeltà israeliana, non restituisce acqua, pane, ospedali ai palestinesi. Ma tutto ciò consente, ancora una volta, di sentirsi buoni, “dalla parte giusta”. Un gesto che produce immagini per il consumo occidentale: lo spettacolo della coscienza pulita. Un surrogato di resistenza estetizzato, brandizzato, funzionale a preservare l’ordine del capitale, diventandone cornice morale. Capitale che, nel frattempo, lui sì che veleggia verso lo sterminio compiuto.

La verità non confessata è che siamo autori, non semplici complici, di questo genocidio. Con i nostri governi, le nostre armi, le nostre basi militari, i nostri finanziamenti, i nostri voti nei consessi internazionali, nazionali, regionali, comunali. Con i nostri media, giuristi e opinion makers che da due anni si sciacquano la bocca con le parole “diritto internazionale” e “umanità” a supporto di iniziative tardive e cortei pluralisti. Il sumud ridotto a marchio da esibire, bandiere e kefie brandite come accessori di chissà quale scudetto vinto. Le piazze, in larga parte prive di cultura politica, costruite per candeggiare la coscienza. Le stesse figure, sempre le stesse, che dai social e dalle televisioni pontificano senza tregua. Autoreferenziali, recitano un cinico copione: non per liberare la Palestina, ma per mettere sé stessi al centro, per occupare la scena, per farsi riconoscere come garanti morali. Paladini bianchi di un diritto che non difende nessuno, di un umanitarismo che copre la fame, di una legalità che serve solo a prolungare l’ingiustizia. Non sono voci marginali: sono ingranaggi centrali della macchina che regola il consenso, normalizza lo sterminio e lo traduce in rappresentazione morale.

Ed è qui che emerge un altro inganno: l’idea che la critica sia sterile se non si accompagna a una proposta immediata e confezionata. È il riflesso di una cultura autoassolutoria che neutralizza l’analisi, pretendendo soluzioni pronte all’uso e delegando sempre ad altri la responsabilità di pensare e di agire. Ma l’analisi radicale non è un lusso: è già azione, è la base indispensabile per ogni progetto di trasformazione. Senza questo momento di decostruzione e di smascheramento, non esiste possibilità di prassi: resta solo la ripetizione dei rituali che confortano e preservano l’ordine coloniale.

La flottiglia diventa così emblema perfetto di questa società malata: un corteo sull’acqua che non scalfisce l’assedio, ma che regala al pubblico occidentale l’illusione di partecipare senza però ‘sporcarsi’.

Israele è un’entità canaglia, fondata sulla pulizia etnica, che proclama apertamente di voler cancellare i palestinesi. I governi occidentali, i nostri soldi la armano, la finanziano, la coprono. Le bombe portano i nostri marchi, i droni le nostre tecnologie, le banche i nostri capitali. E mentre la macchina coloniale esegue il suo compito, i nostri giuristi, i nostri intellettuali, i nostri campioni dell’umanitarismo vendono lo spettacolo della coscienza: barchette, conferenze stampa, hashtags.

La catena logistica del genocidio è nostra e il diritto internazionale ne è la copertura. Le carte Onu che arrivano ora non sono denuncia, ma assoluzione preventiva. È qui che va detto senza ambiguità: si tratta del linguaggio che depoliticizza, che neutralizza, che trasforma il massacro in atto giuridico. È il cuore macabro della “comunità internazionale”: registrare lo sterminio come si registra un contratto.

La verità è che la Resistenza palestinese, con il suo sangue versato, è l’unica forza che ha interrotto l’automatismo della catena coloniale. Non i nostri atti simbolici, non i cortei di autocelebrazione. È la Resistenza, con il suo sacrificio, che smaschera la bassezza morale dell’Occidente, la vergogna del suo diritto.

Il fiore palestinese sboccia sulle macerie che noi abbiamo contribuito a produrre. La sua esistenza è la sola denuncia credibile della nostra civiltà fallita. Per questo oggi non abbiamo alcun diritto di giudicare, di prescrivere, di misurare. Abbiamo solo il dovere di tacere la nostra ipocrisia, di smettere di fornire armi, di sciogliere le catene del nostro sistema che nutre il genocidio.

La critica, per quanto scomoda, è parte di questo compito: non un diversivo, ma la condizione necessaria per rifiutare le illusioni e aprire spazi di alternativa. Non serve attendere eroi né applaudire messinscene rassicuranti. Serve il lavoro ostinato e collettivo, invisibile e tenace, di chi non si accontenta del consumo di immagini ma mira a destabilizzare l’ordine coloniale alle sue fondamenta.

Tutto il resto è spettacolo. Ed è lo spettacolo che copre lo sterminio.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia di Giuseppe Masala L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia

L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia

CONTRO-STORIA DELLA TURCHIA 2016-2026 di Michelangelo Severgnini CONTRO-STORIA DELLA TURCHIA 2016-2026

CONTRO-STORIA DELLA TURCHIA 2016-2026

Lo spirito di Yan’an e il turismo rosso: un viaggio tra generazioni   Una finestra aperta Lo spirito di Yan’an e il turismo rosso: un viaggio tra generazioni

Lo spirito di Yan’an e il turismo rosso: un viaggio tra generazioni

Siete proprio sicuri di vivere in democrazia? di Fabio Massimo Paernti Siete proprio sicuri di vivere in democrazia?

Siete proprio sicuri di vivere in democrazia?

Una falsa false-flag? di Francesco Santoianni Una falsa false-flag?

Una falsa false-flag?

La vera ragione del viaggio del direttore della CIA a Mosca di Alessandro Bartoloni La vera ragione del viaggio del direttore della CIA a Mosca

La vera ragione del viaggio del direttore della CIA a Mosca

Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli di Raffaella Milandri Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli

Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli

Woke, l'obsolescenza che fa PIL (di Francesco Erspamer) di Francesco Erspamer  Woke, l'obsolescenza che fa PIL (di Francesco Erspamer)

Woke, l'obsolescenza che fa PIL (di Francesco Erspamer)

Un Diego Bianchi in giacca e cravatta di Paolo Desogus Un Diego Bianchi in giacca e cravatta

Un Diego Bianchi in giacca e cravatta

Il voto su AfD e le vecchie beghine di Alessandro Mariani Il voto su AfD e le vecchie beghine

Il voto su AfD e le vecchie beghine

Bloomberg: In Germania gli ospedali sono ormai pronti alla guerra di Marinella Mondaini Bloomberg: In Germania gli ospedali sono ormai pronti alla guerra

Bloomberg: In Germania gli ospedali sono ormai pronti alla guerra

Chi sono i veri nemici dell'Europa di Giuseppe Giannini Chi sono i veri nemici dell'Europa

Chi sono i veri nemici dell'Europa

Apparecchiano i monumenti! Il turismo che svende la Puglia di Antonio Di Siena Apparecchiano i monumenti! Il turismo che svende la Puglia

Apparecchiano i monumenti! Il turismo che svende la Puglia

Italia e vincolo esterno di Gilberto Trombetta Italia e vincolo esterno

Italia e vincolo esterno

FRIEDMAN HA VINTO di  Leo Essen FRIEDMAN HA VINTO

FRIEDMAN HA VINTO

La (vera) assicurazione di Giorgia Meloni di Giorgio Cremaschi La (vera) assicurazione di Giorgia Meloni

La (vera) assicurazione di Giorgia Meloni

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti